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Fatti recenti, tra loro molto diversi, hanno suscitato reazioni simili. Le cataratte dell’odio si sono rovesciate sui protagonisti in un cattivo italiano e in un italiano cattivo.

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Le hanno liberate politici mossi da sicuro interesse, giornalisti con chiare impostazioni politiche e ambizioni di vendita, semplici volontari attraverso i social con il loro carico di frustrazione, superficialità, pressapochismo.

Nessun pudore per la propria ignoranza, d’insieme oppure specifica, sul fatto in sé. Si esalta il diritto a esprimere, nell’incompetenza, un verbo assoluto e in ogni caso meritevole di ascolto: per tanti anni mi avete fatto credere che non valevo niente perché mi mancava il pezzo di carta, la sintassi, la posizione; finalmente il mio vomito vale quanto la parola di un professore.

Quando Capitini scriveva «chi può parlare ascolta più profondamente» non c’erano ancora i social network. Propongo di riformulare in «chi sa di essere ascoltato ascolta più profondamente». Chi non è avvezzo a ricevere ascolto e si sente spinto tra i penultimi non protesta contro la cima della fila, troppo distante, ma affossa l’ultimo classificato, con buoni incentivi.

Nel mirino dell’odio, dopo i migranti, uno spazio speciale è riservato alle donne. Peggio se sono anche migranti o si occupano di loro, ma la donna in sé è un essere diabolico su cui ripristinare il controllo perduto. Come? Con la segregazione e la sottomissione, in cucina e in camera da letto.

Lo confermano due ricerche di grande interesse, “Il barometro dell’odio” elaborato da Amnesty International e la “Mappa dell’intolleranza” curata da Vox, Osservatorio per i diritti umani, che nel 2019 hanno analizzato il periodo delle elezioni europee, la prima valutando i tweet e i post di politici e follower per sei settimane, la seconda monitorando da marzo a maggio la comunicazione via Twitter.

Secondo il barometro le donne risultano oggetto di odio da parte degli utenti più che dei politici.

Il 62% dei commenti che le riguardano è offensivo e per quasi 1 messaggio su 10 si può parlare proprio di hate speech. Per di più, 4 dei 5 candidati su cui si concentra il maggior numero di attacchi personali sono donne (Pina Picierno, Simona Bonafè, Cècile Kyenge e Daniela Santanchè, con Corradino Mineo) e gli insulti che ricevono sono sessisti con frequenza doppia. In compenso i diritti delle donne nei messaggi dei politici erano quasi assenti e, quando ci sono stati, si sono aggiudicati il minor numero di like, commenti e condivisioni. La questione dei diritti, insomma, non riguarda la politica e non appassiona quella fascia di cittadini che è, invece, provvida di insulti.

Scrive Gianni Rufini, direttore di Amnesty Italia: «Moltissimi candidati legittimano, stimolano e danno spazio a violente espressioni d’odio. Non solo il linguaggio, ma le idee: xenofobia, razzismo, misoginia, discriminazione, negazione di diritti e dignità, incitazione alla violenza fisica, alla brutalità e perfino alla morte. Centinaia di migliaia di persone, incitate al disprezzo e alla violenza verso due terzi del genere umano, allo scopo di raccogliere consensi elettorali.

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Niente di più lontano dalla dignità e il senso di responsabilità che ci aspetteremmo da leader politici», con effetti destabilizzanti, devastanti, per la società tutta, non solo per chi è direttamente colpito.

Qualcosa ci dice pure la “Mappa dell’Intolleranza 2019”. Anche qui in cima alla classifica si posizionano i migranti, bersaglio di 1 odiatore su 3, ma se la cavano bene anche le donne, meno presenti del 2018 ma con più aggressività ricevuta (il 27% dei tweet che le riguardano è negativo, siamo seconde solo ai migranti, 32%).

Le parole ricorrenti sono: troia, puttana, vacca, cicciona, mignotta, bagascia, bocchinara, zoccola, strappona, cagna, ciucciacazzi, cesso, smandrappona, pompinara, frigida, figa di legno, battona. Il dizionario è vario nelle formulazioni, ristretto nei contenuti. Rabbrividisco leggendo che due su tre picchi massimi sono stati toccati in occasione di femminicidi. Una donna muore per mano del partner o ex partner e la curva strepita, la infama, gode. Del resto, probabilmente aveva scelto di lasciarlo, o lo aveva tradito – provocando ogni punizione inflitta, fino alla morte.

Qualche anno fa un gruppo di adolescenti mi ha spiegato il top delle offese: “puttana” per una donna, “frocio” per un uomo, due facce della stessa medaglia.

Il metallo con cui è forgiata? Il corpo. Indisciplinato, desiderante, cucito insieme a un cervello che non si vuole vedere. Nel caso che qui ci riguarda, il corpo delle donne per come appare, e per come è troppo o troppo poco nella disponibilità dell’uomo. Un corpo in maniera crescente violato, vilipeso e forgiato alla prepotenza dell’odiatore – che non giurerei essere sempre un maschio – nel web come da sempre in guerra.

I passi indietro sono tanti e vanno in profondità. Le figure di spicco che non si adattano a rammendare calzini ma esprimono il loro pensiero, o escono dal perimetro disegnato per le femmine, vengono colpite con particolare forza. Solo per stare alle ultime: Carola Rakhete, Michela Murgia, Laura Boldrini, Giorgia Meloni, Alessandra Vella…

E però. Un magistrato donna emette un provvedimento che non piace e riceve attacchi sull’aspetto fisico o la morale sessuale. Non fila, e a un giudice uomo non sarebbe successo. Illogicità analoghe per le altre figure citate. È povertà di argomenti ed è arrogarsi il diritto di ridurre la persona a una sola funzione, apparentemente l’unica che vale, o forse la sola nella quale si è convinti di prevalere per ragioni muscolari. È, sì, violenza sulle donne, profonda, cruda, per ora verbale ma non distante dai fatti, per ricordare a tutte noi che cosa siamo, a che cosa serviamo, che cosa rischiamo.

«L’odio sociale di oggi, quello degli hater digitali, potrebbe in parte rappresentare un rigurgito rabbioso contro la complessità di un mondo (sociale o privato) che sta andando in una direzione che fa paura o confonde», scrive Vittorio Lingiardi, docente di Psicologia Dinamica e Clinica alla Sapienza di Roma tra i curatori del rapporto Vox. «Con i social network, basta un clic per moltiplicare l’effetto. E questo fa sentire ancora più forti. Si pensa di parlare al mondo, affacciati al proprio balcone, e questo purtroppo a volte ha l’effetto della benzina sul fuoco che trasforma in incendio quello che poteva essere un fuocherello».

Lingiardi indica gli anticorpi, «individuare il disagio e incontrarlo nel dialogo», e sono sicura che ha ragione. Il fatto è che non sempre si hanno stomaco e pazienza. Io, certa gente, delle volte la odio.


testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

L'autore.
Sociologa e counsellor, è giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna e lavora per il Comune di Ferrara nell’ufficio Diritti dei minori. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento.

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