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Poche cose mi fanno sentire meglio di stare con un gruppo di adolescenti a mettere in gioco la curiosità e l’ascolto per ricevere in cambio esperienze, riflessioni, incertezze, paure. Ascoltare, rilanciare, dare stimoli, proporre connessioni. Far sentire ai ragazzi e alle ragazze quanto vale ciò che hanno dentro.

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Mentre scrivo ho ancora addosso l’emozione della mattinata trascorsa l’8 maggio a Parma, al Parco Stefano Vezzani, per un piccolo evento organizzato dal Laboratorio Democratico Montanara insieme al Comune, alla scuola, all’Università.

Di Stefano Vezzani non so nulla prima di questo invito. A 17 anni, il 1° luglio 1983, perse la vita in una banale lite tra coetanei. Il suo quartiere, il Montanara, gli ha intitolato un parchetto non lontano dall’Istituto Comprensivo “Salvo D’Acquisto” che con due classi, una prima e una seconda media, partecipa alla piccola commemorazione.

Apre la mattinata Cristina Cantarelli, storica e blogger, ricordando i fatti attraverso gli articoli di stampa dell’epoca. La ascolto con interesse e intanto mi dico: per noi adulti gli anni Ottanta sono ieri, per ragazzi di 11-12 anni sono lontanissimi, come per me alla loro età gli anni della guerra. Sento il bisogno di fare una cosa diversa.

Per fortuna in classe hanno preparato delle domande su quei fatti e su temi più o meno collegati – il bullismo, la violenza – da rivolgere a chi sta di qua dal microfono. Insieme a me e a Cristina Cantarelli ci sono Matteo Allodi, responsabile dell’associazione “Il lago di pane” e docente a contratto di Metodologia della ricerca sociale all’Università di Parma, Chiara Scivoletto, associata di Sociologia giuridica, della devianza e del mutamento sociale nello stesso Ateneo, e Marta, una volontaria del Laboratorio.

I ragazzi si sono chiesti perché Stefano è stato ucciso e se gli amici sono intervenuti in sua difesa, ma anche che cosa sono il bullismo e il cyberbullismo, perché alcuni ragazzi fanno prepotenze e come possono essere fermati.

Conoscono già buona parte delle risposte, basta aprire il confronto perché in tanti raccontino le loro esperienze. Prese in giro e prepotenze a volte episodiche, altre volte protratte per mesi o per anni nella scuola primaria, indirizzate a chi è diverso dagli altri per un qualsiasi motivo: è troppo alto o troppo basso, o ha un cognome facile da storpiare, un modo di muoversi impacciato, una disabilità, un po’ più di timidezza, una provenienza straniera. Aggiungo io l’omosessualità, che forse è pensata con pudore nella preadolescenza ma deve, anch’essa, essere nominata. Ricordo il confine tra bullismo e violenza, il costituirsi del primo in una relazione che perdura nel tempo e proprio per questo fa male. Il bullismo come dinamica di gruppo in cui il prepotente ha bisogno del consenso dei terzi come i pesci dell’acqua in cui nuotano, per cui la noncollaborazione che la nonviolenza insegna è anche in questo caso una strategia da non sottovalutare.

Qual è il vissuto di chi viene vessato dai compagni?, domanda Matteo. Il ghiaccio ormai è rotto, fanno a gara per rispondere. Disagio, tristezza. Alcuni parlano genericamente di depressione ma un ragazzo, ripensando alla sua esperienza, interviene con spontaneità e precisione: “La depressione è un’altra cosa, è una malattia molto seria. Quello che prova una vittima di bullismo è solitudine, isolamento. Come quei gattini che prendi e metti in strada perché non li vuoi più”.

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A lui è successo tra la terza e la quarta elementare. A scuola ha taciuto temendo di peggio, e forse anche per vergogna, per colpa. Si è confidato soltanto con la nonna. Ti ha aiutato?, gli chiedo. “No, mi ha detto che non sapeva cosa fare perché a lei non era mai successo”. Tu pensi che a qualche adulto sia successo, alla tua età, qualcosa di simile? Scuote la testa e nega risoluto. Difficile già immaginare che i grandi siano stati bambini, figuriamoci poi vittime di bullismo. Perciò amplio ai pochi adulti presenti e fioccano gli esempi: perché ero secchiona, perché avevo un cognome strano, perché non ero bravo a calcio…

Funziona sempre. Nessuno di noi diventa grande rimanendo esente da una qualche violenza subita, agita o vista. Quello che succede a scuola o tra pari non sempre è bullismo ma spesso sì, anche solo come esclusione, discriminazione del diverso. Per questo è così importante parlarne, e che il lavoro sia culturale e vada in profondità nell’ascolto e nel coinvolgimento dei gruppi senza riporre eccessiva fiducia né nelle prediche come forma di prevenzione, né nelle punizioni esemplari che vanno bene per interrompere e per dare un messaggio ma lasciano irrisolte le questioni di fondo, se non sono accompagnate (a volte sostituite) da un’esperienza educativa.

“Cosa possiamo fare noi adulti per aiutare un ragazzo che racconta di essere preso di mira?”. La questione viene sollevata da un’insegnante che segue attenta insieme a un gruppetto di colleghi. Ascoltare prima di ogni cosa. Senza sostituirsi a chi è in difficoltà, soprattutto se è adolescente. Prendendo sul serio il suo disagio, stimolando le risorse personali che sempre ci sono.

L’indifferenza ferisce le vittime quanto e più delle vessazioni, lo testimonia con forza una giovane donna che è qui proprio per testimoniare il bullismo subito dalla prima elementare all’ultimo anno delle superiori. “Hanno iniziato con il mio cognome e non si sono mai fermati. Mi scrivevano muori sul banco ogni giorno, hanno fatto di tutto contro di me e io ho chiesto aiuto mille volte agli insegnanti, ma hanno fatto finta di non vedere”.

Il suo bisogno di riconoscimento e di giustizia dopo le violenze subite è ancora palpabile e posso capirla. Sentirsi rifiutata e umiliata per anni demolisce l’autostima di qualsiasi bambina, di qualsiasi adolescente. Getta un’ombra sul futuro da cui è difficile liberarsi.

L’incontro termina con la consegna della Costituzione Italiana ai ragazzi e alle ragazze, dono del Laboratorio Democratico Montanara. La testimone mi viene accanto.

Complimenti, temevo avreste fatto ai ragazzi le solite prediche.

Le prediche non servono a niente. A te complimenti per la forza di raccontare. Non è facile uscire da un’esperienza che dura tanto a lungo, credo resti impressa in profondità. Anche se i lividi cambiano colore.

I lividi spariscono proprio. Qualche volta sento ancora qualcosa di nero, un catrame che bolle proprio qui, nello stomaco.

E con la rabbia che cosa ci si fa?

Tutto. Con la rabbia si fa tutto.

testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

L'autore.
Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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