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Cara sedicenne, caro sedicenne…

Se a sedici anni non conosci Gregor Samsa…non è che caschi il mondo; vivi lo stesso, puoi giocare, innamorarti, essere felice. Il fatto che tu non legga   i libri e non ti appassioni all’attività magica della lettura non ti renderà più povero o meno di successo.

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Ma certamente, qualcosa stai perdendo: un modo diverso di sperimentare il mondo e la realtà, un approccio differente alla vita quotidiana, che è al tempo stesso dentro la vita e fuori da essa, un modo di stare-fuori, un’estasi (ek-stasis) antichissima che già provava Machiavelli: “Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandargli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia; dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro”. E’ un vero peccato che tu non possa sperimentare questo allontanamento dalla realtà che è poi anche un ritorno, o forse è il modo più autentico di starci-dentro: non di sfuggirvi, come nel paranoide mondo delle cosiddette nuove tecnologie, ma proprio di starvi dentro il modo differente,  perché se a sedici anni conoscessi Gregor Samsa sapresti che leggere un libro significa sì fuggire, uscire, stare fuori ma anche essere ancorati a quella realtà materiale e tangibile alla quale ti richiamano continuamente il fruscio delle pagine che girano o il lieve odore dell’inchiostro.

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Se a sedici anni non conosci Gregor Samsa, è forse perché non hai tempo. E questo è del tutto paradossale se si pensa che il tempo libero dovrebbe essere la principale caratteristica dell’adolescenza, almeno per come ce la rappresentiamo noi:  Quando mai si ha più tempo che a sedici anni? E invece pare proprio che non sia così, e che la pressione sociale sui giovani che già un grande poeta di nome Paul Nizan sottolineava decenni fa, sia aumentata fino a diventare insostenibile. Così abbiamo giovani come te che letteralmente non hanno tempo, non hanno soprattutto il tempo per fare l’esperienza più importante che si possa fare a sedici anni: il non fare niente. Figurarsi per leggere! E allora abbiamo giovani con le agende più ricche di impegni di un manager di una multinazionale, ma  che sono come spezzati in due; giovani che sono emotivamente bambini, ancora inseriti  nel tempo circolare dell’infanzia, privi delle competenze affettive per iniziare a intrattenere rapporti adulti, e ideologicamente vecchi, già inseriti  nel tempo del profitto e della capitalizzazione, in quel tempo nel quale la lettura è una perdita di tempo, è inutile, non produce nulla (e questo è ovviamente del tutto vero, solo che viene computato a colpa della lettura invece che a suo vantaggio). Come possiamo lamentarci allora se i ragazzi non leggono quando riempiamo il loro tempo di diecimila attività (e soprattutto di diecimila ore di schermo acceso), quando li trattiamo ancora come bambini ma pretendiamo performances adulte –cioè produttive? Per leggere, per poter conoscere Gregor Samsa (e Renzo e Lucia, e il principe Myskin, e  Alonso Chisciano) occorre la giusta gioventù: abbastanza vicina all’infanzia da non averne perso le spinte al meglio e la capacità di lasciarsi incantare, abbastanza vicina all’età adulta da sentirne il fascino e da voler crescere anche affidandosi a quello che Gianni Rodari definiva il mare magnum di Shakespeare e Tolstoj.

Se a sedici anni non conosci Gregor Samsa, dunque, non conosci il tempo “altro” della lettura: tempo di sospensione e di estasi, tempo di attesa (in quest’epoca nella quale non si sa attendere, tutto va fatto e deve accadere subito, nel giro di un click del mouse, figuriamoci se ho tempo di attendere che Edmont Dantes consumi tutte le sue vendette); Tempo quantitativamente e qualitativamente significativo, ma soprattutto tempo inutile, caratterizzato dalla  sospensione dell’ansia di profitto, perché la lettura è kantianamente finalità senza scopo: un libro, come ogni opera d’arte, è fine a se stesso, e come ogni oggetto di amore si ama per se stesso, senza secondi fini anzi proprio senza alcun fine. Una esperienza, questa, che è pericolosa per una società che sempre più finalizza tutto al profitto e che lascia una scheggia velenosa nella coscienza di chi pensa che ogni prestazione debba avere un prezzo.

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Se a sedici anni non conosci Gregor Samsa è anche probabile che tu non sappia leggere, ovvero che tu sia carente in quella peculiare alfabetizzazione che occorre per poter gustare realmente la lettura. Per poter leggere infatti occorrono competenze pregresse: competenze linguistiche, spesso annegate in quella specie di blob gommoso che è il globish, l’orrendo inglese del web; competenze storiche, non solo per poter  collocare storicamente i romanzi (ed è possibile anche nei romanzi di fantascienza) ma per comprendere il rapporto tra le storie e la Storia, tra la storia individuale e la Storia dei popoli, tra Gavroche e la Rivoluzione Francese; competenze che ci portano a non rimuovere la storia che è insita nelle narrazioni, appiattendole su una dimensione orizzontale nella quale i persiani convivono con Hilter e Alessandro è nato nel 1745…; competenze narratologiche, siano esse competenze da sviluppare  a libro aperto (la capacità di entrare nel mondo della narrazione praticando quella che Ricoeur definiva “sospensione della referenza al mondo reale” e che potremmo anche definire disponibilità all’incantamento, quello cioè che ci porta a credere ai fantasmi nel mondo di Amleto anche se non vi crediamo nel mondo reale) siano invece competenze da mettere in campo a libro chiuso (la capacità di ricondurre la narrazione alle sue premesse di tipo socio-politico, di argomentare attorno a ciò che si è letto, di criticare nel senso kantiano di trovare “le possibilità e i limiti” di un libro letto); competenze corporee (perché è il corpo a leggere un libro, non solo gli occhi), che vanno dalla concentrazione del sapersi  fissare su un oggetto senza andarsene via, contro la logica del telecomando e dello zapping;  alla solitudine, perché si legge da soli e la lettura è il miglior allenamento  per saper lavorare da soli e affrontarne l’angoscia e il fascino; al silenzio che è forse quanto di più raro e prezioso oggi ci troviamo a dover desiderare.

Caro sedicenne o cara sedicenne, dopo la lettura dei libri di Howard Gardner che parlano di sette intelligenze, non ho il minimo dubbio che tu sia intelligente; ma se a sedici anni non conosci Gregor Samsa probabilmente sviluppi e utilizzi in forma atrofica quella peculiare forma di intelligenza (Etimologicamente: leggere dentro –guarda caso!) che il libro di regala e che va posta a fianco (mai in senso sostitutivo) delle altre forme di intelligenza. Una intelligenza caratterizzata dalla capacità di cogliere lo scorrere del tempo (l’intelligenza sequenziale che autori come Walter J, Ong ed Eric Havelock pongono a fianco di quella simultanea tipica delle nuove tecnologie mostrando però come essa sia è preliminare a quest’ultima che si sviluppa solo sulla base della prima); dalla capacità di cogliere le fratture nell’orizzonte temporale, attraverso le sospensioni delle narrazioni, i flash-back, i salti temporali (ed è proprio per questo motivo che riteniamo la fantascienza uno dei più elevati generi letterari);   la capacità di pensare a se stessi come a un altro tipica della narrazione in terza persona, un esercizio che ci permette il decentramento da noi stessi messo in discussione invece dall’attuale eccessiva enfasi sull’autobiografia; la capacità di distanziarsi consapevolmente dal contesto attuale, che è perfettamente esemplificata dall’imperfetto infantile utilizzato dal gioco (“facciamo che io ero la regina”) al perfetto narrativo utilizzato dai narratori (“scendeva dalla soglia di uno di quegli usci…” “che infiniti danni addusse agli Achei”), dimensioni temporali che ci staccano dall’ordito del presente intessendo nuove trame che  ci permettano di capire che non siamo noi il centro del mondo e che  il grande romanzo della vita ci prevede al massimo come comparse e come co-autori; infine, la capacità di distanziarsi dalla propria vita, di fare della propria vicenda esistenziale un pre-testo da analizzare e da criticare, perché il gesto di leggere fornisce la giusta distanza dalla quale analizzare la realtà: non troppo vicini al’evento, che ci brucia con la sua attualità, non troppo lontani da esso, per non perderlo nello sfumare della memoria.

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Se a sedici anni non conosci Gregor Samsa rischi di non pensare mai a te stesso come a un narratore; non nel senso professionale, perché chi legge sa che leggere è un mestiere e ha acquisito la necessaria umiltà per capire che non tutte le vite sono romanzo e non tutte le narrazioni sono capolavori e che il proprio diario può al massimo essere letto dalla fidanzata o dal fidanzato e potrà non arrivare mai a pareggiare il Diario di Kafka. Ma se  a sedici anni non conosci Gregor Samsa rischi di non confrontarti con le radici dell’idea di narrazione, che è poi la strategia umana messa in campo per potere raccontare la vita e farne un testo da interpretare. Narrava infatti l’innamorato, che segue le tracce della sua amata, ne ricostruisce le mosse e i desideri, legge nella sua vita per capire quale gesto possa farle piacere, racconta una storia da un oggetto singolo, fosse anche una storia tragica come quella narrata dal fazzolettino di Desdemona; l’innamorato (e non il cacciatore come ipotizza Carlo Ginzburg nel suo peraltro splendido saggio sulla narrazione) è forse stato il primo a raccontare una  storia perché voleva accostarsi all’oggetto del suo amore conoscendolo fino in fondo; e se Cesare Pavese afferma che “amare significa avere il desiderio di conoscere l’infanzia dell’altro” è perchè la storia che vogliamo narrare quando ci innamoriamo è la storia di due storie che diventano una, di due infanzie che diventano una sola età adulta, di un incrocio che avrebbe anche potuto non verificarsi (e qui ci viene in mente un film poetico come Sliding Doors) e che invece c’è stato.
Narrava poi il viaggiatore, colui che lasciava la sua terra e il suo paese per  sostarsi per il mondo, un personaggio che è figlio dell’idea della formazione come viaggio, del Bildungriese; una narrazione che restituisce una idea di saggezza legata al movimento, capace di interpretare i segni della strada, di scrutare i volti dei viandanti, di lanciare il primo sguardo su una nuova città. Il viaggiatore coglie la narrazione come evento dinamico e processuale, nel quale la vita ha la stessa fluidità dei paesaggi che si alternano al di fuori del finestrino della carrozza.
Narrava il sedentario, colui o colei che non si era mai mosso dal suo territorio ma ne conosceva ogni piega, ogni anfratto, ogni recesso; il sedentario narrava dunque a partire da un radicamento sul territorio che però subito si scopre abitato da pluralità; negare queste pluralità significa negare l’idea stessa di narrazione, che si definisce dunque come una attività stratificata, piena di fiumi carsici e di percorsi sotterranei, mai del tutto trasparente né del tutto opaca.
Narrava infine l’artigiano nella sua bottega nel momento in cui metteva la sua esperienza al servizio del mobile che sta per produrre; e le sue narrazioni, rivolte ai garzoni e ai giovani con i quali intratteneva un rapporto pedagogico non privo di violenze e di abusi, erano caratterizzate dall’incontro tra la concretezza del sapere pratico dell’esperto e l’elasticità mentale dei garzoni erranti di bottega in bottega; e qui la capacità del narratore è quella di chi sa partire dalla sua propria esperienza trasformandola in esperienza di quelli che ascoltano la storia, come scrisse Walter Benjamn.

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Se a sedici anni non conosci Gregor Samsa significa dunque che la crisi della idea di narrazione è ormai giunta al suo limite massimo; l’idea di narrazione come tentativo amoroso di braccare l’oggetto del proprio amore lascia il campo all’idea di una violenza senza elementi di mediazione, di una consumazione dell’elemento romantico dell’amore in un principio di prestazione sessuale che porta a fare “il maggior numero di punti possibile”; l’idea di narrazione come viaggio lascia il campo alla colonizzazione del mondo nel quale si ritrova ovunque il sempre-identico del McDonald’s, dei prodotti in serie, delle icone del post-fordismo; l’idea di narrazione come radicamento lascia il campo all’esaltazione della purezza dei localismi che non vogliono vedere il territorio come abitato da pluralità e differenze ma al contrario lo tradiscono isolandolo in una specie di teca di vetro che lungi dal proteggerlo lo soffoca, e infine l’idea di narrazione come  esperienza va incontro allo scacco dell’esperienza che porta all’assolutizzazione della mia esperienza in una declinazione narcisista ed egoistica che è la negazione dell’esperienza di condivisione che è tipica della lettura.

Per cui, cara sedicenne o caro sedicenne,  se a sedici anni non conosci Gregor Samsa  non c’è qualcosa che non va in te ma nel mondo; in quel  mondo adulto che non ha saputo e voluto iniziarti alla lettura perché non vuole e non sa iniziarti alla vita. Perché avere la possibilità di leggere significa vivere una vita degna di essere vissuta, si ha tempo per leggere se si ha tempo per vivere. primum vivere, deinde legere: prima di tutto vivere una vita dignitosa e un’adolescenza sufficietementebune, e poi pensare a narrarla.

Se a sedici anni non conosci Gregor Samsa è perché ti abbiamo rubato i tuoi sedici anni; quei sedici anni che dovrebbero essere  caratterizzati da infinite, stupefacenti metamorfosi; anche più felici di quelle occorse al povero Gregor Samsa. Cerca di riappropriartene, e poi apri un libro; e chiudi fuori quel mondo adulto che non ha saputo e voluto costruire una storia anche per te, per i tuoi splendidi sedici anni, con o senza scarafaggi, con o senza Gregor Samsa.

 

testo pubblicato in origine dai "Quaderni ACP"

L'autore.
Dal 1999 insegna presso l'Universita' di Milano Bicocca, facolta' di Scienze della Formazione. Ha pubblicato oltre 40 libri e circa 200 articoli su riviste specializzate. Attualmente la sua cattedra universitaria e' Pedagogia Interculturale.

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