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Indagare con uno sguardo pedagogico i percorsi di crescita e di iniziazione maschile [1] al mondo adulto nella letteratura del Novecento sembrerebbe portare fatalmente e scontatamente a un percorso che attraverso Salinger e Conrad rilegga il grande romanzo di formazione e ne confermi le straordinarie categorie estetiche ed educative. Ci sia consentito invece scegliere una strada laterale, indagando pedagogicamente un paio di altri contributi letterari a un discorso sulla crescita e sull’iniziazione all’età , contributi che ci porteranno ad esiti più inquieti e per certi versi meno scontati.

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Prendiamo le mosse da un romanzo straordinariamente forte e violento, l’opera autobiografica di Charles Bukowski  intitolata Panino al prosciutto [2]. L’opera ripercorre l’infanzia e la giovinezza dell’alter ego dell’autore, Henri Chinaski, fornendoci un quadro desolante di un percorso di crescita abortito. Il bambino Henri si confronta con le istituzioni educative dell’età adulta attraversandole con indifferenza: a tutto il percorso scolastico del protagonista si attaglia la definizione icastica che Bukoswki fornisce a proposito del Kindergarten:“l’asilo era praticamente aria bianca” [3].

Nessuna trascendenza possibile, nessuna possibilità di uscita da una violenza che  permea di sé tutti i rapporti umani. 

Scuole che non fanno  presa sull’animo del bambino prima e del  ragazzo, insegnanti che confermano la sua esclusione (con la sola eccezione di una maestra elementare, forse la sola figura positiva del romanzo, accanto a una infermiera che Henri conoscerà da adolescente), percorsi scolastici dei quali non resta nulla se non la noia e la indifferenza. Discorso analogo a proposito del  gruppo dei pari: i ragazzi con i quali Henri si confronta sono violenti e aggressivi ma la violenza non lascia spazio a un orizzonte di senso, è violenza nuda come nell’episodio nel quale la banda dei ragazzi fa sbranare un gattino da un feroce cane. “C’erano risse continua. Gli insegnanti facevano finta di non vedere.  E quando pioveva erano guai. Chiunque arrivasse a scuola con un ombrello o un impermeabile era segnato a dito (...) Chiunque venisse visto con un ombrello in mano e un impermeabile addosso veniva considerato un po’ finocchio. E picchiato” [4] Nessuna trascendenza possibile, nessuna possibilità di uscita da una violenza che permea di sé tutti i rapporti umani. Anche quelli con gli adulti, come ben rappresentato dalla coppia genitoriale di Henri, una madre nevrotica e priva di ambizioni e un padre fallito [5] violentissimo e volgare: “Mio padre era la nube che oscurava il sole, la violenza che emanava da lui faceva sparire di colpo tutto il resto, era tutto orecchie, naso, bocca, non potevo guardarlo negli occhi, c’era solo la sua faccia rossa e arrabbiata”[6].

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La pedagogia della violenza di questo padre volgare che sta a tavola con la canottiera e sbatte sempre le porte si sostanzia in una serie di maltrattamenti: nella descrizione del primo di questi Bukowski chiarisce come  sia un certo regime della parola e del lamento ad essere posto in palio; il padre vuole sadicamente che Henri urli, il ragazzo trattiene il lamento sulla soglia: “sapevo che se mi fossi messo a urlare forse avrebbe smesso di picchiarmi, ma sapendo questo, e sapendo quanto desiderasse che mi mettessi a urlare, facevo di tutto per resistere”[7].  Il rapporto con il padre e con tutte le figure maschili del romanzo è all’insegna da un lato di questa parola estorta [8], dall’altro di un rapporto quasi di proprietà privata: “Pensai che anche il sole apparteneva a mio padre, che non avevo il diritto di godermelo perché splendeva sulla casa di mio padre. Ero come le sue rose, appartenevo o a lui non a me stesso”[9]. Una situazione che rende un dubbio che sfiora quasi tutti gli adolescenti, qualcosa di più del segno di un momento di crisi. “Quando tornai in camera mia pensai, questi due non sono i miei genitori, devono avermi adottato e adesso si sono pentiti di averlo fatto”[10]. Questo processo iniziatico è indubbiamente efficace: occorre non farsi sviare dai moralismi pedagogici e riconoscere alle iniziazioni alla violenza e al fallimento un grado di successo anche maggiore rispetto ai percorsi di crescita che portano all’acquisizione di una personalità aperta e positiva: Henri viene efficacemente iniziato al mondo adulto, solo che il mondo adulto nel quale egli fa il suo ingresso è ben poca cosa; ma il momento della ribellione e dello scalzamento del potere impersonato dal padre, tipico di ogni risposta soggettiva ai percorsi di iniziazione, è ben presente. Mentre viene per l’ennesima volta frustato dal padre Henri si rende conto che qualcosa è cambiato: “Il dolore era sempre lo stesso ma la paura non c’era più. Mi colpì ancora. La stanza non spariva più davanti ai miei occhi, li tenevo bene aperti, vedevo tutto chiaramente (...) era successo qualcosa, era cambiato qualcosa” [11].

Le parole conclusive del drammatico confronto con il padre chiariscono che non si tratta di una emancipazione dalla violenza ma solamente da quella violenza

Ma le parole conclusive del drammatico confronto con il padre chiariscono che non si tratta di una emancipazione dalla violenza ma solamente da quella violenza: oramai l’orizzonte della violenza è stato interiorizzato dal ragazzo, e il futuro porterà semplicemente a una sostituzione delle figure che colpiranno (o saranno  colpite da) Henri, non certo da un esilio della dimensione violenta: “Lo guardai. Vidi le pieghe di carne sotto il mento e sul collo. Vidi segni e le rughe. La sua faccia era stucco rosa, stanco. Era in canottiera, tutta grinze sulla pancetta molle. Non aveva più lo sguardo feroce. I suoi occhi vagavano incerti e non riuscivano a fissarsi sui miei.

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Era successo qualcosa. Lo sapevano gli asciugamani, lo sapeva la tenda della doccia, lo sapeva lo specchio, lo sapevano la vasca e la tazza del cesso. Mio padre si voltò e uscì dalla stanza. Era l’ultima volta che le prendevo. Da lui”[12]. Il risultato finale di questo percorso di iniziazione [13] è un individuo che ripercorre nel suo itinerario esistenziale il fallimento del padre; in questo senso possiamo parlare di iniziazione tragicamente riuscita. Il romanzo si conclude il giorno dello scoppio della guerra, con Henri che vaga da solo per la città e che offre a un ragazzino di giocare una partita a un gioco del pugilato da tavolo; dopo avere perso la prima gara Henri cerca di muovere il suo omino “calzoncini blu” per cercare di vincere: “Dovevo vincere. Sembrava molto importante che vincessi. Non so perchè mi sembrasse importante e continuai a pensare, perché penso che sia importante? E un’altra parte di me rispondeva, perché sì. Poi "calzoncini blu" piombò di nuovo a terra, con lo stesso rumore di ferraglia. Lo guardai, sdraiato sulla schiena sul suo tappetino di velluto verde, Poi mi voltai e me ne andai.” [14] La sconfitta è diventata una struttura permanente della persona, e non la lascerà mai più. L’iniziazione al fallimento è compiuta.

Altro percorso iniziatico di un certo rilievo è quello del Nick Adams di Ernest Hemingway[15]. Un percorso che inizia con un confronto del Nick preadolescente con la morte, quando il ragazzo accompagna il padre medico nella capanna di una squaw che sta partorendo: la donna e il bambino stanno bene ma il padre si  suicida e sulla canoa che li riporta a casa Nick e suo padre hanno uno straordinario dialogo iniziatico:

Nell'adolescenza del personaggio hemingwayano il dolore sarà sempre superato con noncuranza o comunque con poco spazio per la reale sofferenza

 “- Perchè lui si è ucciso babbo?; - Non lo so. Nick, Forse non ce la faceva a sopportare; - Sono molti gli uomini che si uccidono, babbo?; - Non molti, Nick; - Molte le donne?; - Quasi nessuna; - Nessuna proprio?;  - Oh sì, qualcuna sì (...); - E’ difficile morire, babbo?;  No, suppongo che è molto facile Nick. Tutto dipende”[16]. Un dialogo che porta all’elaborazione da parte del ragazzo di una prima teoria sulla propria morte “In quell’alba sul lago, seduto a poppa della barca mentre suo padre remava, Nick aveva l’assoluta certezza che non sarebbe morto mai”[17]. La vita del giovanissimo Nick (come tutta la vita e l’opera di Hemingway) è del resto costellata di momenti di morte e di lutto: elaborati e superati con riti di iniziazione tipicamente maschili, come la sbronza che Nick prende con il suo amico Bill  per superare il dolore della fine di una storia d’amore: “Voleva anche dimostrare che sapeva tener bene il liquore ed essere capace di agire al tempo stesso. Anche se suo padre non aveva mai toccato alcool Bill non sarebbe riuscito ad averlo ubriaco prima di essere ubriaco egli stesso”[18]. L’alcool fa il suo dovere, e la storia con la ragazza scompare dalla mente di Nick: “Ormai la cosa non aveva la minima importanza. Il vento gliela soffiava via dalla testa”[19].

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Nell'adolescenza del personaggio hemingwayano il dolore sarà sempre superato con noncuranza o comunque con poco spazio per la reale sofferenza; anche la seconda storia d’amore tra un Nick adolescente e una ragazza finirà male: il padre del nostro personaggio gli racconterà di avere visto la fanciulla nel bosco con un altro giovane:“- Cosa facevano?; - Non ero lì per spiarli: - Dimmi che cosa facevano; - Non so - disse suo padre - li ho sentiti muovere tra i cespugli; (...); - Erano...erano...;- Erano cosa?; Erano felici?; - Credo di sì”[20].  Sembra che ancora una volta la morte e la sconfitta debbano insinuarsi nella vita dell’adolescente: “Nick andò in camera sua, si spogliò e si mise a letto. Sentì suo padre che si muoveva nel salotto. Stava sdraiato sul etto con il viso contro il cuscino. ‘Il mio cuore è spezzato’ pensò ‘Se sto così male vuol dire che il mio cuore è spezzato’”[21]; ma in realtà non è così; come la burrasca pulisce l’aria così basta una notte di sonno a cancellare dalla mente di Nick Adams questo ulteriore piccolo dolore: “Al mattino il vento era fortissimo, le onde rompendosi coprivano la spiaggia e stette sveglio a lungo prima di ricordarsi che il suo cuore era spezzato”[22]  Si tratta di una reazione così simile al Thomas Hudson di Isole nella corrente quando gli annunciano che la ex moglie e i figli sono morti in un incidente stradale. “Vedi – disse a se stesso – non è niente”, che sembra di poterla estendere a molti degli eroi di Hemingway, nei quali il diventare adulto appare a prima vista come un indurimento del carattere, una cancellazione della sofferenza, insomma un paradigma piuttosto tipico del maschio occidentale. Ma non è così; anche Nick soffrirà veramente, quando sarà  messo a confronto con la morte vera, quella del suo sé infantile e adolescenziale e della sua giovinezza; in quello che è stato definito, con Le nevi del Chilimangiaro, il più riuscito tra i racconti di Hemingway, ovvero Il gran fiume dai due cuori [23] il nostro protagonista torna al fiume della sua infanzia per cercare tracce della gioventù; ma se la prima parte de racconto sembra una specie di narrazione dell’Eden  ritrovato, nella seconda parte  ci si accorge che qualcosa è cambiato, anzi che qualcosa è perduto per sempre. “Nick non aveva voglia di entrarci. Pensava con disagio al cammino da compiere nell’acqua profonda, con l’acqua alle ascelle, per prendere trote grosse in  posti dove era impossibile portarle a terra. In palude, le rive erano spoglie; i grandi cedri  si univano stretti sopra il capo, il sole non batteva che a macchie; nella penombra e nell’acqua fonda e veloce  la pesca avrebbe preso  un tono tragico.

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Pescare in palude era un’avventura drammatica, Nick non ne aveva voglia. Non aveva più voglia per quel giorno di scendere in acqua”[24]. Sicuro di non morire mai da ragazzino, insensibile alla morte di un rapporto da adolescente, Nick paga la sua adultità con la constatazione della  morte della sua giovinezza; ma sarà proprio questo a salvarlo. Diventato padre, Nick Adams intratterrà con il figlio adolescente un dialogo che non potrà non ricordare quello svoltosi anni prima sulla canoa: sempre di morte infatti si parlerà, ma stavolta della morte del padre del protagonista. E sarà una proposta bizzarra del figlio a scuotere  Nick mettendogli di fronte la possibilità di una reale ed adulta elaborazione della morte: “-Non potremmo farci tutti seppellire nel ranch?; -E’ un’idea; - Così andando al ranch potrei fermarmi e pregare sulla tomba del nonno; - Sei terribilmente pratico; - Sai, non mi fa piacere pensare che non sono mai andato a visitare la tomba del nonno; - Dovremo andarci –Nick disse – sento che dovremo andarci”[25]. La storia di Henry Chinasky si chiude su una adultità non raggiunta mentre quella di  Nick Adams si apre su una problematica paternità che però rimette in gioco tutte le identità precedenti. Ed è proprio il continuo e serrato confronto con la morte, dall’iniziale incredulità all’indifferenza, all’accettazione e alla ritualizzazione, che, come in un manuale della Kubler Ross, convince Nick che vale la pena di vivere una vita adulta; e che  piuttosto che mosche, è certamente meglio nascere uomini.

 articolo originariamente pubblicato dalla rivista Pedagogika.

[1] Per ragioni di nostra competenza e di spazio scegliamo di parlare unicamente dell’iniziazione al maschile
[2] Charles Bukowski, Panino al prosciutto, Milano, SugarCo, 1982; una riduzione cinematografica a nostro parere non particolarmente riuscita di questo testo è Crazy Love del cineasta belga Josse de Pauww
[3] Ivi, pag, 27
[4] Ivi, pag. 32
[5] Che ricorda molto il  padre del protagonista di Chiamalo sonno di Roth
[6] Bukowski, cit pag, 40
[7] Ibidem
[8] Cfr.  l’episodio nel quale il preside della scuola media stringe con violenza la mano del ragazzo per costringerlo a pronunciare la frase “Lei è un duro”. E’ in questa situazione che il ragazzo, mentre si contorce dal dolore sulla cattedra del preside, vede una mosca e pensa “Non deve essere male nascere mosca” (ivi, pag. 38)
[9]Bukowski, cit, pag. 41
[10] Ivi, pag. 43
[11] Ivi, pag. 138
[12] Ibidem
[13] Ci manca lo spazio per una analisi del lungo e straordinario episodio dell’acne che devasta il volto del ragazzo e e delle dolorosissime e umilianti cure alle quali egli si sottopone, vera e propria chiave per capire compiutamente il romanzo.
[14] Bukowski, cit pag. 327
[15] Cfr. Ernest Hemingway, I quarantanove racconti, Torino, Einaudi, 1980. E’   disponibile una collezione intitolata I racconti di Nick Adams che raccoglie solamente le storie dedicate a questo personaggio.
[16] “Campo indiano” ivi, pag. 91
[17] Ibidem
[18] “Tre giorni di burrasca”, ivi, pag. 111
[19] Ivi, pag. 116
[20] “Dieci indiani”, ivi, pag. 305
[21] Ivi, pag. 305
[22] Ivi, pag. 306
[23] Anche se personalmente ci sentiremmo di aggiungere alla lista almeno “Vecchio al ponte” e “Il mo vecchio” oltre al già citato “Campo indiano”
[24] “Il gran fiume dai due cuori parte II”, ivi, pag. 209
[25] “Padri e figli”, ivi,  pag. 457

 

L'autore.
Dal 1999 insegna presso l'Universita' di Milano Bicocca, facolta' di Scienze della Formazione. Ha pubblicato oltre 40 libri e circa 200 articoli su riviste specializzate. Attualmente la sua cattedra universitaria e' Pedagogia Interculturale.

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