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Di recente un giudice del tribunale della contea di King County, nello stato di Washington, ha fatto una riflessione pubblica su Juvenile Justice Information Exchange sui suoi tre anni di presidenza in un tribunale minorile. Roger Rogoff ha descritto questo periodo professionale come "il più carico di emozioni, stimolante e terrificante della mia carriera giudiziaria di 25 anni".

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Con questa affermazione si riferiva in particolare alla natura complicata e conflittuale del sistema giudiziario minorile, nonché alla tensione, all'apprensione e alle sfumature del processo decisionale in questo contesto.

Rogoff sottolinea che nulla all’interno del sistema di giustizia minorile, in fase di riforma in molti paesi, è semplice o potrà mai essere semplice.

“Chi lavora con questi ragazzi deve decidere ogni giorno come rispondere ad ogni giovane, ad ogni vittima, ad ogni comunità, ad ogni crimine. Nessuna risposta si adatta perfettamente a qualsiasi piano strategico o a un generico slogan. Piuttosto, sono decisioni imperfette, ben intenzionate, dure da digerire, progettate per aiutare quella particolare comunità, quella particolare vittima e quel particolare giovane".

Inoltre, la modifica di un sistema giudiziario minorile deve fare i conti con i fattori che hanno portato i giovani a compiere reati. Questi ragazzi, come sostiene Rogoff, “affrontano ostacoli che la maggior parte di noi non ha mai dovuto affrontare".


L'abuso ha origine nella famiglia

Sembra che i modi in cui i giovani possono essere coinvolti nel sistema siano vari quanto gli individui stessi. Tuttavia, considerandoli a livello macro, emergono alcuni predittori forti di un destino di devianza, compreso l'abuso in casa.

Janelle Hawes, dell’University di Washington e Tacoma e Jerry Flores, dell’Università di Toronto, hanno effettuato una ricerca intervistando 33 ragazze in un centro di detenzione minorile nel sud della California, esplorando la loro esperienza di giovani inserite nel sistema della giustizia minorile e nei sistemi di affidamento.

Nel complesso, le ragazze di questo studio hanno dovuto affrontare maltrattamenti costanti in varie istituzioni e da più persone, senza ricevere il dovuto aiuto o sostegno. Inoltre, 14 ragazze hanno parlato delle esperienze di abuso come esperienze che avrebbero poi portato al loro primo contatto con il sistema di giustizia penale e all'eventuale incarcerazione, offrendo un'opportunità unica per comprendere come l'abuso spesso porti al coinvolgimento nella giustizia penale anche secondo le ragazze stesse.

Concentrandosi sul primo contatto con il sistema giudiziario penale, nello studio si rileva come spesso le denunce conseguivano al conflitto delle ragazze che combattevano contro gli abusi, generalmente inflitti dai loro genitori o tutori. Per queste ragazze, c'erano poche possibilità di scampare all'abuso che subivano. Diana, 17 anni, ha descritto così la sua esperienza:

"La polizia diceva: ehi hai fatto a botte con tua madre. E io: "Ma che c…, guardami in faccia: mi ha picchiato". Gli agenti: "Ha chiamato lei la polizia, quindi sei tu in colpa. Se ti ha picchiato lei, perché non l'hai chiamata tu la polizia?" E io: “Amico, non voglio mettere mia madre nei guai e, in ogni caso, è la mia parola contro la sua, nonostante sia io quella ridotta male".

Debby, 14 anni, racconta: “Io e mia mamma litigavamo molto, molto pesantemente e io ero piccola, magrolina e sottile come la maglietta che indosso, e mia madre era molto più grande di me, quindi pensava di poterne approfittare. Adoro mia mamma, mia madre mi faceva impazzire, tirava fuori il peggio di me e un giorno le ho tirato un coltello e le ho detto di smettere. Così mi hanno messo in una maledetto ospedale psichiatrico”.


Ragazze maltrattate e ignorate

Anche quando le ragazze hanno riferito le loro esperienze a operatori delle istituzioni, sono state spesso ignorate, hanno dovuto fare ritorno in case violente o sono state punite ulteriormente.

Ad esempio, Aracely, 19 anni, ha descritto così la prima volta che è stata portata in un carcere minorile dopo aver parlato con gli agenti: “… Ero andata a scuola, perché avevo paura di tornare a casa. Non volevo tornare a casa con mio padre [a causa di abusi] ... Ho detto qualcosa come: non voglio più andare con mio padre, davvero non voglio andare più con lui, e loro mi hanno detto: “parleremo con tuo padre e ci sono andati; poi sono ritornati nella stanza e mi hanno detto di alzarmi e mettermi le mani dietro la schiena, ed è allora che sono stata arrestata”.

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In questa dichiarazione Aracely descrive la scelta di non tornare a casa per evitare ulteriori abusi da parte di suo padre. Dopo essere andata a scuola, ha detto a un agente che non voleva tornare a casa. Alla fine l'ufficiale l’ha scortata a casa e ha parlato di persona con suo padre. L'ufficiale ha deciso che il comportamento di Aracely equivaleva a una fuga, l'hanno arrestata e per la prima volta è stata trattenuta in detenzione.

Dimostrando la natura complicata delle vite e delle esperienze dei giovani, come osservato da Rogoff, Annabel, 17 anni, ha affermato: “Mio ​​padre ha esagerato con me ... non ha mai picchiato gli altri. Non li ha mai maledetti o insultati. Niente del genere. Ero l'unica esclusa dalla famiglia. Ed ero molto vicina a mia madre. Io e mia madre eravamo così vicine, ma lei non ha mai fatto nulla perché l'abuso si sarebbe rivolto a lei se avesse detto qualcosa o l’avesse denunciato.

E non l'ho fatto nemmeno io - mi è sempre stato detto "Non puoi tradire tuo padre". Quindi non ho mai detto nulla, ma ne lui mi picchiava, si vedeva - andavo a scuola, lo scrivevano. Se ne avessi parlato e, ad esempio, delle assistenti sociali fossero venute a casa, mio padre avrebbe dichiarato 'Oh, no. Ha litigato a scuola, qui non è successo niente". O qualcosa del genere. Quindi, è sempre rimasta una cosa tra me e lui. È stato orribile...”

Annabel continua descrivendo come le percosse ricevute da suo padre abbiano contribuito al suo primo arresto e alla successiva detenzione:

“Io e mio padre non siamo mai stati vicini. E non lo saremmo mai stati - mi sentivo esclusa, quindi me ne stavo sempre per strada. Stavo sempre via così alla fine mio padre mi cacciava. Chiamava i poliziotti e diceva che ero scappata, e così ho iniziato a mettermi nei guai con la polizia".

Incluse quelle citate sopra, 14 delle ragazze nello studio hanno subito abusi da parte dei loro genitori. Quando hanno tentato di combattere contro gli abusi, di evitare le loro case o i loro genitori o hanno denunciato i loro abusi a figure istituzionali come la polizia e gli assistenti sociali, le ragazze sono spesso finite nel sistema giudiziario minorile e in detenzione.

Tuttavia, la ricerca volta su queste situazioni ha a lungo dimostrato che qualsiasi detenzione minorile mette i giovani a rischio di ulteriori incarcerazioni e di altri potenziali danni al loro benessere e a un loro sviluppo positivo.

Leticia Silot, una giovane precedentemente incarcerata, ha scritto del suo tempo trascorso nella sala per ragazzi del carcere, dei suoi sentimenti e delle esperienze fatte lì, e ha sostenuto che sarebbe meglio abolirlo, il carcere minorile.

Ricordando i suoi sentimenti di disperazione, vulnerabilità e mancanza di controllo nel corso della sua vita, Silot ha suggerito che invece di spendere somme superflue per trattenere i giovani in un sistema che li danneggia soltanto, tali soldi dovrebbero andare a programmi e risorse che "aiutino effettivamente i giovani a trovare un posto e una voce nel mondo, invece di rovinare le loro vite”.

Tutte le ragazze coinvolte nello studio, concludono le autrici, di sicuro sarebbero d’accordo su questo, in particolare data la loro necessità di avere una terapia e sistemi di supporto dopo aver subito pesanti abusi all’interno delle loro famiglie.

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