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Sembra che i genitori non dovrebbero preoccuparsi troppo del comportamento deviante dei loro ragazzi adolescenti, a condizione però che nel corso della loro prima infanzia fossero educati e rispettosi o, quantomeno, non manifestassero atteggiamenti aggressivi in modo continuativo.

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Un recente studio indica che coloro che hanno compiuto reati per tutta la vita, mostravano un comportamento antisociale sin dalla giovane età e avrebbero una struttura cerebrale marcatamente diversa da adulti.

Secondo i dati del Ministero della Giustizia del Regno Unito, il 24% dei maschi in Inghilterra e Galles di età compresa tra dieci e cinquantadue anni nel 2006 aveva avuto almeno una condanna, rispetto al 6% delle femmine.

Precedenti lavori hanno dimostrato che il crimine aumenta nell'adolescenza e nella giovane età adulta, ma che la maggior parte degli autori di reati, passato quel periodo burrascoso, diventano adulti rispettosi della legge, e che solo una minoranza - sotto il 10% della popolazione generale - continua a compiere reati per tutta la vita.

Tali tendenze sono alla base di molte moderne strategie di giustizia penale, anche nel Regno Unito, in cui la polizia può usare il proprio potere discrezionale per decidere se un giovane colpevole di un reato debba entrare formalmente nel sistema giudiziario.

Ora i ricercatori affermano di aver scoperto che gli adulti con una lunga storia di reati, mostrano notevoli differenze nella struttura del cervello rispetto a quelli che hanno sempre avuto una vita onesta o che hanno trasgredito solo da adolescenti.

"Questi risultati avvalorano la ricerca precedente che evidenzia come di fatto esistano diversi tipi di giovani autori di reato – e che i ragazzi che violano la legge non sono tutti uguali. Di conseguenza, non dovrebbero essere tutti trattati allo stesso modo "ha affermato la professoressa Essi Viding, coautrice dello studio presso l'University College London.

La professoressa Terrie Moffitt, una coautrice della ricerca della Duke University nella Carolina del Nord, ha affermato che lo studio ha contribuito a far luce su quello che potrebbe esserci dietro un comportamento antisociale persistente.

“Sarebbe potuta essere solo una scelta compiuta dal gruppo dei recidivi nel corso della loro vita, i quali avrebbero "liberamente" deciso di vivere in modo arrischiato, mentre avrebbero potuto risolversi a fare cose diverse.

Penso, però, che quanto osserviamo da questi dati sia che, di fatto, queste persone stanno realmente operando sotto il vincolo di qualche handicap a livello del cervello".

La studiosa aggiunge che, sebbene individui di questo genere possano aver compiuto gravi crimini, lo studio suggerisce che nei loro confronti una certa comprensione deve essere adottata.

Il team dei ricercatori afferma che i risultati suggeriscono che è necessario fare di più per identificare i bambini che mostrano segni di comportamenti antisociali continuativi, per offrire loro o ai loro genitori un adeguato supporto – un intervento che potrebbe ridurre comportamenti criminali più avanti.

Il professor Huw Williams, un neuropsicologo clinico dell'Università di Exeter, che non ha partecipato alla ricerca, sostiene la necessità di queste attività di prevenzione, affermando che non è scolpito nella pietra che un bambino con comportamenti antisociali diventi poi un autore di reato in modo continuativo.

"Questo studio, dice, rafforza la necessità di aiutare i bambini e i giovani che hanno difficoltà ad autoregolarsi, affinché vengano aiutati il più presto possibile per ridurre il rischio di una escalation del comportamento antisociale" ha affermato, suggerendo che un approccio potrebbe essere quello di incrementare e potenziare le attività di sostegno presenti nelle scuole.

La ricerca è stata pubblicata rivista Lancet Psychiatry, il team riferisce di come abbia utilizzato i dati di 672 persone nate in Nuova Zelanda nel 1972-73. Registri dettagliati del comportamento antisociale dei partecipanti sono stati raccolti a intervalli regolari dall'età di sette anni fino all'età di ventisei anni. All'età di quarantacinque anni, i partecipanti sono stati sottoposti a una scansione del cervello.

Il team ha diviso i partecipanti in tre gruppi in base alla loro storia di comportamento antisociale: 441 mostravano pochi segni di tale comportamento, 151 erano stati antisociali solo da adolescenti e ottanta mostravano un comportamento antisociale dall'infanzia in avanti.

Quest'ultimo gruppo presentava livelli più elevati di cattiva salute mentale, consumo di droghe e un background più privato rispetto a quelli degli altri gruppi. Inoltre, il loro comportamento antisociale o criminale era generalmente più violento rispetto a coloro che avevano compiuto reati solo da adolescenti.

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I ricercatori hanno scoperto che le scansioni cerebrali di adulti che avevano una lunga storia di reati, mostravano una superficie più piccola in molte regioni del cervello rispetto a quelle delle persone che non avevano mai commesso illegalità.

Avevano anche una materia grigia più sottile in regioni legate alla regolazione delle emozioni, alla motivazione e al controllo del comportamento – modalità del comportamento con le quali era ben noto che avessero avuto difficoltà. Il team di ricerca afferma che i risultati si sono confermati anche quando sono stati presi in considerazione altri fattori come il QI e lo stato socioeconomico.

Anche coloro che erano stati autori di reato solo da adolescenti mostravano alcune differenze nello spessore medio della materia grigia, rispetto ai partecipanti che non avevano mai violato la legge, ma nessuna differenza nella superficie.

Tuttavia, lo schema di causa ed effetto per i trasgressori continuativi è tutt'altro che chiaro. Il team afferma che i fattori genetici e ambientali - come la deprivazione infantile - potrebbero aver modellato il cervello nelle prime fasi della vita. È anche possibile che altri fattori successivi come il fumo, l'alcol o l'abuso di droghe possano aver causato cambiamenti nel cervello.

Un altro limite della ricerca, è che le scansioni cerebrali sono state eseguite solo quando i partecipanti erano adulti, mentre solo un piccolo gruppo presentava un comportamento antisociale a lungo termine, il che significa che sono necessari studi più ampi per essere sicuri che i risultati siano validi. Inoltre, oltre il 90% dei partecipanti era bianco e il team ha esaminato solo un tipo di tessuto cerebrale.

Williams ha inoltre aggiunto che la possibilità di lesioni alla testa, che giocano un ruolo nelle differenze cerebrali, non è stata considerata in modo sufficientemente solido, nonostante che tali eventi influenzino il cervello e il comportamento e siano più comuni tra le persone con uno stato socioeconomico inferiore.

Il professor Kevin McConway, della Open University, ha affermato che anche se le differenze cerebrali fossero dovute alla genetica o ad altri fattori della prima infanzia, potrebbero essere questi stessi fattori, non le risultanti differenze cerebrali, a essere alla base del comportamento antisociale persistente.

"È vero che questi risultati della ricerca sono coerenti con l'ipotesi che il comportamento antisociale persistente nel corso della vita insorga a causa di uno sviluppo cerebrale anormale" ha affermato McConway. "Ma le osservazioni coerenti con un'ipotesi non significano che l'ipotesi debba essere vera, solo che non può ancora essere esclusa".

Restano, in definitiva, consistenti obiezioni a una possibile estensione dei risultati della ricerca, le cui evidenze tuttavia che potrebbero essere utilizzate per potenziare le attività di prevenzione della devianza che si fanno con i soggetti più giovani.

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