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Qualche giorno fa nel quartiere Baggio sono stati arrestati ragazzi, alcuni dei quali minorenni, accusati di crimini particolarmente efferati. Sono stati definiti “baby gang”, si è fatto un richiamo ad “Arancia meccanica”. Su internet sono disponibili filmati e fotografie del gruppo in azione.

20131002 Baby gang milanoSono accusati di aver picchiato e rapinato, di essersi in particolare accaniti nei confronti di un ragazzo ebreo, di un clochard, di un uomo disabile, perché gay, di tre ragazzi eritrei - continuando a picchiarli “anche quando le vittime erano a terra” - per invidia, avendo i tre giovani da poco siglato un contratto con una casa discografica.

Se anche ci fossero esagerazioni giornalistiche, se anche solo metà dei fatti fosse vera, non cambierebbe l’ammutolimento che provoca una notizia del genere. Non è la quantità in casi come questi un discrimine. La violenza, la spietatezza, l’accanimento nei confronti dei più deboli, dei diversi, degli inermi, è un’oscurità che non si sa come attraversare, come affrontare.

Eppure qualcosa bisogna riuscire a dire, a pensare, a proporre. Non si può non cercare di sostenere una sfida del genere e semplicemente voltare la schiena e “buttare la chiave” della prigione in cui questi ragazzi sembrano essere rinchiusi. Il degrado culturale, umano, il nulla morale che sembra aver alimentato l’esistenza di questi ragazzi perché possano aver fatto quello che hanno fatto, è una cosa che riguarda tutti, è la coda velenosa degli stessi principi e “valori” che in altre zone della società regolano il benessere materiale, la considerazione politica nei confronti dell’avversario e del diverso, le facili scorciatoie al successo e a una “ribalta” che sembra a disposizione di tutti, e così via.

Qualcosa dobbiamo fare, pensare. Ma cosa? Cosa concretamente si può fare con ragazzi come questi?

Bene. Siamo coinvolti. Qualcosa dobbiamo fare, pensare. Ma cosa? Cosa concretamente si può fare con ragazzi come questi?

L'altra sera eravamo alla presentazione del libro “Vira la vida”, una pubblicazione di Terre di Mezzo che parla di ragazzi vittime di abusi sessuali. Don Gino Rigoldi ha preso brevemente la parola scusandosi perché doveva correre a casa dove lo aspettavano i suoi “figli” per la cena, ragazzi che hanno commesso i reati più gravi e che lui ha accolto. Immancabilmente ha raccolto la sfida della giornata e ha parlato anche dei ragazzi di Baggio, appena arrestati. Ha raccontato di averli visti in carcere. Li ha definiti “magrolini”, ragazzi come tanti, lontani dal profilo al negativo così “impressionante” dato dai giornali.

Ha detto che nei confronti di un ragazzo difficile basta stendere la mano verso il suo cuore, puntare al cuore, farlo sentire in relazione, fargli sentire la considerazione della sua persona, il valore dei suoi atti, perché qualcosa alla fine si muova. Attendere, puntare al cuore, avere fiducia.

Sentendo queste parole è stato come se una luce fendesse l’oscurità dell’ammutolimento. Ammutolimento, lo ribadisco, che nasce all’idea del dolore, dell’avvilimento, della paura, delle ferite delle vittime.

Mi è capitato, non tante volte ma mi è capitato, di entrare in relazione con ragazzi che avevano commesso delitti terribili, in alcuni casi ripugnanti, crimini di cui avevano parlato a lungo i giornali. Ogni volta sono stato colpito soprattutto dal loro smarrimento, dalla loro solitudine. Sembrava che si trovassero di fronte alla loro vita come a qualcosa che li spaventasse, un territorio vastissimo di cui conoscevano solo quel piccolo spazio che avevano devastato. Davanti a loro ho sentito, meravigliandomi io stesso, non l’orrore del passato ma la vastità, l’apertura del futuro. Un territorio appunto vuoto, tutto da percorrere: con la possibilità di un passo nuovo, un passo non dimentico del passato, ma forte di un cambiamento, di una maturazione cui anch’io dovevo contribuire.

Ho sentito sostenere che non esistono ragazzi cattivi. Io credo che questa affermazione sia vera solo per quanto la cattiveria sia costitutiva di tutti noi, e anche dei ragazzi. Come la bontà, come la spietatezza, come la compassione, e così via. Dobbiamo dirci che la cattiveria e la spietatezza hanno prevalso, se verranno confermate le accuse, nei ragazzi di Baggio, e proprio dicendoci questo possiamo avere fiducia che il bene, la comprensione, la compassione possano un domani avere la meglio in loro. Dobbiamo attenderli, come dice Don Rigoldi.

Questa è la responsabilità cui ora sono chiamati gli operatori del carcere che hanno in affidamento quei ragazzi.

E la strada è quella di una relazione forte, che ammonisca ma che dia anche fiducia, una relazione uno a uno, responsabilizzante, una fermezza che offra però anche un varco, una speranza. Una fermezza senza sconti ma non cieca.  Questa è la responsabilità cui ora sono chiamati gli operatori del carcere che hanno in affidamento quei ragazzi.

In quei ragazzi l’umano si è incrinato, si è distorto, il peggio ha prevalso, ma questo non è un destino ineluttabile. La sfida è di riuscire a metterli di fronte a se stessi, alla vastità e alla bellezza della responsabilità e delle possibilità, guidando in un’altra direzione le loro risorse. Senza affrontare e sostenere questa sfida, che certamente è ardua e fallibile, la società perderebbe un pezzo di se stessa. E l’abbandono e la sfiducia colpirebbero non solo quei ragazzi, lasciati a un destino già scritto, ma anche le loro vittime, consegnate di nuovo all’arbitrio di una società in cui violenza e cecità vengano considerate come fattori ineluttabili e mai affrontati alla loro radice, perché della società i ragazzi, tutti i ragazzi, presto o tardi diventeranno radice.

 

L'autore.
Scrittore, lavora come consulente per attività di comunicazione e progettazione sociale.

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