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Quando passo da quelle parti in bicicletta, vedo che è rimasto tutto uguale – stesse baracche e roulotte e piste di fango nel campo che accompagna per due, trecento metri una traversa della provinciale, persa tra capannoni industriali e muri ciechi e grate di cemento. Dietro le grate, un nulla di rovi e vetri rotti.

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Uguale a quando andavo a prenderlo per accompagnarlo in qualche azienda, da un florovivaista – alla fine in una cooperativa che produceva immaginette e oggetti sacri. Un campo di sinti. Quasi sempre all’inizio della strada c’era qualcuno di loro che sembrava fare da sentinella. Mi conosceva e faceva finta di non conoscermi, come se fossi uno che avesse sbagliato strada. Alla mattina presto non vedevo nessuno in giro, negli spazi tra le baracche, ma non smettevo di sentirmi osservato, mentre entravo nel fango del campo dove tutto sembrava dormire, a cercare il ragazzo in una baita con la porta spalancata oltre la quale non si vedeva niente, a bussare su una roulotte dove forse stava dormendo. La roulotte era il suo orgoglio, averne una tutta per sé. Forse uno zio gli avrebbe venduto la sua per trecento euro. Il Comune aveva assegnato a qualche famiglia un appartamento, ma non ci vivevano, preferivano scendere al campo, mangiare con gli altri, fuoco e sedie spaiate e cani che saltano. Anche lui aveva qualcosa di selvatico e di simpatico, come un bastardino tutto pelo e occhi. Diciassette anni, quasi diciotto. Lo avevano chiamato con il nome di un cantante rock, uno dei più famosi, ma usando il cognome e mescolando le ipsilon e le i e ficcandoci qualche e di troppo. Dunque, potremo chiamarlo Bowy, perché nessuno lo riconosca, e sarà quasi la stessa cosa. Del cantante rock aveva il ciuffo nero, la fronte alta e gli occhi un po’ persi e svagati, come di uno che non si abituasse all’idea della vita che gli stava toccando di vivere.

Sorrideva sempre, come se la vita gli piacesse in tutto, anche nel freddo, nel fango, nel giubbotto duro come legno, nella mancanza di soldi e nelle mani nere. Quando l’avevano arrestato aveva divelto la porta della stanza-cella a calci, al Centro di Prima Accoglienza, perché gli sembrava di impazzire a stare chiuso là dentro, così come sarebbe impazzito al chiuso in un appartamento.

Anche se avevamo il pudore di non dirlo a voce alta, in tutti noi c’era la convinzione di poter fare qualcosa anche per lui – che anche per lui andasse giocato il diritto di puntare a un lavoro. Come per tutti gli altri ragazzi. C’era un po’ di testardo idealismo dentro questo diritto. La stessa illusoria determinazione di chi gli aveva assegnato un appartamento. Volevamo che avesse la stessa moneta che veniva data a tutti, o un po’ di scuola o un po’ di lavoro. Qualcosa da costruire nei mesi del percorso penale, per poterselo poi spendere nella vita, quando sarebbe stato da solo. Qualcosa di riconoscibile, anche per lui. Per Bowy. Che forse se la sarebbe cavata bene a allevare cavalli, a inventarsi decorazioni in ferro, a battere il ferro e a piegare il rame, come dicevano le sue ascendenze, quel po’ di arte che doveva avere respirato attraverso i vecchi del campo. Lui di sicuro, fino a quel momento, se l'era cavata bene con le birre e con il sonno fino a mezzogiorno. Un altro forse ce l’avrebbe fatta, ma non Bowy, prigioniero di un’inerzia sconfinata, arreso alla sua bellezza senza nerbo, al suo desiderio di libertà gratuita. Semplicemente gratuita e semplicemente libertà. Mi trattava come se fossi io lo scemo, come fanno i bambini con gli adulti, quando recitano la loro parte di bambini.

Abbiamo attraversato le falde dell’hinterland di Milano in polverosi, cupi pomeriggi invernali, quando tra un autobus interurbano e l’altro passa il tempo del giudizio universale. A una fermata ai bordi della provinciale, sullo sterrato. La stessa strada che avrebbe dovuto ripercorrere lui ogni mattino, fuori dalla roulotte, poco dopo l’alba. Non ce l’avrebbe mai fatta, lo sapevo. Facendo il tragitto con lui ne assimilavo l’impossibilità. Lui sorrideva e ripeteva sicuro che ce l’avrebbe fatta, che gli piaceva l’idea. Un lavoro con le piante, una piccola paga. Comprarsi la roulotte. Non mi sarei dovuto preoccupare. Assolutamente. Intanto fumava, scalciava un po’ i sassi, si sfregava le mani per riscaldarsele. Vestito male. Sembrava che il freddo gli avesse cucito una seconda pelle sulla pelle. Tanto che era dura, e nera.

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Una volta che abbiamo dovuto prendere il treno, uno di quei treni dei pendolari con la gente in piedi tra i sedili, all’inizio non ci hanno notati, perché Bowy sembrava un ragazzo come tanti, solo con i capelli un po’ troppo lunghi per le mode, e con il ciuffo. Dopo un momento, si spostavano, insospettiti, fino a lasciarci soli su quattro posti. E non era solo l’odore, la trascuratezza che trapelavano da lui a un esame più attento, ma qualcosa di più selvaggio, di incompatibile con l’ora, con la stanchezza, con il desiderio di semplicità, con il sussiego dei pendolari all’ora del ritorno.

All’azienda agricola l’avrebbero preso, anche dal florovivaista. Lì pelle scura e giubbotto vecchio di cent’anni, lì scarpe infangate e sigaretta eternamente appesa al labbro facevano invece affinità. La complicità della terra, del buio e del gelo all’aperto, dove ancora tocca di muoversi tra attrezzi e macchinari penetrati dall’ombra.

Gli altri operatori dicevano che non ce l’avrebbe mai fatta. A alzarsi tutte le mattine, a reggere i ritmi di un lavoro che non fosse solo un’idea di lavoro. Non volevamo rassegnarci alle cooperative per disabili. Ma qualcosa dovevamo produrre per il giudice. E allora ne abbiamo trovata una, vicino al campo, e l’abbiamo portato lì. Il responsabile all’inizio, forse, non avrebbe voluto. Non era abituato a lavorare con ragazzi come Bowy, che in quel posto sembrava un centometrista tra gente addormentata. Non era abituato a avere uno che sembrava un cantante pronto a salire sul palco, a dipingere madonne sul legno, a ritagliare immaginette, a impacchettare candele.

Mi vergognavo anch’io di lasciarcelo, Bowy, in quel posto, ma il tempo stringeva e erano mesi e mesi che non combinava niente. All’inizio l’ha presa bene. Gli pagavamo il biglietto dell’autobus, se la faceva a piedi e usava i soldi per le sigarette. Qualcosa guadagnava, un piccolo rimborso per le ore. Le ore che passava là dentro. I primi giorni ci è andato regolarmente. Quattro ore per giorno. Poi ogni tanto saltava. Non ce la faceva a tirarsi fuori dal letto. Lo immaginavo là dentro la roulotte con la bomba della stufetta a gas. Sigarette e gas. Il responsabile della cooperativa se l’era preso a cuore e qualche mattina andava con l’auto fino all’incrocio sulla provinciale. Lo chiamava al cellulare e poi partiva per recuperarlo. Bowy andava alla cooperativa forse per la cioccolata, per il cibo, per le sigarette da fumare in cortile, guardando oltre il vetro quelli che stavano lavorando.

Le volte che l’ho accompagnato per la strada deserta, in quel luogo di capannoni e officine e di bar-tabacchi per un quarto d’ora di lusso, durante il lavoro, mi saltellava a fianco come un folletto, con il suo giaccone a quadri, il ciuffo, dondolando con la testa e le spalle, lo sguardo che frugava per terra e il sorriso e gli occhi lucidi di un amico. Sembrava che volesse far contento me, che il male fosse lontano come un sogno finito per sempre.

Vorrei chiudere dicendo che è andata bene, che il giudice gli ha concesso la cancellazione della pena e che adesso lui sta a godersela nella roulotte, comprata con i soldi che gli abbiamo passato, vivacchiando con qualche lavoretto di terra e di ferro.
Vorrei dirlo per quel suo cervello un po’ matto, metà da bambino, metà da folletto. Ma un giorno l’assistente sociale, quando ho chiesto, un giorno in cui come tante volte ho chiesto, perché era bello parlare di lui, di Bowy, ricordare questa e quella cosa, quelle uscite da matto, quelle gentilezze improvvise – un giorno l’assistente sociale mi ha detto che era agli adulti, finito nel nulla di quelli in attesa di udienza, preso in flagrante forse perché non sapeva nemmeno capire cosa fosse la maggiore età, ormai arrivata, e quale la differenza tra un furto e una rapina. Là nel nulla degli adulti abbiamo provato a raggiungerlo, con la scusa di portargli gli ultimi soldi del tirocinio, ma non c’è stato verso – là dove non ci sono porte di legno da sfondare a calci, dove finisci quando finisce quel pezzetto di strada che puoi fare fuori dal campo, con gente che ci crede. Un tratto troppo breve, per uno come Bowy. 

L'autore.
Scrittore, lavora come consulente per attività di comunicazione e progettazione sociale.

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