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Un commento alle affermazioni sul femminicidio del leader neocatecumenale alla manifestazione convocata a Roma il 20 giugno scorso “contro la teoria del gender”.

Vive di presupposti ben singolari la frase di Arguello, leader neocatecumentale, sul femminicidio, pronunciata a Roma sabato 20 giugno durante una manifestazione contro la cosiddetta “teoria del gender”. Per chi ha a che fare con la violenza di genere quotidianamente, come avviene (anche) alla Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati così spesso chiamata ad intervenire dopo maltrattamenti o femminicidi, o in qualsiasi tribunale per i minorenni, è difficile tacere.

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Per non essere tacciati di manipolazione riporteremo in fondo l’esatta trascrizione di quel suo passaggio. Non ciò che viene prima (si parla di Adamo ed Eva, di conferimento dell’identità da parte di Dio all’uomo…) perché mera parentesi teologica rispetto a quanto sembra stargli veramente a cuore, e che ha già annunciato, cioè appunto spiegare perché tanti uomini uccidono le partner.

Ordunque, il “teorema di Arguello” risulta dimostrato e si regge in piedi soltanto se davvero:

  • tutti gli assassini (sì, assassini) sono atei;
  • costoro erano già stati lasciati dalla moglie (lo sconforto per l’amore perduto sarà lo stesso nelle unioni more uxorio?);
  • le mogli che li lasciano si sono scoperte lesbiche (si parla infatti di una moglie che lascia il marito per un’altra donna);
  • i sociologi sono, essi pure, atei;
  • i bambini sono proprietà e non persone, e in quanto cosificati vengono ammazzati dal papà per fare dispetto alla mamma alla stregua di quando si straccia un abito o si butta una fotografia.

La semplice osservazione della realtà dice che nessuno di questi presupposti è vero. I primi quattro qualche volta, non sempre; l’ultimo, mai.

Eppure c’è un aspetto di quel discorso che merita di essere preso in considerazione: chi arriva ad uccidere come reazione all’abbandono esprime un dolore per lui insopportabile, tanto che l’unica, provvisoria, illusoria via d’uscita che balena nella mente dell’oltraggiato è annullare fisicamente la radice della sofferenza. Su per giù come cavare un dente.

L’uomo che uccide è, insomma, ottusamente centrato su sé soltanto, incapace di riconoscere uno spazio e una volontà a chi considera “sua”. È, anche, un uomo che si percepisce attaccato alla base della propria identità e che fuori da quel rapporto sente di non esistere più. Il che può perfino essere vero – magari non tutte le volte.

Ora, dal discorso non è facile capire se Arguello considera questa sua posizione la constatazione di un dato di fatto, o una sua interpretazione personale, oppure ancora l’indicazione (di sé medesimo?, dei neocatecumenali?, della Chiesa?) su ciò che è giusto, o persino naturale (si parlava un po’ troppo di “natura” in quella piazza), con conseguente attribuzione di colpa a chi (ah le donne, cattive!) scompiglia il corretto ordine delle cose.

Propendere per l’ultima ipotesi è facile. Forse tendenzioso: l’oratore non dice. Tanto per fare un esempio, non dichiara esplicitamente se a suo modo di vedere è giusto che gli uomini uccidano le donne che lasciandoli gli sottraggono la ragione di esistere o, soltanto, questo è ciò che accade. Certo non si domanda quali esseri straordinari e superiori siano le donne, che pur tradite o lasciate assai raramente uccidono “lui” e quasi mai i figli. (In genere soffrono e basta; talune affrontano periodi di depressione o si fanno del male ma non ne fanno a “lui”. Questo come si spiegherebbe, nell’antropologia cristiana?).

Una cosa, sì, è certa: come l’uomo che uccide vede solo se stesso, così l’oratore vede soltanto l’uomo, il punto di vista di lui, la sua sofferenza, il suo dolore. Gli uomini maltrattanti – chi scrive ne incontra, per mestiere, parecchi – sono proprio così: vittime, maltrattati loro per primi. E soffrono, non c’è dubbio alcuno. Ma non hanno spazio per un punto di vista che non sia il proprio.

Allo stesso modo Arguello non sembra chiedersi quale sia il vissuto della donna tra quelle stesse mura e se violenze ci siano state anche prima dell’uccisione (generalmente sì). Occorrerebbe cioè l’azzardo di riconoscere dignità di persona alla donna – e perché no, già che ci siamo anche ai bambini eventualmente coinvolti – e muovendo da lì, e non un centimetro più indietro, rivedere tutto, ricomprendere tutto, e vedere se il “teorema di Arguello” regge ancora. Chi scrive pensa davvero che non regga un bel niente.

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Un ultimo argomento vale la pena sfiorare: è un dispetto alla donna, questa reificazione in specchio ossequioso per il narcisismo e la fragilità del maschio, ma è un dispetto per l’uomo, ugualmente, questo appiattimento dell’identità. La persona si sente viva quando è amata, dice in sostanza Arguello, e se si pensa alle farfalle nello stomaco questo può pure essere vero. Ma se parliamo di un adulto maturo, con un’identità che regge e lo conduce nelle alterne e magmatiche vicende dell’esistenza, non si vede perché l’amore di una moglie (di un marito) debba essere quell’unica tessera indispensabile che da sola fa crollare il domino. Come se un uomo – una donna – non avesse anche un’identità professionale, un’identità legata alle relazioni familiari, e amicali, e al rapporto con se stesso/a vivaddio, con le proprie passioni, i propri ricordi, i propri valori, e certo anche con i figli (toh!) per chi ne ha, se curiosamente li considera persone-in-relazione anziché merce di scambio.

Quale sia la ragione, o il fondamento, o la bellezza di un’identità unidimensionale, dipendente fin nel midollo e drammaticamente pronta a franare, non è proprio dato di capirlo. L’abbracciano a volte, sia uomini sia donne, riportandone ferite non lievi, talvolta mortali. Ma non è un problema di ateismo né di intensità dell’amore, e non c’è proprio niente da invidiare.

 

LE PAROLE DI KIKO ARGUELLO

"Ci sono tanti casi di questo tipo (femminicidio, ndr), dicono che questa violenza di genere sia causata dalla dualità maschio-femmina ma per noi non è così. Quest'uomo (si riferisce a un caso di cronaca nera in Svizzera, dove Matthias Schepp ha rapito le figlie e poi si è ucciso, ndr) ha ucciso le bambine per un'altra ragione. Se quest'uomo è ateo nessuno gli conferisce l'essere come persona, ha solo una moglie che gli dà un ruolo: "Tu sei mio marito" e così lui si nutre dell'amore della moglie.

Ma se la moglie lo abbandona e se ne va con un'altra donna (ma non è il caso di Matthias Schepp, ndr) quest'uomo può fare una scoperta inimmaginabile, perché questa moglie gli toglie il fatto di essere amato, e quando si sperimenta il fatto di non essere amato allora è l'inferno. Quest'uomo sente una morte dentro, così profonda che il primo moto (sic) è quella di ucciderla e il secondo moto, poiché il dolore che sente è mistico e terribile, piomba in un buco nero eterno e allora pensa: "Come posso far capire a mia moglie il danno che mi ha fatto?" Allora uccide i bambini. Perché l'inferno esiste. I sociologi non sono cristiani e non conoscono l'antropologia cristiana, il problema è che non possiamo vivere senza essere amati prima dalla nostra famiglia, poi dagli amici a scuola, poi dalla fidanzata e infine da nostra moglie".

L'autore.
Sociologa e counsellor, è giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna e lavora per il Comune di Ferrara nell’ufficio Diritti dei minori. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento.

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