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Quando una volta i ragazzi, ai primi anni dell'università, tornavano a casa per le vacanze, erano pronti a "saturare" i loro genitori con il racconto di tutte le esperienze fatte nella loro nuova vita. Ooggi forse no. Quelli più giovani di loro potrebbero anche non avere niente da dire a chi li aspetta a casa, visto che alcuni genitori sono costantemente in contatto con i figli, tutto il giorno, tutti i giorni.

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Julie Lythcott-Haims, esperta di questi temi, pensa che non sia una buona cosa. Anzi, che sia una pessima abitudine da un punto di vista educativo. Ha trascorso più di dieci anni ad accogliere le matricole dell'Università di Stanford, e ha fatto di questa esperienza il materiale per un libro intitolato: "Come crescere un adulto".

Per definire l’iperprotezione si usa l’espressione "helicopter parenting", coniata nel 1990, la quale indica una genitorialità caratterizzata da un controllo e una vicinanza asfissianti.


Ai giorni nostri mamma e papà non rischiano di precipitare dall'elicottero, possono restare costantemente a “sovrastare” i figli tramite uno smartphone, tenendo letteralmente in mano la loro prole, per guidarla e assisterla. Peggio ancora, i ragazzi da parte loro sono felici che il rapporto con i genitori continui in questo modo - forse non possono ancora davvero farne a meno.

Pur lavorando con studenti molto brillanti, mi sono resa conto che con il passare degli anni i nuovi arrivati sembravano sempre meno in grado di occuparsi delle cose della vita.

Bravissimi con la tecnologia ma molto meno con se stessi, facevano capire quanto spesso comunicassero con i genitori, sms più volte al giorno, per chiedere al padre o alla madre cosa fare in questa o quella situazione.

Stavo già rimproverando per la loro mancanza di autonomia questi ragazzi da cinque o sei anni, quando una sera, a casa, mi sono resa conto che stavo ancora tagliando la carne a mio figlio di dieci anni, di fatto condannandolo alla dipendenza da me.

Analizzando questo mio comportamento ho potuto mettere meglio a fuoco il legame tra i genitori e i miei studenti universitari, i quali, anche se molto bravi accademicamente, sembravano impotenti esistenzialmente.

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Vale anche per la maggior parte di quelli che oggi hanno 18, 20 anni?

Se un diplomato di scuola superiore sceglie la carriera militare, comemolti fanno, ci va bene che un diciottenne venga inviato a fare un lavoro importante e pericoloso.

Nessuno in questo caso afferma che non sia in grado di comportarsi in modo responsabile. Eppure, con i ragazzi che scelgono un corso di laurea di quattro anni non succede questo, pensiamo che l’università sia tanto impegnativa da renderli bisognosi di una costante presenza dei genitori.

Vedevo in genere tutto questo in famiglie della classe media e medio-alta, sia in termini di disponibilità di tempo che di denaro.

I genitori della classe operaia, i colletti blu, le famiglie povere, non hanno i mezzi per coltivare le tendenze infantili dei loro ragazzi.

Sono preoccupati per cose fondamentali come il cibo e l’abitazione. Una situazione comune anche alle altre università, i miei colleghi raccontavano di ragazzi forti e fiduciosi in se stessi solo all’interno dei college residenziali.

Quelli che si comportano in questo modo sono gli stessi genitori babyboomers che, alla stessa età, chiedevano indipendenza e libertà. Che cosa è cambiato?

I boomers hanno iniziato questa tendenza, la cosiddetta Gen X l’ha continuata, presumibilmente perché porta nel breve termine a delle “vittorie”: quando si “microgestiscono” i figli in ogni momento, si raggiungono buoni risultati.

Ci sono solo costi tremendi a lungo termine. Il mantra dei boomers era: "contesta l’autorità ". L'ironia è che loro sono così determinati alla propria auto-realizzazione, che privano i figli della loro voce.

La crescita delle paure irrazionali generata dalle fiction sulla criminalità, di gran lunga sproporzionate rispetto alla realtà, contribuisce al fenomeno dell'"helicopter parenting".

Ci comportiamo come se rapimenti e aggressioni di minori possano accadere in ogni angolo di strada.

Un'altra influenza negativa è quella dell’azione sull’autostima. Un ragazzo fa una cosa che non va bene, ottiene un risultato pessimo e noi diciamo: "Perfetto!" Un ragazzo fa uno scarabocchio su un pezzo di carta e noi diciamo: "Perfetto! Sei un genio!" Perfetto è diventato un tic retorico.

I ragazzi si fanno trascinare da questo senso esagerato delle loro capacità e pensano di dover essere perfetti sempre, e di esserlo di fatto, per poi sbattere contro la realtà e annullare le aspettative quando si rendono conto di non esserlo.

Tu sottolinei che possono sentirsi paralizzati davanti a interazioni sociali ordinarie.

Forse a causa della paura dell’estraneo, anche perché i telefoni cellulari permettono di interagire con i coetanei senza dover passare attraverso il contatto con gli adulti.

Se ai nostri tempi telefonavamo a un amico, era facile che rispondesse uno dei suoi genitori e dovevamo chiedere "Scusi, signora posso parlare a Karen?".

Ai miei figli di 14 e 16 anni non mi piace fare telefonate. Mia figlia una volta ha detto: "Ho bisogno di una nuova tuta? Mi accompagni in macchina al negozio per vedere se ne hanno una?".

Le ho risposto: "Non ho intenzione di guidare fin là solo per chiedere. Hai provato a telefonare?" E lei: "Oh, no, non mi piace farlo!"

Ho capito che avevo bisogno di affidarle cinque compiti che potessero essere risolti solo facendo una telefonata. "Dovrai fare esperienza con il telefono, perché è necessario sapere come parlare con uno sconosciuto al telefono e saper porre una domanda ".

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Quanto la tecnologia può favorire tutto questo?

La tecnologia non lo favorisce; sta aggravando la tendenza di genitori e figli nell’essere in costante contatto.

Mi stavo già occupando della questione dei genitori iperprotettivi prima degli smartphone, prima di facebook. Uno degli elementi più dannosi dell’avere internet nelle nostre tasche è che i genitori possono monitorare ogni movimento dei loro ragazzi.

Molte scuole hanno un portale on-line in modo che un genitore possa controllare i voti tutti i giorni.

I ragazzi si sentono invasi. I genitori stanno sempre a controllare, sono sempre di guardia. Ci sembra sempre che, se non lo facessimo, i nostri figli potrebbero mandare tutto a rotoli,, rovinare il loro futuro o essere rapiti da un fantomatico sconosciuto.

La nostra possibilità di sapere dove si trovano in tutti i momenti ha solo amplificato il terrore.

In alcune università si cerca di evitare discorsi che facciano sentire gli studenti a disagio. L’obiettivo essenziale dell’istruzione superiore è sotto attacco se i professori non possono insegnare e discutere con gli studenti anche di argomenti difficili.

Se durante l'infanzia si è cercato calmare e contenere emozioni e sentimenti, evitando di dire la verità e di far sentire mediocri i propri ragazzi, invece di incoraggiarli ad affrontare quello che sono, accade che poi da giovani adulto rimangano frastornati dal fatto che nel mondo esistano atteggiamenti mentali e ideologie sconvolgenti.

C'è sempre la possibilità di far suonare un campanello di allarme prima della lezione: "Stiamo per parlare di stupro, omicidio, soggetti estremamente delicati, per cui fatevi forza perché queste cose potrebbero avvenire anche vicino a casa vostra".

Bisogna fare così, non evitare la discussione. Abbiamo raggiunto la possibilità di concedere questa posizione assurda, che un ragazzo possa dire: "Dimmi quello di cui mi stai per parlare e io sceglierò se restare e impararlo", il che è veramente dannoso.

La grande depressione e poi una guerra mondiale nel secolo scorso hanno fatto diventare uomini dei ragazzi.

Come si fa a instillare il senso di responsabilità quando non accadono disastri?

I genitori sono spesso così preoccupati per il rendimento scolastico e dal riuscire a garantire ai figli una prospettiva di arricchimento, che evitano loro di occuparsi di cose come rigovernare la tavola, lavare i piatti, buttare la spazzatura o preparare la lavatrice.

I giovani finiscono per non sapere come fare per assumersi delle responsabilità.

Questo mina la loro capacità di diventare quel genere di lavoratore che un datore di lavoro vuole: qualcuno che partecipa, che si rimbocca le maniche e dice: "Come posso essere d’aiuto qui?" invece di "Perché non tanno applaudendo ogni mio movimento?".

L’infanzia non li ha preparati a ciò che il mondo del lavoro chiederà loro di fare.

L’”helicopter parenting” prosegue anche dopo l’università?

Certo. I genitori intervengono anche sul posto di lavoro: "Non sono d'accordo con la valutazione delle prestazioni che avete dato del mio bambino".

Usano la parola "bambino" per riferirsi a dei ventenni, e questo è un indicatore di come stiamo spingendo l'adolescenza fino alla soglia dei trent’anni.

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Quali saranno le conseguenze?

La generazione dei millennials è la più ampia che, almeno in America, abbia visto la storia. Abbiamo bisogno che assumano le leve di comando della società. È ancora da capire se avranno la volontà e la capacità di farlo. I millennials usano la parola "adulto" come un verbo. Dicono: "Non mi sento adultare oggi".

Sono rincuorata che sappiano che l’"essere adulti" esista, ma scoraggiata dal fatto che pensino: "Io non voglio essere quello".

Non biasimo per nulla i millennials. È il modo in cui sono stati cresciuti. Per loro è sconcertante scoprire che il mondo non soddisfa ogni loro esigenza come hanno fatto i genitori. 

Qualcuno ha detto scherzando che ci sarebbe stata una class-action dei millennials contro i genitori, una volta che si fossero resi collettivamente conto del danno che è stato fatto loro.

I genitori possono creare un ambiente protetto per aiutare i bambini a sbagliare e a rendersi conto di non essere all’altezza di qualcosa, e a imparare dagli sbagli?

Non c’è bisogno di costruire un ambiente protetto per fare questo. Sarebbe un passo indietro. Quando i ragazzi sperimentano una battuta d'arresto – non sono ad esempio in grado di fare i compiti – non è nostro compito risolvere questo problema.

Il modo migliore di imparare per un bambino è quello di provare quella sensazione di disagio, di sperimentare conseguenze che sono piccole nel grande schema delle cose. Alcuni obietteranno a questo qualcosa di stupido, come "Se mio figlio stesse annegando, dovrei solo girare al largo, starmene lontano?" Ovviamente no.

Dove il ragazzo si trova in una situazione potenzialmente dannosa per la vita e l'incolumità fisica, naturalmente, occorre precipitarsi a proteggerlo. Il problema è che ci comportiamo sempre come se fosse questione di vita o di morte.

Quali sono le cose più urgenti da affrontare per districare questa intricata questione?

Il nostro lavoro come genitori è quello di “smettere di lavorare”, punto. Non siamo fatti per fare da genitori ai nostri figli per tutta la loro vita, o la nostra.

Il nostro compito è quello di garantire che abbiano le competenze necessarie, la fiducia in loro stessi. Li ameremo sempre, ma la cosa più amorevole che possiamo fare per loro è quello di prepararli all'età adulta, piuttosto che fingere che saremo sempre lì a risolvere le cose per loro.

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