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La frequentazione dei pari, per un adolescente, è un fattore evolutivo importante quando rappresenta la possibilità di sperimentare, socializzare, definire la personalità, ma comporta anche il rischio di adeguarsi a comportamenti devianti o pericolosi. Amicizie e contesto possono infatti portare a una diffusione della violenza.

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Lo sostiene uno studio che mostra come la violenza si diffonda come una malattia contagiosa tra gli adolescenti.

I ricercatori della Ohio State University hanno scoperto che gli adolescenti hanno il 183 per cento in più di probabilità di compiere alcuni atti di violenza se uno dei loro amici ha commesso lo stesso atto. Ma la diffusione della violenza non si ferma agli amici, secondo i risultati dello studio, che mostrano come il contagio si estenda fino a quattro gradi di separazione - da una persona ad un amico, ad un amico dell'amico e ad altri due amici ancora.

"Questo studio dimostra come la violenza possa essere contagiosa" ha dichiarato il Dr. Robert Bond, autore principale dello studio e professore associato di comunicazione presso la Ohio State University. "Gli atti di violenza possono rimbalzare attraverso una comunità, viaggiando attraverso le reti di amici, e moltiplicandosi."

I partecipanti allo studio hanno evidenziato il 48 per cento in più di probabilità di essere stati coinvolti in un pestaggio, il 183 per cento in più di probabilità di aver ferito un'altra persona, e il 140 per cento in più di probabilità di avere minacciato con un’arma qualcuno, se un amico è stato coinvolto nella stessa situazione e ha adottato lo stesso comportamento.

Questi risultati sono in sintonia con altri studi che hanno dimostrato che le caratteristiche di comportamenti che vanno dalla felicità, a un’alimentazione che porta all'obesità, al fumare, si diffondono all'interno delle reti sociali, più o meno agli stessi tassi percentuali riscontrati in questa ricerca, secondo i ricercatori.

"Ora abbiamo la prova che dimostra quanto importanti siano le relazioni sociali nel diffondere comportamenti violenti, proprio come lo sono per la diffusione di molti altri tipi di atteggiamenti e comportamenti" ha sottolineato il dottor Brad Bushman, professore di comunicazione e psicologia alla Ohio State e coautore dello studio.

I dati dello studio provengono da 5.913 giovani che hanno partecipato al National Longitudinal Study of Adolescent Health (ADD Salute) e che sono stati intervistati in modo approfondito.

Ai partecipanti è stato chiesto di nominare fino a cinque amici maschi e cinque amiche femmine della loro scuola in entrambe le interviste. È stato chiesto quanto spesso negli ultimi 12 mesi fossero stati coinvolti in uno scontro fisico grave, quanto spesso avevano fatto del male a qualcuno, abbastanza male da avere bisogno di medicazioni o cure di un medico o di un infermiere, e la frequenza con cui avevano utilizzato un coltello o una pistola contro qualcuno.

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I ricercatori hanno poi analizzato se gli amici di ogni studente - e amici di amici, e così via – avessero riferito di aver commesso gli stessi atti di violenza.

La constatazione che gli adolescenti sono stati più propensi a commettere atti di violenza se i loro stessi amici lo avevano fatto, non è sorprendente, secondo il professor Bond. Gran parte di tali associazione è legata a ciò che gli scienziati chiamano "effetto di clustering" - persone con interessi simili, compresa l’abitudine e l'uso della violenza, tendono a raggrupparsi insieme e diventare amici, ha osservato.

I risultati hanno mostrato che ogni amico che aveva seriamente fatto del male a qualcuno ha aumentato del 55 per cento la probabilità che un partecipante avesse fatto a suo volta del male, anche dopo aver tenuto conto degli effetti di clustering e di altri fattori. Se si prendono in considerazione solo i partecipanti di sesso maschile (che avevano più probabilità rispetto alle donne di ferire gravemente gli altri), allora la probabilità è aumentata all’82 per cento, secondo i risultati dello studio.

Gli scontri e i comportamenti violenti sono così comuni tra questi adolescenti, che è difficile determinare il ruolo effettivo dell’influenza. D'altra parte, l’utilizzo di un’arma è risultato tanto poco frequente, che i ricercatori potrebbero non aver avuto a disposizione un campione abbastanza ampio per determinarne l’influenza, ha affermato il dottor Bond.

Lo studio è il primo a dimostrare in che misura il comportamento violento può diffondersi all'interno di una rete sociale, rimarca il professore.

I risultati hanno mostrato che l'influenza dell’atto violento di una persona può diffondersi fino a due gradi di separazione (amico di un amico) nel caso di colpire qualcuno fino a ferirlo, tre gradi (amico di un amico di un amico) nel caso di colpire qualcuno con un’arma, e quattro gradi per conflitti con esito ancora più grave.

L'influenza diminuisce con ogni grado di separazione, ma nonostante questo risulta ancora evidente.

Ad esempio, uno studente, secondo quanto emerge dallo studio, ha circa il 48 per cento in più di probabilità di aver partecipato a un pestaggio se un amico è stato coinvolto in uno scontro analogo. Ma esiste un ulteriore 18 per cento in più di probabilità di aver partecipato a una rissa se un amico di un amico lo ha fatto.

Questo risultato è particolarmente importante perché mostra l'importanza sociale dei programmi anti-violenza.

"Se siamo in grado di fermare la violenza in una sola persona, questo risultato si diffonde all’interno della sua rete sociale" ha concluso il professor Bond.

"Stiamo in realtà prevenendo la violenza non solo in quella persona, ma potenzialmente in tutte le persone che entrano in contatto con lui".


Lo studio è stato pubblicato nell’American Journal of Public Health.

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