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Le relazioni educative con gli adolescenti procedono a tante velocità. C’è un tempo per contenere e un tempo per dare stimoli, un tempo per trattare emozioni difficili e un tempo per essere propositivi e affiancare i ragazzi nella loro esplorazione delle opportunità.

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La scorsa settimana mi sono soffermata sulle conseguenze più gravi del bullismo. In questi giorni sto contribuendo a completare il report finale del progetto “Con(n)essi” promosso da Salesiani per il Sociale, un progetto il cui sottotitolo già dice tutto (Progetto sperimentale di contrasto e prevenzione del bullismo e del cyberbullismo attraverso un uso responsabile, consapevole e creativo dei social network, in una logica di alleanza tra generazioni e territori), e mi trovo a riflettere sull’altra faccia del fenomeno, ovvero su come gli adulti possono accostarsi ai ragazzi nella quotidianità non per fare invasione di campo ma affinché non siano soli.

La riflessione, allora, si sposta sulla prevenzione, su come predisporre contesti – familiari, scolastici, educativi – che contengano anticorpi efficaci contro pericolosi virus quali la violenza tra pari, la distorsione della comunicazione, la disumanizzazione dell’altro, l’accanimento verso chi appare fragile o diverso.

Nei progetti di prevenzione e contrasto del bullismo, eventualmente cyber, c’è e deve esserci un po’ di tutto questo se non si vuole scadere nel terrorismo o nella mera prescrizione, una versione aggiornata del vecchio “Non accettare caramelle dagli sconosciuti” in versione informatica.

In Con(n)essi abbiamo cercato di occuparcene in molti modi. Uno di questi è stato l’elaborazione di quelle che abbiamo chiamato Politiche Anti Violenza (o Policy Against Violence, a darsi un po’ di arie, comunque in sigla PAV) da parte dei nodi della rete progettuale, scuole e centri educativi pomeridiani – quasi tutti oratori salesiani, ma non soltanto – presenti in quattordici regioni italiane.

Dagli albori degli studi sul bullismo è noto che per contrastare le prepotenze ci vuole un’attenzione continua e, vorrei dire, organizzata, intenzionale, da parte di tutti gli attori del sistema scuola e a tutti i livelli del loro intervento: dalla gestione degli spazi e dei tempi all’ascolto individuale, dall’elaborazione in gruppo delle relazioni tra pari alla gestione nonviolenta dei conflitti, dall’educazione ai media alla proposta di progetti nei quali i ragazzi siano primi attori, perché – parafrasando Capitini – chi può insegnare agli altri impara più profondamente.

Dotarsi di una PAV è stato un consiglio per le scuole italiane fin dal 2007, con le prime “Linee di indirizzo generali ed azioni a livello nazionale per la prevenzione e la lotta al bullismo” emanate dal Ministero alla P.I., ed è un dovere dal 2017, con la legge n. 71 sul cyberbullismo. Per i centri pomeridiani è stato invece un fatto nuovo, una scelta e non un obbligo, quindi un percorso che non ha avuto la polvere della routine. Gli educatori l’hanno vissuto in modo costruttivo e per niente banale. La lettura dei testi fa immaginare che cosa ha voluto dire ritrovarsi insieme a descrivere caratteristiche e finalità del contesto in cui si opera e declinare in modo preciso le forme con cui ci si impegna a prendersi cura delle relazioni. Farlo è di per sé una prevenzione del bullismo senza neppure il bisogno di nominarlo.

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Nelle PAV dei centri e delle scuole c’è poi una sezione dedicata alla rilevazione delle prevaricazioni, attraverso un’osservazione più attenta da parte degli adulti ma anche l’offerta di momenti e canali di dialogo in cui i ragazzi stessi possano confidare ciò che stanno vedendo, e un ultimo capitolo per descrivere l’intervento – chi fa cosa – qualora tra gli adolescenti si sviluppino relazioni basate sulla prepotenza.

Riempire questi titoletti (chi siamo e che cosa vogliamo offrire ai ragazzi che incontriamo; cosa intendiamo per bullismo e cyberbullismo e in che modo ci riguarda; come ci impegniamo per prevenirlo; cosa facciamo per metterci in grado di riconoscerlo al suo sorgere, qualora accadesse; come ci comportiamo se un adolescente viene preso di mira, fermando la violenza e attivando tutte le componenti del gruppo con gli adulti di riferimento) non ha niente di scontato. Costruisce alleanza tra le figure educative, tra il dentro e il fuori (sia la prevenzione sia l’intervento sono più efficaci se scuole e centri educativi possono contare sull’alleanza tra loro e con altri soggetti del territorio), mette al riparo dall’angoscia che prende quando il bullismo si evidenzia in modo inatteso con la sofferenza di un ragazzo o una ragazza in difficoltà.

Non penso necessariamente al tentativo di suicidio, anche all’isolamento relazionale o al ritiro da scuola. Una brava coordinatrice di un Centro per le famiglie romagnolo mi raccontava di recente di come un progetto per contrastare l’abbandono scolastico ha ricondotto alla necessità di occuparsi di bullismo, così spesso causa del rifiuto della scuola.

Ricordarcelo in questi giorni, con l’inizio del nuovo anno 2022/23 e con la ripresa delle attività ordinarie anche nei centri educativi pomeridiani, è un auspicio di attenzione buona verso i ragazzi e le ragazze. Di uno sguardo a loro dedicato nella quotidianità, in modo intelligente e profondo, perché oltre “la paura del debutto e il tremore dell’esordio”, scrive Niccolò Fabi in “Costruire”, c’è tutto il resto. Una versione live pianoforte e voce con Stefano Bollani si può ascoltare qui, al minuto 8’ 47”

La prima è l’impegno con cui gruppi di genitori si sono ritrovati a imbastire dei decaloghi

Uno dei decaloghi, scritto dai genitori nella sede di Torino, propone alcune proposte molto interessanti in questo senso: “Ascoltarsi reciprocamente con attenzione”, “Imparare ad accettare rispettare il desiderio dell’altro”, “Non nascondere le proprie paure nel confronto con l’altro”, “Essere simpatici in famiglia”, “Dare ognuno il proprio contributo al benessere familiare”, “Affrontare insieme le difficoltà”, “Non giudicare mai un comportamento senza prima aver capito la motivazione”.

Ben sette punti del decalogo su 10 non hanno in modo diretto nulla a che fare con Internet, telefoni, social. Solo tre contenuti riguardano direttamente questi argomenti: “Non usare il telefono mentre sei a tavola”, “Consentire ai genitori di controllare i social utilizzati dai figli”, “Limitare l’uso dei social ai tempi concordati”. Come si vede una delle competenze più complesse per i genitori di oggi è trovare l’equilibrio tra l’attenzione sugli strumenti e l’attenzione sulle persone e sulle relazioni.

testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

L'autore.
Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.