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La sala era gremita! È stata per me un’emozione fortissima entrare al Teatro dell’Argine di San Lazzaro di Savena, il 16 gennaio scorso, e vedere tutti quei bambini insieme ai loro insegnanti, pronti a partecipare allo spettacolo “Papà di sole e papà di tempesta”. Dico “partecipare” non perché dovessero salire sul palco – non sarebbe stata una novità ma non questo è il caso – ma perché è questo che i bambini fanno a teatro se sono sufficientemente liberi di esprimersi.

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La loro presenza in sala s’intuisce già dal corridoio per il vociare festoso dell’attesa quando, mentre gli adulti per una legge implicita economizzano energia e se ne stanno composti nelle loro seggioline di velluto scarlatto, loro la spargono a piene mani, vi sono immersi e non possono tenerla per sé.

Si abbassano le luci e gli occhi sono puntati sulla scena. Le prime battute suscitano risate quelle belle, di pancia, che si contagiano e trasmettono energia preziosa. Certamente la coglie l’attrice, Bibi, sola in scena, che deve badare a se stessa, ai pupazzi di Nico e di papà Osvaldo e alla favolosa scenografia e riesce a farlo con ritmo ed emozione, energia e tenerezza. Ma in sala si diffonde anche la paura, anche la tristezza, e il pubblico trattiene il fiato fino all’abbraccio finale e poi al gioco divertito, quando il groppo in gola si scioglie in una risata liberatoria.

Ho scritto la favola “Papà di sole e papà di tempesta” (ed. meridiana 2015, solo e-book) ormai dieci anni fa dopo aver ascoltato dalla voce di un bambino una storia di violenza familiare. Non era la prima volta che mi capitava, tutt’altro, e non so perché proprio lui mi abbia colpita così profondamente ma questo è quanto è avvenuto. Ho scritto questa favola perché si sentisse meno solo chi come lui è testimone della violenza familiare. Questi ragazzi, mi dicevo, non capiscono cosa sta succedendo in casa, spesso non hanno qualcuno con cui poterne parlare e vivono, oltre alla durezza degli eventi, l’asprezza ulteriore della solitudine. Occorre tradurre poeticamente l’angoscia per renderla digeribile e cominciare a dire che di queste cose si può parlare.

Però questa storia è anche tante altre cose: un itinerario nelle emozioni difficili come la rabbia, la tristezza e la paura; un inno alla solidarietà; un invito a confidarsi con chi ci può ascoltare. Per gli adulti, un richiamo affinché prestino un orecchio attento alle parole dei bambini.

Sullo sfondo il testo veicola la convinzione che la rabbia, perfino quando sfocia nella violenza, possa essere trasformata, con molto impegno e con l’aiuto di chi è in grado di accompagnare questo percorso; c’è insieme la consapevolezza che questa trasformazione non è sempre possibile e allora il lieto fine è il cambiamento, perché la violenza non dovrebbe mai abitare nelle case dei bambini.

Proporre “Papà di sole e papà di tempesta” a teatro prima d’ora è stato quasi imbarazzante. Non per le classi ma per i loro insegnanti che hanno conosciuto anticipatamente la storia, l’hanno apprezzata, ma all’ultimo – quasi tutti – si sono ritirati per il timore di sottoporre gli alunni a contenuti troppo scottanti. In fondo, anche comprensibilmente, c’era la loro paura, la loro riluttanza a confrontarsi poi con emozioni e confidenze difficili da maneggiare.

Li capisco davvero eppure, mi dico, nello strumentario di un bravo insegnante le competenze vengono affinate di continuo per la curiosità degli allievi di fronte alle notizie di guerre o attentati, ai naufragi di migranti o alle catastrofi naturali. Nel tempo capiterà, poi, che un alunno affronti il lutto di un familiare, una separazione, un trasferimento non voluto, il tradimento di un’amicizia importante. Accade nell’infanzia, ed è un’emozione totalizzante come e forse più che da adulti, di subire ingiustizie, di sentirsi soli e rifiutati o non compresi dagli altri. Un educatore che dedichi tempo ai piccoli non può sfuggire a questi appuntamenti, che qualche volta comprendono le difficoltà familiari, fino alla violenza.

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Se tuttavia qualcuno avesse ancora dubbi sulla possibilità di parlare di temi difficili a teatro, le domande dei nostri spettatori le fugherebbero. Ad accoglierle eravamo in tanti – Vittoria De Carlo, direttrice artistica; Paolo Fronticelli, regista; Biljana Hamamdzieva (Bibi), attrice; Carmela Delle Curti, scenografa, e io stessa come autrice – e tutti eravamo necessari perché tante e disparate erano le curiosità dei nostri spettatori.

Parecchi quesiti riguardavano aspetti tecnici (“Come hai fatto a fare il rumore dello specchio che si rompe?”, “Quanto tempo ci hai messo a fare la scenografia?”, “Di che cosa è fatto il mantello del papà di tempesta?”), altri l’interpretazione attoriale o le scelte registiche (“Come fai a dare una voce diversa a tutti i personaggi?”, “Perché quando il pupazzo parla giri la faccia?”, “Perché hai scelto di mettere in scena questa favola e non un’altra?”). Non mancavano, certo, le richieste di precisazioni sul rapporto tra i personaggi.

Ecco io sono convinta che, quando domandavano perché Nico fa la pipì a letto dopo le urla tra i genitori o come mai, per papà Osvaldo, guardarsi nello specchio magico manda via la tempesta, ponessero interrogativi a metà. Credo proprio che quei bambini sotto sotto conoscessero già le risposte ma avessero voglia di ascoltarle dalla voce degli adulti, che li prendessero sul serio e si fermassero, accanto a loro, a ragionare sulle cose.

“A me lo spettacolo ha fatto piangere”, ha detto una bimba, “ma mi ha fatto anche ridere”. Come nella vita, abbiamo concordato. Risa e lacrime stanno insieme, come erano mescolate insieme le domande che io ora, per dare ordine al discorso, ho provato a classificare. Si capiscono meglio ma c’è meno allegria, perché nell’ordine di parola dettato causalmente dal passaggio del microfono, nella miriade di mani alzate, era tutto un passare dalle magie della scena alle emozioni più profonde, in una commistione retta dall’autenticità e dalla voglia di stare insieme.

Un bimbo, il primo ad alzare la mano, ha affermato convinto: “A me lo spettacolo è piaciuto tantissimo”. Non mi sono accontentata: “Ci vuoi dire perché ti è piaciuto?”. “Mi è piaciuto tanto, perché, volevo dire, il mio papà è di tempesta”. Parole accolte e certo non indagate, in un’atmosfera che trasmetteva calore e leggerezza insieme, ma riprese separatamente con l’insegnante.

“Sapevo della situazione che vive in famiglia”, ci ha detto, “e ho scelto questo spettacolo anche per lui. Desideravo che si sentisse compreso e che potesse dare un nome a quello che sta succedendo”.

Anche per questo si scrivono le favole, anche per questo si fa teatro.


testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta