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Direttive ministeriali hanno recentemente sollecitato il divieto dell’uso di cellulari e smartphone non solo durante le lezioni, come prevede da tempo la legge, ma in generale nel corso del tempo scolastico, almeno fino alle medie inferiori. Una prescrizione condivisa da diversi paesi europei.

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Il divieto, sospeso in casi particolari nei quali i dispositivi elettronici sono fondamentali per l’apprendimento e la salute fisica di alcune categorie di studenti, è giustificato dal fatto che smartphone e tablet possono diventare un elemento, oltre che di distrazione, anche di tensione nel rapporto tra studenti,  docenti e personale scolastico.

Le richieste di vietare ai giovani al di sotto dei 16 anni di possedere smartphone o di accedere ai social media vengono avanzate in molti paesi da diversi gruppi sociali. Le preoccupazioni riguardano il tipo di contenuti a cui i giovani possono accedere (potenzialmente dannosi e illegali) e come le interazioni su questi dispositivi potrebbero portare a esperienze negative o addirittura sconvolgenti.

I pedagogisti e gli studiosi della materia sono però in gran parte dell’avviso che i divieti su smartphone o social media per gli adolescenti potrebbero fare più male che bene.

Non sono convinti che i divieti a un'età arbitraria rendano i giovani più sicuri o felici, né che tali restrizioni siano supportati da prove sugli effetti dell'uso della tecnologia digitale da parte dei giovani.

In generale, la maggior parte dei giovani ha un rapporto positivo con la tecnologia digitale, sostengono questi esperti, affermando che diverse ricerche hanno mostrato che poco più di due terzi dei partecipanti non avevano mai vissuto esperienze spiacevoli online.

Ricerche su larga scala sulla relazione tra i social media e il benessere emotivo hanno concluso che c'è poca evidenza che i social media portino a danni psicologici.

Detto questo, purtroppo ci sono momenti in cui i giovani visionano contenuti digitali spiacevoli o subiscono danni psicologici a seguito di interazioni online. Tuttavia, possono allo stesso modo vivere esperienze spiacevoli o dannose su un campo da calcio, durante una festa di compleanno o giocando a carte con i loro coetanei.

Sarebbe più insolito, affermano polemicamente alcuni psicologi, sebbene non del tutto inedito, che gli adulti chiedessero di vietare ai ragazzi attività come queste. In questi casi della vita reale, il consiglio che viene dato a un giovane, educativamente, è in genere quello di rivolgersi a un adulto e di parlare con lui della brutta esperienza vissuta.

Tuttavia, quando si tratta di tecnologia digitale, sembra esserci un ritorno costante alla semplice richiesta di divieto.

Le esperienze di prevenzione in altri ambiti di pericolosità e abuso sociale, come il sesso in età precoce o l'accesso a droghe o alcol, dimostrano che i divieti non eliminano tali comportamenti. Allo stesso tempo, si sa che i divieti faranno sì che i giovani non si fidino delle possibili reazioni degli adulti se sono turbati da qualcosa e vogliono cercare aiuto, ed evitano pertanto di farlo.

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I giovani avrebbero bisogno di poter contare su un dialogo e un confronto con gli adulti sulle loro esperienze online ma, nella maggior parte dei casi, non lo fanno, per timore di divieti o incomprensioni.

Mentre la gran parte degli adulti tende a censurare l’uso dei social perché pericoloso, il suggerimento avanzato dagli studiosi più aperti all’online, è quello di far sì che i giovani si sentano più sicuri di parlare delle esperienze negative. I ragazzi hanno bisogno di sentire fiducia per aprirsi e parlare di cose spesso difficili e imbarazzanti.

Due cose, in definitiva, sono particolarmente importanti per affrontare esperienze spiacevoli online: un'educazione efficace e adulti con cui possano parlare e sentirsi sicuri di ricevere comprensione e supporto.

Un quindicenne che subisce abusi a seguito di interazioni sui social media probabilmente non sarebbe sicuro di confessarlo se sapesse che la prima risposta che riceverà sarà un ammonimento. Eviterà di confidarsi con un genitore che gli dirà che non sarebbe dovuto andarci online e fare quello che ha fatto, e che dunque la colpa è sua.

Esiste sufficiente ricerca che suggerisce che vietare ai minori di 16 anni di avere telefoni cellulari e utilizzare i social media non sarebbe efficace. Gli studi sull'accesso diffuso dei giovani alla pornografia, ad esempio, illustrano i fallimenti di anni di tentativi di impedire ai ragazzi di accedere a questi contenuti, nonostante l'età legale per la visione della pornografia sia 18 anni.

La diffusione di telefoni di seconda mano e del mercato dell'usato rende estremamente difficile essere sicuri che ogni contratto di telefonia mobile rifletta accuratamente l'età dell'utente. È una sfida grande e analoga a quella dei commercianti che vendono alcol per verificare l'età di un cliente.

Organizzazioni e istituzioni in diversi paesi stanno introducendo sistemi di verifica dell'età online per l'accesso ai contenuti per adulti, ma sembra che, almeno per ora, la conseguenza sia semplicemente che le piattaforme allestiscano blocchi dichiarativi in ingresso. È noto, poi, sottolineano gli esperti, che la garanzia dell'età (usando algoritmi per stimare l'età di qualcuno) è meno accurata per gli under-13 rispetto a quanto non accada per le età più avanzate.

Creando ostacoli e divieti, in sostanza, si erode la fiducia tra coloro che potrebbero essere danneggiati e coloro che possono aiutare. Sebbene queste proposte siano fatte con le migliori intenzioni, purtroppo sembrano destinate al fallimento.

Occorre invece mirare a una migliore comprensione da parte degli adulti e a un'educazione migliore per i giovani.

Certo durante una lezione è bene che la distrazione dell’online e degli smartphone sia fuori gioco. Ma la scuola, e gli adulti in generale, devono riuscire a mettere in campo processi educativi fondati sulla responsabilizzazione e non sul divieto, per promuovere nei giovani autocontrollo e capacità  di cogliere il meglio che la realtà virtuale può offrire.


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