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Felipe (nome di fantasia) è arrivato da noi quando aveva diciassette anni. Un ragazzo nato in Italia, di origine sudamericana. Alto, forte, dava un’impressione di grande potenza fisica, alla quale però corrispondeva una altrettanto marcata fragilità e vulnerabilità interiore. È stato segnalato al nostro Centro dal Servizio sociale del Tribunale per i Minorenni di Milano.

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Felipe aveva commesso un reato pesante, una rapina aggravata, e aveva trascorso diversi mesi al carcere minorile Beccaria, prima di ricevere un provvedimento di messa alla prova.

Era stato disposto un collocamento in comunità. Felipe ha provato il dispositivo comunitario per due volte, senza riuscire a reggerlo. Si è fatto espellere entrambe le volte, mettendo in atto comportamenti aggressivi, rendendosi responsabile di illeciti, scatenando risse e rifiutando regole. Provocava gli educatori, rispondeva male, scappava, faceva costante uso di cannabinoidi, risultando sempre positivo ai test.

La comunità educativa, in altre parole, non era lo strumento adatto per promuovere un suo recupero e raggiungere l’obiettivo pedagogico e giuridico della messa prova.

Perché il Centro Diurno Diffuso per Felipe

Felipe se ne andava dalla comunità e tornava a casa. La sua famiglia non poteva garantire da sola un presidio educativo. Il nucleo familiare, in quel momento, viveva in un contesto di housing sociale. Oggi ha avuto l’assegnazione di una casa popolare ma in quel periodo, quando abbiamo accolto Felipe nel nostro servizio, la famiglia dipendeva interamente dal servizio sociale. Il Comune garantiva il supporto di educatrici domiciliari che però avevano in carico l’intero nucleo familiare e non potevano garantire un supporto personalizzato al ragazzo.

Felipe era una testa calda, se si può dire così. Un fratello maggiore in carcere, una sorella più grande con problemi psichiatrici e un fratello minore con una diagnosi di autismo. Una situazione molto difficile. Il padre un ingombrantissimo assente, dopo averlo cacciato di casa, insieme alla mamma, e averli costretti a vivere di espedienti.

La madre lavorava, ha sempre lavorato, vivendo anche periodi di disoccupazione. Una donna con grandi problemi di gestione del quotidiano. Felipe con lei ha un rapporto simbiotico. Hanno affrontato insieme le difficoltà più estreme, in certi periodi hanno vissuto anche per strada.

Questa in sostanza è la ragione per cui il dispositivo comunitario non ha funzionato con lui.  Il legame di co-dipendenza con la madre era troppo forte. Ha messo in atto tutto quello che era in suo potere per far fallire il progetto e poter tornare a casa da lei, unico tra i fratelli in grado di aiutarla, il solo che potesse “salvarla” – e lei, da parte sua, faceva affidamento su questo.

Il percorso di recupero stabilito dal Tribunale aveva bisogno di uno strumento diverso, più flessibile e allo stesso tempo più forte, per agganciare e sostenere la motivazione di Felipe. Il ragazzo doveva sentirsi non vincolato da una struttura così rigida come la comunità e vivere da protagonista le nuove esperienze che doveva affrontare. Su questo bisogno di autonomia si può far leva, educativamente, per generare responsabilità.

L’avvio del progetto

Abbiamo incontrato Felipe, insieme al suo assistente sociale. Dopodiché abbiamo fissato una serie di colloqui con lui, alternativamente in due o da soli. Felipe ha espresso da subito il bisogno di lavorare. Lavorare, guadagnare. Si è presentato dicendo che voleva arrivare lontano, fare carriera per diventare un uomo solido, in grado di prendersi cura di sua madre. Ha espresso anche il desiderio di riprendere a studiare.

Come si collega questa ambizione di affermazione sociale con la rapina?, mi sono chiesta.

Non è stato facile, all’inizio, arrivare a parlare con lui di questo. Indagare, capire. Mi ha poi spiegato che lo aveva fatto solo per soldi, spinto dal bisogno di un periodo di stenti, con la madre disoccupata. Solo questo lo aveva spinto a rubare. Rapina andata male, una persona colpita da un pugno, un reato grave.

Felipe aveva un grosso problema di gestione della rabbia e delle emozioni, una cosa su cui tutti gli attori coinvolti nel suo progetto hanno da subito iniziato a lavorare.

Il percorso

Il percorso di Felipe presso il nostro Centro è iniziato con un orientamento, sia sulla parte scolastica che su quella lavorativa. Mentre era rinchiuso al Beccaria, il ragazzo aveva partecipato a un corso di caffetteria. Dichiarava ambizioni molte alte, voleva addirittura diventare medico. Ma abbiamo deciso di partire da lì, dall’attività di barista, per vedere come avrebbe reagito.

Abbiamo trovato un esercizio adatto a lui, con un titolare molto presente, una figura caratterialmente importante per affidabilità, senso di sicurezza. Speravamo che Felipe si agganciasse a lui. All'inizio con le figure maschili aveva un grosso problema di fiducia, ma con quell’uomo è entrato subito in una relazione positiva. Un tirocinio che doveva durare due mesi in realtà è proseguito per sette mesi. Quel locale è stato una sorta di porto sicuro per il ragazzo.

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La rete e i primi cambiamenti di Felipe

La rete di persone e organizzazioni che hanno lavorato con Felipe era composta dagli operatori istituzionali e da quelli attivi sul territorio. Il Servizio sociale, la psicologa, il Sert, gli educatori domiciliari, la scuola, gli imprenditori dei tirocini e noi del Centro. Tutti fortemente coinvolti nel progetto e in relazione tra loro.

All’inizio c’era anche un professore di riferimento nella scuola che Felipe aveva voluto tentare, un istituto a indirizzo commerciale. È stato importante che lo facesse, che riconoscesse i suoi limiti. Questo lo ha portato a aderire ancora di più all’attività lavorativa.

È stato un passaggio evolutivo. Ha compreso che quello di arrivare lontano era un obiettivo che si era posto solo per supportare sua madre, ha capito che doveva riuscire a separarsi dalla figura materna così idealizzata, per capire quali fossero i suoi reali bisogni.

Quella scuola era troppo impegnativa per poter essere gestita contemporaneamente al lavoro. Ora è iscritto a un corso da barman, ha sostenuto un colloquio per un nuovo tirocinio in un locale, questa volta sostenuto da una borsa lavoro. Con la prospettiva di essere finalmente in grado di aspirare a un’assunzione stabile.

Come funziona la rete

Il regista è sempre l'assistente sociale. Periodicamente facciamo degli incontri con tutti gli attori coinvolti, per avere uno sguardo sul ragazzo da prospettive differenti, valutare i risultati, ridefinire gli obiettivi. È stato uno scambio molto positivo. Gli operatori coinvolti incontrano regolarmente Felipe e poi si sentono reciprocamente, quando occorre, nel caso di necessità e imprevisti.

Io come tutor per l’autonomia sento regolarmente l'educatrice domiciliare, la psicologa, ovviamente l’assistente sociale e il datore di lavoro. Ci aggiorniamo costantemente. L'assistente sociale guida un progetto comune che viene portato avanti su più fronti. Ci confrontiamo con la psicoterapeuta. Che cosa sta emergendo? Quali sono le difficoltà che Felipe riporta e che potrebbero avere un valore anche rispetto al lavoro, alla scuola? E per il servizio domiciliare, invece: quali sono i temi legati più alla famiglia che stanno emergendo? E rispetto a me, quali sono i temi del lavoro, della scuola che possono essere connessi agli altri aspetti del percorso? È stato fatto un lavoro certosino nel caso così delicato di questo ragazzo.

In che modo il percorso di Felipe ha risposto al paradigma della giustizia riparativa

Inizialmente Felipe non realizzava la gravità di quello che aveva fatto. Non esprimeva minimamente né rimorso né senso di colpa. Non aveva la capacità di mettersi nei panni della vittima.

A un certo punto, però, entrando in relazione con altre persone, sia a scuola che, soprattutto, al lavoro, ha iniziato a riflettere e maturare. I colleghi di lavoro non erano certo dei quartieri alti, bensì persone che spesso si erano trovate in condizioni non gravi come la sua, ma comunque in grosse difficoltà personali e finanziarie. Sul posto di lavoro sono sorti momenti di confronto sulla reciprocità: quando fai qualcosa a qualcuno, devi pensare che quell’altro potresti essere tu.

È stato un punto di partenza che ha permesso a Felipe di iniziare a immaginare se stesso in altri ruoli, oltre a quello che aveva da sempre avuto. Questo sforzo di mettersi nei panni degli altri ha dato i suoi frutti. Lui è molto grande, molto forte fisicamente, però emotivamente molto fragile. Questa sua fragilità, che un po’ alla vota è emersa, gli ha permesso di immaginare cosa significa avere a che fare con una persona forte che si approfitta della tua fragilità e, questo, lo ha portato anche a ripensare anche al suo ruolo nei contesti di marginalità che lo avevano portato al reato.

Tra poco andrà a lavorare in un nuovo bar. Gli è piaciuto molto il titolare, un ragazzo che si è fatto da solo. Abbiamo scelto per lui aziende guidate da persone che possono fargli un po’ da esempio. Persone che hanno messo su un locale da soli, non con i soldi di famiglia. Si sono date da fare, hanno fatto sacrifici per arrivare dove sono. Felipe è uscito dal colloquio dicendo: “Pensa che bello se un giorno io riuscirò ad aprire il mio locale e tu potrai portarmi dei ragazzi messi male come me, per fare delle esperienze e cambiare vita”.

Sempre sul piano della riparazione, Felipe all’inizio ha svolto attività di volontario con i ragazzi disabili al CRH. Ha fatto un accompagnamento ai ragazzi disabili, lui che ha un fratello disabile e una sorella con disagio psichico. Ha capito da subito che proprio per questo era importante che lo facesse.

Forse adesso sarebbe anche pronto a un incontro di riparazione con la vittima.

Tutto questo, sono convinta, è il frutto di un dispositivo come il CDD che non si occupa solo di lavoro, di scuola, di orientamento, ma integra tutte le varie componenti che riguardano il percorso evolutivo di un giovane autore di reato. Affrontiamo la fragilità interiore con la psicoterapia e, allo stesso tempo, interveniamo sulla gestione della rabbia iscrivendolo a un corso di boxe. Gli effetti delle varie componenti del percorso si riversano sulle altre.

La cosa che mi sembra notevole e che voglio sottolineare è che Felipe, attraverso la fiducia che si è stabilita con i vari operatori, ha realizzato che stare a casa con sua madre non è positivo per lui in questo momento, perché sono troppo legati e lui deve trovare una sua strada e affermare la sua identità indipendentemente da lei.

Da poco ha fatto il passaggio agli appartamenti per l'autonomia. Il suo obiettivo ora è stabilizzarsi sulla parte lavorativa. Una volta che ci sarà riuscito, capiremo se ci sono margini per riprendere anche il percorso scolastico.

Abbiamo visto una grande evoluzione in lui, a partire da quando ha capito che non volevamo forzarlo a fare scelte contro la sua volontà, ma che stavamo lavorando per lui, senza costrizioni, a partire da una fiducia reciproca.


 

 In questo articolo Alberto Dal Pozzo, responsabile del progetto di Arimo, parla del Centro Diurno Diffuso: 

I due anni di sperimentazione del “Centro Diurno Diffuso - Progetti educativi di territorio” di Arimo Cooperativa Sociale

Lia Ferrario
Tutor per l'Autonomia, Job Coach, con una formazione in antropologia e etnologia, lavora dal 2017 nei progetti dei Servizi di Orientamento Professionale e Avviamento al Lavoro di Arimo Cooperativa Sociale.

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