L’autostima è un fattore molto più profondo di un generico piacersi, riguarda il modo complessivo in cui una persona valuta il suo valore personale. Può influenzare le relazioni, lo studio, il lavoro e il modo in cui si affrontano difficoltà e insuccessi. Nei giovani adulti, una bassa autostima può diventare persistente e intrecciarsi con ansia, depressione, difficoltà relazionali e una minore qualità della vita.

Uno studio condotto in Svezia ha analizzato la possibilità di intervenire direttamente sulla bassa autostima attraverso una terapia cognitivo-comportamentale svolta via internet e accompagnata dal supporto di un terapeuta. I risultati, pubblicati nel Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, mostrano un miglioramento significativo dell’autostima rispetto a una condizione di lista d’attesa.
Lo studio ha coinvolto 86 persone tra i 18 e i 25 anni, assegnate casualmente a due gruppi. Il primo ha seguito per sette settimane un programma di terapia cognitivo-comportamentale online con il supporto di terapeuti, mentre il secondo è rimasto in lista d’attesa. L’autostima è stata misurata prima e dopo il trattamento attraverso la Rosenberg Self-Esteem Scale. Sono stati inoltre valutati autocompassione, qualità della vita, depressione, ansia e altri aspetti del funzionamento personale.
La bassa autostima non coincide necessariamente con un disturbo psichiatrico, ma può associarsi a difficoltà psicologiche, scolastiche e relazionali. Il rapporto con ansia e depressione, inoltre, può essere reciproco: una bassa autostima può contribuire a sviluppare problemi psicologici, mentre questi ultimi possono a loro volta peggiorare la percezione di sé. Lavorare sull’autostima significa quindi intervenire su un processo capace di coinvolgere diversi ambiti della vita.
Una terapia pensata per il modo in cui ci si vede
Il trattamento si basava su tre prospettive teoriche: il modello cognitivo-comportamentale di Melanie Fennell per la bassa autostima, la teoria dell’autodeterminazione e il concetto di autocompassione. L’obiettivo era lavorare sulle valutazioni negative di sé, rafforzare autonomia, competenza e appartenenza e sviluppare un atteggiamento più benevolo verso se stessi, soprattutto davanti a errori e difficoltà.
Questo approccio parte da un’idea importante: migliorare l’autostima non significa convincersi di essere migliori degli altri o cercare continuamente conferme. Un’eccessiva dipendenza dal successo, dalla prestazione o dal confronto può infatti rendere il senso del proprio valore fragile. Il trattamento mirava quindi a costruire un rapporto più stabile con se stessi, meno dipendente dai risultati ottenuti.
Il programma comprendeva sette moduli, uno per settimana, con materiali informativi ed esercizi rivolti a giovani tra i 18 e i 25 anni. I partecipanti lavoravano sull’identificazione dei pensieri negativi e sulla loro verifica attraverso esercizi concreti, affrontando anche il rapporto tra autostima e rendimento, le relazioni, il senso di appartenenza, l’autonomia e l’accettazione di sé.

La terapia era online, ma prevedeva un accompagnamento umano. Una volta alla settimana i terapeuti fornivano indicazioni personalizzate, commentavano gli esercizi e rispondevano alle domande.
Un cambiamento misurabile
Alla fine delle sette settimane, il gruppo sottoposto alla terapia presentava valori di autostima significativamente migliori rispetto al gruppo in lista d’attesa.
Le analisi esplorative hanno evidenziato miglioramenti anche nell’autocompassione e nella qualità della vita, mentre è diminuita la componente di autostima legata alla prestazione. Questo risultato è coerente con l’impostazione del programma: non costruire semplicemente un’immagine di sé più positiva, ma modificare il modo in cui il valore personale viene definito e mantenuto.
Non basta sentirsi meglio
Il trattamento ha aumentato l’autocompassione e ridotto l’autostima fondata sulla prestazione. I due concetti non sono infatti equivalenti: avere una buona considerazione di sé non significa pensare di essere eccezionali, ma poter riconoscere il proprio valore senza legarlo continuamente ai risultati.
L’autocompassione permette di affrontare errori, limiti e insuccessi senza interpretarli automaticamente come prove del proprio scarso valore. In questa prospettiva, un’autostima più sostenibile può svilupparsi attraverso autonomia, competenza, relazioni significative e senso di appartenenza, anziché attraverso il perfezionismo o il confronto con gli altri.
Anche la qualità della vita è migliorata, con un effetto di entità moderata. I cambiamenti relativi all’ansia, invece, sono risultati più contenuti e non significativi nell’analisi principale. Questo suggerisce che migliorare l’autostima non comporta necessariamente un miglioramento equivalente di tutte le altre difficoltà psicologiche.
Un intervento promettente
Il significato della ricerca, concludono gli autori, sta nella possibilità di intervenire sulla bassa autostima durante una fase della vita caratterizzata da importanti cambiamenti nello studio, nel lavoro, nelle relazioni e nelle condizioni di vita. I risultati suggeriscono che un trattamento online strutturato e supportato da un terapeuta possa rappresentare una strada promettente.
Il dato più interessante riguarda il profilo complessivo del cambiamento: maggiore autostima, maggiore autocompassione, migliore qualità della vita e minore dipendenza del valore personale dalla prestazione. L’obiettivo non è imparare a pensare di essere migliori, ma costruire un modo più stabile e meno condizionato di riconoscere il proprio valore.






