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I disturbi d'ansia sono comuni nei bambini e negli adolescenti, colpiscono  fino al 25 per cento della popolazione giovanile. L'ansia provoca disagio e compromissione delle capacità funzionali e, se non trattata, può portare a brutti voti, a problemi nelle relazioni familiari e all'aumento delle possibilità di disturbi psichiatrici in età adulta. 

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Questi rischi rappresentano un problema importante per la salute pubblica, e sottolineano l'importanza di proseguire gli sforzi per comprendere le cause e lo svilupparsi nei giovani di questo disturbo.

Mentre precedenti ricerche hanno scoperto che i giovani ansiosi tendono a interpretare le informazioni neutre o ambigue come una minaccia, alimentando la sensazione di disagio che caratterizza i disturbi d'ansia, che cosa accada nel cervello e come il cervello possa essere influenzato dall’ansia è ancora poco chiaro. In particolare, in quale parte del cervello informazioni “neutre” si trasformano in informazioni "minacciose" nei giovani ansiosi, è ancora sconosciuta.

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I ricercatori della University of California hanno rilevato che gli adolescenti con disturbi d'ansia mostrano una maggiore attività in una parte specifica del cervello, la corteccia prefrontale mediale, quando interpretano una situazione negativa. I risultati vengono visualizzati nella corrente edizione online della rivista “Biology of Mood and Anxiety Disorders”.

Per lo studio, 16 adolescenti con disturbi d'ansia e 15 ragazzi non ansiosi sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale mentre venivano loro mostrate immagini di persone con un’espressione neutra sul loro volto. I volti sono stati associati a una delle seguenti frasi: una prima che veniva considerata come neutra ("Sta guardando una presentazione") e una seconda che poteva essere considerata come più intimidatoria ("Sta per fare una presentazione").

Gli adolescenti senza disturbi d'ansia non sono stati influenzati dal contesto quando hanno interpretato le espressioni sui volti. Ma quelli con disturbi d'ansia spesso hanno ritenuto i volti neutri più minacciosi quando questi sono stati presentati in una situazione "ansiogena" – una in cui loro stessi potrebbero sentirsi giudicati da coetanei. Questa non è stata una grande sorpresa. Ma quando i ricercatori hanno misurato l'attività cerebrale in queste situazioni, hanno trovato una maggiore attività nella corteccia prefrontale mediale. 

"Sappiamo che la corteccia prefrontale mediale ha un ruolo nei processi sociali ed emotivi, ed è una zona del cervello che si sta ancora sviluppando nel corso dell'infanzia e dell'adolescenza, quindi è stata un “candidato naturale” per l'esame", ha detto il co-autore della ricerca Tara Peris, un professore associato di psichiatria presso l'Istituto Semel di Neuroscienze e Comportamento Umano della University of California. "Il ruolo che questa zona del cervello svolge è di particolare interesse, una precedente ricerca ha dimostrato come influisca su ciò che un'altra persona sta provando."

Questo è tra i primi studi, ha detto Peris, finalizzati a comprendere come i giovani ansiosi attribuiscano significati particolari a stimoli neutri, definendo le condizioni in cui il loro cervello potrebbe suscitare forme elevate di attivazione. Sono necessarie ulteriori ricerche per esaminare e confermare il ruolo di questa parte del cervello nell’ansia adolescenziale, w quanto possa in effetti fungere da “biomarcatore” per questo genere di disturbo.

 

Il Semel Institute for Neuroscience and Human Behavior è un istituto di ricerca interdisciplinare, dedicato alla comprensione del comportamento umano. Studia i fattori genetici, biologici, comportamentali e socio-culturali alla base di un comportamento normale, e le cause e le conseguenze dei disturbi neuropsichiatrici. Oltre a condurre la ricerca, l’istituto cerca di sviluppare strategie efficaci per la prevenzione e il trattamento di disturbi neurologici, psichiatrici e comportamentali, contribuendo al miglioramento delle possibilità di accesso ai servizi di salute mentale e alla definizione della politica sanitaria nazionale.

 

articolo pubblicato nell'area UC Newsroom, University of California, novembre 2013

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