Le rotture di relazioni sentimentali possono innescare attività cerebrali simili a quelle prodotte da un trauma nei giovani adulti, con conseguenze anche fisiche che testimoniano della forza negativa dell’evento e del perdurare di una condizione di sofferenza.

Uno studio realizzato su giovani adulti che hanno vissuto la fine di una relazione sentimentale come un evento traumatico ha rilevato una maggiore reattività nell’ippocampo e nell’amigdala quando i partecipanti osservavano immagini legate a quella rottura, comprese foto del loro ex partner.
Questa attività cerebrale aumentata dipendeva da caratteristiche specifiche della fine della relazione, come chi l’avesse provocata o se i partecipanti si fossero sentiti traditi. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Affective Disorders.
Le relazioni sentimentali svolgono un ruolo centrale nella giovane età adulta, una fase caratterizzata dall’esplorazione dell’identità e dallo sviluppo emotivo. In questo periodo, molti giovani sperimentano le prime relazioni serie e durature, che possono offrire sostegno emotivo, intimità e un senso di stabilità.
Tuttavia, le rotture sono piuttosto comuni in questa fase e possono risultare profondamente dolorose.
I giovani adulti possono provare una intensa sofferenza emotiva, un senso di lutto e un calo dell’autostima dopo una separazione.
Questi eventi possono portare a sintomi di depressione, ansia e, in alcuni casi, anche a stress post-traumatico — soprattutto quando la relazione era altamente significativa. Le rotture possono inoltre minare la fiducia nei futuri partner o influenzare le convinzioni sull’amore e sull’impegno.
Allo stesso tempo, conseguentemente alla fine di un rapporto affettivo, alcuni giovani sperimentano anche crescita personale e maggiore chiarezza sui propri bisogni relazionali. L’impatto psicologico di una rottura dipende da diversi fattori, tra cui la qualità della relazione, le circostanze della separazione e il supporto sociale disponibile per chi la vive.
L’autrice principale della ricerca, A.S.J. Van der Watt, e i suoi colleghi hanno indagato come i giovani adulti che percepivano una rottura come psicologicamente traumatica reagissero a stimoli legati alla separazione attraverso uno scanner fMRI.
In particolare, hanno esaminato le risposte BOLD (blood-oxygen-level dependent) nell’amigdala, nell’ippocampo e nell’insula — aree cerebrali coinvolte nella memoria emotiva, nel rilevamento delle minacce e nell’elaborazione della salienza.
I ricercatori ipotizzavano che i partecipanti mostrassero una maggiore attivazione in queste aree quando osservavano immagini legate alla rottura rispetto a immagini neutre.
Lo studio ha coinvolto 94 partecipanti di età compresa tra 18 e 25 anni che avevano riportato sintomi da stress post-traumatico. I partecipanti sono stati divisi in tre gruppi: 42 che indicavano la rottura sentimentale come l’esperienza più traumatica, 20 che riportavano un’aggressione fisica o sessuale, e 32 che riferivano un altro evento stressante che non soddisfaceva i criteri DSM-5 per il trauma.

Tutti hanno completato valutazioni su stress post-traumatico, depressione, avversità infantili, stile di attaccamento e pensieri sulle proprie relazioni passate.
Durante la scansione fMRI, i partecipanti hanno osservato una combinazione di immagini neutre, positive e legate al trauma. Tra queste, foto di repertorio che rappresentavano conflitti, separazioni o aggressioni, così come foto personali dell’ex partner di ciascun partecipante. I ricercatori hanno confrontato le risposte neurali a queste immagini con quelle evocate da immagini neutre.
I partecipanti che avevano vissuto una rottura hanno mostrato una maggiore attivazione nell’ippocampo e nell’amigdala quando guardavano immagini del proprio ex partner, e questo schema di attivazione era paragonabile a quello osservato in chi guardava immagini relative ad aggressioni fisiche o sessuali.
Non sono state riscontrate differenze significative tra il gruppo delle rotture e quello dei traumi in termini di attivazione di queste aree cerebrali. Gli effetti osservati nell’insula, invece, erano meno consistenti.
Lo studio ha inoltre evidenziato come le differenze individuali influenzino le risposte cerebrali. Nel gruppo delle rotture, una maggiore attivazione di ippocampo e amigdala era associata al non essere stato colui/colei che ha iniziato la separazione, al sentirsi traditi o al mantenere ancora pensieri positivi sulla relazione conclusa.
Lo stile di attaccamento, la trascuratezza subita durante l’infanzia e l’orientamento sessuale risultavano anch’essi collegati a differenze nell’attivazione cerebrale.
“Le rotture sentimentali dovrebbero essere considerate come potenziali eventi traumatici. Le caratteristiche della rottura costituiscono fattori di rischio per vivere le separazioni come traumatiche” hanno concluso gli autori dello studio.
Da questo consegue la necessità di un aiuto esterno che porti i ragazzi e le ragazze che le vivono in modo tanto pesante la fine di un rapporto a rielaborare e affrontare i vissuti negativi, per evitare il perdurare degli effetti e lo svilupparsi di un senso di sfiducia verso se stessi e possibili nuove relazioni.






