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17 giugno 2022. Oggi con estremo rammarico sono qui a dirvi che devo fermare il mio lavoro. Non mi era mai successo in tanti anni. Devo fermarmi perché non ho più fondi, con la speranza che sia uno stallo di solamente poche settimane.

È la richiesta di aiuto di Nawal Soufi, attivista per i diritti umani che attualmente si trova sulla rotta balcanica. 

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A chi non la conosce suggerisco di visitare la sua pagina Facebook, dove descrive così il suo impegno:

Vivere con i migranti nelle zone di frontiera, aiutandoli nel primo soccorso, traducendo documenti e accompagnandoli negli ospedali e uffici pubblici, senza perdere di vista il mio lavoro essenziale, che rimane quello di documentare e denunciare quello che succede ai confini dell’Europa unita, vivendo il tutto in prima persona sul mio corpo (…) sfruttando il mio lavoro personale di interprete, per potermi garantire da vivere.

Nawal nasce in Marocco nel 1988 e arriva in Italia con i genitori quando ha un mese di vita.

Sono una migrante, in una terra di migranti che è la Sicilia. Ringrazio i miei genitori per avere scelto la Sicilia e avermi posto dinanzi a uno specchio, che è il Mar Mediterraneo. La mia generazione sta vivendo il secondo Olocausto nel Mar Mediterraneo, ed è vero che tantissime persone girano il loro sguardo dall’altra parte nonostante le persone continuino a morire.

Il suo impegno inizia a 14-15 anni. A Catania dove vive gli sbarchi sono continui. Le sono d’esempio i genitori, che con altri favoriscono il rimpatrio delle salme dopo i naufragi. Proprio dai soccorsi in mare inizia la sua storia, quando la conoscenza dei dialetti arabi e dell’italiano la rende un riferimento naturale per chi ha bisogno di soccorso. Il suo numero di cellulare si diffonde per un tam tam spontaneo. Riceve chiamate dal mare a qualsiasi ora e si adopera per stabilire i contatti con la Guardia Costiera. Si laurea in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, diventa mediatrice culturale, lavora come interprete nei tribunali e in carcere. Nel 2012 si reca per la prima volta in Siria guidando un convoglio umanitario. Si sposta poi in Albania, Kosovo, Serbia, Bosnia, Grecia, e si trova ora sulla rotta balcanica per condividere il cammino dei migranti meno protetti.

Nawal ha uno stile personalissimo che traspare da ogni suo gesto. Non agisce per gli altri, ma con loro. Mette in gioco se stessa. Trema per lo stesso gelo, si ammala per la stessa acqua sporca, vive la paura la solitudine e la fame esattamente come i suoi compagni.

30 giugno. Pensieri mentre attendiamo il calar della notte… “E se si aprono le scarpe? Dobbiamo prendere un altro paio?” “Si, ma diventa tutto più pesante”. “E se incontreremo mafie di frontiera?” “Devono capire che non abbiamo un euro in tasca”. “Ma perché non nascondere i soldi?” “Perché se te li trovano ti fanno pagare per averli nascosti”. “Ma questo succede solo con le mafie di frontiera?” “No! Anche con certe guardie di frontiera”. “E per andare in bagno?” “Va bene un piccolo velo e ci copriamo a vicenda” (…).

Non dimentica mai il privilegio di provenire dalla parte fortunata del mondo, che la agevola anche nei momenti difficili, come quando le sale la febbre e deve sospendere il viaggio.

38.2 è la mia temperatura dopo paracetamolo e molto altro. Questo è quello che succede anche ai migranti tra le frontiere europee. Possono avere anche loro la febbre e non essere attrezzati per affrontarla, non avere farmaci o un luogo riparato dove dormire. Non vi preoccupate per me, perché è tutto sotto controllo”.

Il diario che pubblica su Facebook è un infittirsi di storie. Incontri, piccoli dialoghi lungo il cammino, momenti di necessità. Quante volte hai tentato di attraversare la frontiera Croata? / Tante volte quanti gli anni che ho… / 14 anni, 14 tentativi, 14 ferite che non si cicatrizzeranno con facilità. / Abbracciami e non pensarci, almeno per adesso… Andiamo a mangiare un gelato”. Costante è il tentativo di risvegliare la coscienza dell’Europa, dei suoi cittadini come delle istituzioni.

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12 novembre. Polonia-Bielorussia. Quei sacchi neri che vedete nascosti dalle foglie, contengono 500 euro di spesa alimentare che siamo riusciti a portare verso una zona di frontiera dove è difficile o quasi impossibile arrivare. Sento qualcosa di strano nel pubblicare queste fotografie. Qualcosa di molto pericoloso sta succedendo in Europa. Un’Europa che ti spinge a “seppellire” il latte per i bambini, nascondere il cibo tra le foglie, “occultare” il miele e i datteri… Questa sensazione di paura nel compiere gesti “normali” è qualcosa di pericolosissimo per la libertà degli stessi cittadini europei. Eppure non stiamo facendo niente di male, se non portare del cibo a chi sta letteralmente morendo di fame. Non possiamo permettere alle istituzioni europee di trattare gli esseri umani in questo modo e non possiamo accettare che il tentativo di salvare una vita umana possa essere chiamato crimine. Ho il vuoto dentro… Un ricordo di quel che avevo letto nei libri di storia. Un ritorno al passato…

12 luglio. La vita è fatta di scelte e l’UE ha scelto di “difendere” le frontiere europee in questo modo. Si possono difendere le frontiere europee garantendo anche diritti ai rifugiati. Non è possibile che tutto questo continui da anni nel silenzio totale delle istituzioni”.

9 marzo. Non ci vedrete mai divisi! La guerra è guerra per tutti. In questo video ci sono due ragazze ucraine, un siriano, un egiziano, un marocchino, un algerino e io che non so cosa sono. Siamo a bordo della stessa nave che affonda! Non divideteci! Tenetevi le frontiere e noi ci teniamo la solidarietà tra chi soffre.

Infine, la sua ironia (22 giugno. Chiedo per un amico… Per caso l’Unione Europea paga anche le zanzare nelle zone di frontiera per gestire i flussi migratori?) che diluisce l’amaro, a caro prezzo. “7 luglio. Non fatevi ingannare dal sorriso di chi difende i diritti umani! Tutto ha un prezzo! Anche quel sorriso… anche quegli emoji campati in aria. Ci sarebbe solo un emoji vero tra tutti quelli che vivono dentro il telefono di una persona vittima di una grande ingiustizia, ed è un cuore spezzato”.

I fondi che raccoglie sono per “pagare visite mediche d’emergenza, seguire i casi di donne sole in cammino, notti in ostello, generi alimentari, generi di prima necessità per neonati, farmaci, biglietti dell’autobus o ricariche telefoniche per chi sta dentro le foreste o in altre zone di frontiera”.

In aggiunta sta portando avanti alcuni progetti. Con “Adotta un migrante” mette in contatto persone che vivono da questa parte del mondo con altre in viaggio sulla rotta balcanica, garantendo un aiuto mensile (la cifra è commisurata alle possibilità) che il donatore trasferisce direttamente alla persona con cui si instaura una comunicazione e una relazione costante, “quel che vi serve è un numero di telefono Whatsapp e un sorriso”. Al contempo sta facendo nascere case rifugio per donne vittime di violenza in diversi paesi, una in Grecia sarà inaugurata nei prossimi giorni.

Nawal indica due possibilità per chi desidera aiutarla. La prima è un versamento diretto sul suo conto corrente (IBAN: IT58Y0760101600001037851985 – Paypal: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.). In alternativa si possono organizzare eventi di raccolta fondi: “Io posso mandarvi dei video da proiettare durante la serata (chiaramente in cambio di una pizza, senza glutine, tramite posta perché dalle mie parti è un sogno)”.

 

testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

L'autore.
Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.