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Quando ero una giovane adolescente, mia madre era solita guardare trasmissioni che presentavano e discutevano esperienze di dipendenza. Capitava spesso a quell'epoca, nei programmi televisivi serali. "Amo il tossicodipendente, odio la dipendenza" diceva mentre sorseggiava la sua bibita gassata. Non si immaginava che sarei diventata proprio come i personaggi delle storie che venivano raccontate e scorrevano sullo schermo.

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Mentre altri genitori si vantavano di avere ragazzi con la laurea o di essere diventati già nonni, mia madre non aveva foto di me da appendere nel minuscolo ufficio dove lavorava. Tutto quello che aveva per ricordare la mia giovinezza, era una mia fotografia al liceo, dentro una cornice polverosa.

Quella vecchia foto non forniva alcuna indicazione o motivi di presagio per le tempeste che stavano arrivando. Solo pochi mesi dopo che è stata scattata, ho fatto la mia prima esperienza di oppiacei. Era la fine degli anni ‘80. Mi erano stati casualmente prescritti dopo l'estrazione dei denti del giudizio.

L'evento in sé è stato  insignificante, ma quelle pillole hanno cambiato per sempre la traiettoria della mia vita. Un’improvvisa sensazione di calore si è impossessata di me. E non solo mi ha aiutato a dimenticare il mio dolore, ma mi ha aiutato a dimenticare anche i miei problemi.

Ho tenuto ben a mente quella sensazione, tornando a essa un paio d’anni più tardi, subito dopo essere riuscita a tirarmi fuori da un rapporto brutto e difficile con il mio primo ragazzo. Io desideravo il calore.


E non solo mi ha aiutato a dimenticare il mio dolore, 
ma mi ha aiutato a dimenticare anche i miei problemi


Un mio amico era riuscito a prendere delle pillore dall’armadietto dei medicinali di qualcuno, e io sono riuscita, grazie a loro a stare meglio, ottenendo il sollievo che quei farmaci promettevano. L’ho avuto non appena le ho ingoiate.

Non ci è voluto molto prima che i miei progetti scolastici o di lavoro venissero sostituiti dalla ricerca di altre pillole e sostanze, che alla fine mi hanno portato alla dipendenza dall’eroina.

Il primo anno che ho iniziato a far uso di eroina, mia madre ha fatto leva sul mio amore per le patate dolci e per i panini al burro per convincermi a  tornare a casa dal college almeno per il Giorno del  Ringraziamento.

Durante quella visita ha cercato di comprendere quali fossero le cause del mio deterioramento fisico. Le ho detto di essere molto stanca. Certo, avevo perso qualche chilo, non era felice di questo? Le mie lunghe maniche nascondevano la verità. Ero contenta di avere l'opportunità di vederla, ma mi sono precipitata a ritornare in città non appena mi è stato possibile.

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Quando ha ricevuto la comunicazione periodica con i miei voti, qualche settimana dopo, la sua preoccupazione è aumentata. A quel punto, però, non c’era già più la possibilità di raggiungermi.

Avevo tagliato l'ultimo legame con la mia infanzia e con la città dove sono nata, a favore di quel mercato della droga all’aperto che è San Francisco.

Negli anni seguenti, mentre vivevo temporaneamente in vari alberghi e per strada, mia madre ha lottato per capire le mie "scelte". Nel profondo della sua disperazione, mi implorava di tornare a casa. La chiamavo quando pensavo di farlo, mentre ero strafatta.

Mia madre si dava da fare per trovare il modo di mettersi in contatto con la persona che ero stata. Durante una visita, le ho confessato: "Ho vissuto come un prostituta drogata, in California. Se non mi puoi più accettare, lo capisco. Lascia che io salti sul prossimo treno merci che passa vicino a casa".

Lei tranquillamente mi ha porto un piatto di cibo e fatto mettere comoda. "Penso che tu abbia bisogno di un po’ di riposo" ha detto mentre chiudeva la porta.


Non aveva mai smesso di essere
un punto di riferimento nella mia esistenza


Alla fine, mi ha semplicemente chiesto che rimanessi in contatto, per quanto possibile. Il suo amore incondizionato invitava a mettere da parte qualunque forma di senso di colpa e di vergogna che provavo per la mia situazione.

Mi sempre scritto lettere ogni volta che sono finita in galera. Mi permetteva di telefonare con chiamate a carico suo. Ha anche continuato a mandarmi biglietti d'auguri al compleanno, ricordandomi, senza volerlo, tutta la vita che avevo sprecato.

Quando finalmente sono stata pronta a smetterla con la droga, lei non ha dovuto "accettare" che tornassi indietro. Non aveva mai smesso di essere un punto di riferimento nella mia esistenza.

Sapevo che per quanto sarebbe stata dura, per quanto quel percorso fosse in salita, lei sarebbe stata sempre lì per me, pronta ad accogliermi.

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Abbiamo trascorso undici anni insieme, diventando amiche, da quando ho smesso di far uso di droghe nel 1998, quasi un decennio dopo che avevo iniziato a provare l'eroina.

C'erano le vacanze trascorse in famiglia, maglioni invernali e un sacco di tempo passato a parlare e a discutere le cose della nostra vita.

Mia madre aveva mortalmente paura di volare, eppure ha fatto ricorso a tutto il suo coraggio per venire in California e vedermi salire sul palco per ricevere il diploma, quando alla fine mi sono laureata al college dopo sette anni che ero "pulita". Ho trovato la foto del momento della laurea di fianco alle immagini della mia infanzia e a quelle dei miei figli, nel suo corridoio, quando è morta nel 2009.

Ha finalmente avuto modo di aggiornare le immagini della mia vita. Le ho portate a casa mia per ricordare sempre quanta strada ho fatto nella mia vita.


Dovrò spiegare loro che ero 
una tossicodipendente senza fissa dimora?


Sono ormai diciotto anni che sono “pulita”. Mi è stato chiesto molte volte quello che  racconterò ai miei figli della mia dipendenza. Dovrò spiegare loro che ero una tossicodipendente senza fissa dimora? In realtà, ho già iniziato questa conversazione con loro. Hanno 5, 6 e 8 anni e sono cresciuti mentre io lavoravo per aiutare i tossicodipendenti da eroina, anche distribuendo dosi di naloxone per annullare l'impatto di un overdose. Mentre raccontavo loro quello che la loro mamma sta facendo come lavoro, mi è capitato anche di parlare del mondo in cui la mamma una volta viveva.

Con le loro parole, i miei figli dicevano: "La mamma aiuta le persone malate". Non avrei potuto esprimerlo in un modo migliore. Ho avuto la grande fortuna di avere una madre come la mia e di passare con lei undici meravigliosi anni. Ha provato la gioia di vedere quella laurea che avevo tanto rimandato, e anche l'altra, per il mio successivo master, così come ha potuto assistere al mio matrimonio e ala nascita dei miei figli.

Sono stata fortunata che non abbia mai scelto quello che si chiama “amore duro”, una strategia basata sull'idea che tagliare i ponti con una persona che fa uso di droga, allontanandola da tutto ciò che riguarda la famiglia, sia il modo migliore per spingerla alla decisione di smettere.

Questo atteggiamento, di fatto, può essere al contrario la spinta di cui un tossicodipendente ha bisogno per cadere ancora più a fondo, dentro una spirale infernale, creando un profondo isolamento e alimentando un grande disgusto di sé.

L’amore di mia madre era forte e accogliente e capace di accettare quello che ero. Lei lo ha usato per aiutarmi ad aprire una volta per tutte la porta alla mia guarigione.

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