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Si ha spesso la percezione che la politica premi ed enfatizzi le cose sbagliate: titoli di giornale che alimentano allarmismo e paura, piuttosto che il duro lavoro di chi cerca di recuperare alla soscietà chi ha infranto la legge. L’ammonimento di analizzare e confrontarsi con l’evidenza dei fatti concreti per capire cosa davvero attraversi e turbi la vta delle persone, viene spesso trascurato.

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Lo ha affermato di recente Philip Lee, deputato conservatore al Parlamento inglese e sottosegretario al Ministero della giustizia, con responsabilità sui temi della giustizia minorile.

È intervenuto dopo che il governo aveva respinto una sua proposta per diffondere l'insegnamento ai giovani autori di reato delle arti marziali e il pugilato.  Una decisione, sottolinea, che ignora l’evidenza dei fatti e i risultati positivi per il recupero dei ragazzi, ottenuti da chi ha reso possibili queste pratiche sportive all'interno delle carceri.

Certo, continua, questa decisione fa guadagnare grandi titoli sui giornali. Dopotutto, perché dovremmo addestrare i giovani criminali a combattere? Non significa andare a cercarsi altri guai?

Questa reazione dettata dalla rabbia, spiega, ignora la realtà che sarebbe subito evidente con una visita in una qualsiasi palestra di arti marziali o di boxe amatoriale. Il sistema di valori che vi regna sviluppa e cresce individui equilibrati.

L'autocontrollo, l'autodisciplina e il rispetto per gli altri sono qui fondamentali, tutti fattori importanti quando si tratta di resistere al fascino delle bande e trasformare le persone in buoni cittadini, non in teppisti violenti.

Sono orgoglioso di promuovere una politica che aiuti a dare una svolta alla vita dei giovani in difficoltà e a spezzare il ciclo della violenza, afferma Lee.

Un sacco di studi dimostrano che le arti marziali e il pugilato, se vengono insegnati con cura, sono ottimi metodi per porre fine ai comportamenti criminali, non li supportano.

Una delle storie più avvincenti è quella di un giovane che, nel 2011, è stato dichiarato colpevole di spaccio di droga. Un anno dopo era medaglia d'oro olimpica dei pesi massimi e ora è il campione dei pesi massimi. Quel giovane, Anthony Joshua , è un eroe per migliaia di ragazzi e un vero modello di comportamento. La boxe non lo ha trasformato in un pericoloso teppista; lo ha reso una persona migliore.

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Lo stesso vale per lo sport in generale. Garantisce una necessaria attività fisica e insegna ai partecipanti una serie di valori che includono il lavoro di squadra, l'autodisciplina, il rispetto, la spinta a spingersi oltre i propri limiti, a perseguire l'eccellenza e ad impegnarsi per migliorare.

In prigione, l'attività fisica può aiutare a ridurre i livelli di comportamento antisociale e di violenza. Fuori dal carcere diventa un'alternativa alla vita criminale. Ecco perché questa proposta faceva parte di una strategia molto più ampia che avevo sviluppato, dice Lee, per sfruttare il potere dello sport nel nostro sistema di giustizia penale, con l'aiuto di una relazione sul tema della professoressa Rosie Meek .

Le sue raccomandazioni e proposte pratiche di ampia portata, definiscono un progetto complessivo per le nostre prigioni per rendere lo sport una parte fondamentale dei percorsi dei giovani nel sistema giudiziario. Un progetto che passa attraverso la responsabilizzazione del personale, delle società sportive e degli operatori delle comunità, per aiutare i giovani sia dentro che fuori dal carcere a trasformare le loro vite e diventare membri positivi della comunità.

Uno dei miei eroi sportivi, prosegue Lee, è l' atleta Iron Man John McAvoy - un uomo che ha usato lo sport per dare una svolta alla sua vita dopo un decennio in carcere. Ha battuto il record mondiale di canottaggio indoor con l'aiuto di un agente penitenziario e dal momento del suo rilascio non ha guardato indietro, diventando uno dei migliori triatleti del mondo. L'incredibile storia di McAvoy dimostra il potenziale dello sport per trasformare le vite.

Ci sono molti altri esempi di come lo sport possa essere un fattore su cui far leva nella direzione del bene. Basta guardare, ad esempio, i tassi di recidiva. In media, il 69% dei giovani autori di reato si ripresenta entro un anno dalla fine della pena. Ma solo il 6% di coloro che entrano in una squadra di calcio o in un club di rugby nella prigione di Portland commettono di nuovo un reato, e solo il 15% di quelli che partecipano al programma del club di rugby Saracens, presso l'istituto dei giovani detenuti di Feltham .

Basandosi su esempi come questi, le raccomandazioni della professoressa Meek forniscono ai responsabili delle carceri un progetto per potenziare le loro attuali attività sportive e aiutare così di più i giovani a cambiare strada. Speriamo in futuro di avere molti altri John McAvoys. Non necessariamente atleti internazionali ma persone che usano lo sport per cambiare e mettono termine alla loro relazione negativa con il sistema giudiziario.

Non è solo il nostro sistema di giustizia penale, conclude Lee, che ha bisogno di un'iniezione di valori sportivi. Ne abbiamo bisogno anche nel nostro sistema politico.

Per questo motivo, continuerò a promuovere il potere dello sport e dei valori sportivi nella nostra società. Voglio porre fine alla definizione delle politiche attraverso titoli di giornale e dogmi piuttosto che con integrità, dati di fatto e coraggio.


L'intervento di Philip Lee è stato ospitato dal quotidiano The Guardian

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