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Un bambino di tre anni, Domenico detto Cocò, viene ucciso insieme al nonno e alla fidanzata e i loro corpi lasciati nell’auto e carbonizzati in un agguato di ‘ndrangheta: cattivi giudici, perché non lo hanno allontanato dalla famiglia?

Una mamma si rivolge ai giornalisti raccontando la triste storia del bambino che le è stato portato via: cattivi giudici, perché lo hanno allontanato dalla famiglia?

A quanto pare l’opinione pubblica si esprime al meglio nella tifoseria, nelle fazioni pro o contro, spesso con poche informazioni a sostegno e in modo facilmente contraddittorio e irragionevole, a seconda di chi più le agita le viscere.

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La morte di Cocò ha commosso e adirato l’Italia, e meno male. Ricordo però la notizia di un anno fa, del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria che ha allontanato un adolescente la cui famiglia apparteneva alla criminalità organizzata, e il dibattito che ne era conseguito. Alcune voci si erano levate: è legittimo un provvedimento che insidia il diritto di quel ragazzo a vivere nella propria famiglia e nella propria cultura?

Personalmente ritengo che il dolore del parziale sradicamento sia ancora preferibile al rischio di dover uccidere o di venire ucciso, se quel rischio è reale, e soprattutto se andare in via rende in cambio la possibilità di ampliare le proprie possibilità di scelta, ma ad alcuni l’argomento suona deboluccio di fronte al richiamo del sangue.

C’è da sperare che la materia familiare passi di moda, come già altri fenomeni sociali. Solo alla fine della guerra si contano i morti e i feriti e solo a chiusura di una campagna mediatica si valuteranno i danni che sono sempre più gravi delle più oneste ragioni: quanta fiducia è caduta, quanto lavoro è stato compromesso, quanti bravi professionisti sono bloccati nel loro lavoro, quanti servizi pubblici per le famiglie verranno smantellati, quante infanzie ritorneranno a chiudersi in un privato dove nessuno può entrare, neppure per fermare ciò che deve essere fermato?

Il diritto di cronaca è sacrosanto perciò non si può censurare la cattiva informazione, tutt’al più cercare di contrapporvi qualcosa di meglio – e non è facile. Risultano reticenti, arroccati, pietosi, gl’interlocutori di turno che si appellano al segreto professionale e certo non danno soddisfazione all’audience eppure altro non possono fare. Far comprendere come si lavora, oltre il caso singolo, si potrebbe? Forse sì; ma i giornalisti terrebbero accesa la telecamera?

Qualche cosa mi regala, questa cattiva informazione: gli scivoloni sono possibili, facilissimi quando si ha potere sulla vita delle persone. Basta un niente e il problema si sposta, non è più tra genitori e figli ma tra genitori e operatori - dei servizi, della giustizia. Un genitore competente, però “non collaborativo”, rischia. Un genitore che non riconosce un’autorità superiore alla propria nelle decisioni sul figlio straccia le regole del gioco ed è possibile che questo non gli venga perdonato, però la sottomissione non dovrebbe rientrare tra i criteri per una buona capacità genitoriale – mentre l’equilibrio personale, l’autocontrollo, la ragionevolezza… hanno ben altro peso.

Che qualcuno in coscienza possa richiederla davvero, la sottomissione, non lo credo. Che senza volere qualche volta rischiamo di sbagliarci, è un dubbio che talora mi prende. 

 

L'autore.
Sociologa e counsellor, è giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna e lavora per il Comune di Ferrara nell’ufficio Diritti dei minori. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento.

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