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Gli adolescenti che maltrattano, molestano o perseguitano in altro modo i loro coetanei non sempre lo fanno per reazione a problemi psicologici o ad ambienti familiari malsani, ma spesso usano l'aggressività in modo strategico per scalare la gerarchia sociale, della loro scuola o di un particolare contesto sociale.

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Lo suggerisce uno studio dell'Università della California, Davis. Questi risultati evidenziano i motivi per cui la maggior parte dei programmi anti-bullismo non funzionano e suggeriscono possibili strategie per il futuro.

"Nella misura in cui questo è vero, dovremmo aspettarci che i bulli non prendano di mira i ragazzi vulnerabili che fanno come si dice “da tappezzeria”, ma i loro stessi amici e amici di amici, che hanno maggiori probabilità di essere i loro rivali per i gradini più alti nella scala sociale" affermano gli autori dello studio, pubblicato di recente sull'American Journal of Sociology.

L’autore principale, il professor Faris, docente di sociologia, sostiene che amici e colleghi con stretti legami tra loro probabilmente competono per posizioni all'interno degli stessi club, aule, sport e sottogruppi di amicizie, il che aumenta il rischio di conflitti e aggressioni. Questo documento è il primo che si conosca che dimostra i rivali sono spesso gli stessi amici.

Ciò differisce da alcune teorie e definizioni comuni di bullismo, in cui il comportamento viene fatto derivare da uno squilibrio di potere ed è principalmente rivolto ai giovani di livello sociale inferiore, all’interno dell’ambiente scolastico o della comunità, i quali possono avere vulnerabilità fisiche, sociali o psicologiche.

Lo studio si concentra, invece, su una definizione più ampia di aggressività tra pari, teorizzando che l'aggressività può effettivamente migliorare lo stato sociale dell'aggressore.

Utilizzando un ampio studio longitudinale sui social network di oltre 3.000 studenti dei primi anni delle superiori della Carolina del Nord nel corso di un solo anno scolastico, gli autori hanno scoperto che gli adolescenti che erano amici in autunno avevano una probabilità tre volte maggiore di fare i prepotenti o di vittimizzarsi a vicenda nella primavera dello stesso anno scolastico.

Questa non è solo animosità tra ex amici che si sono allontanati: i compagni di scuola le cui amicizie sono finite durante l'anno avevano tre volte più probabilità di fare i prepotenti o di perseguitarsi a vicenda in primavera, mentre quelli le cui amicizie continuavano oltre l’anno scolastico avevano più di quattro volte la probabilità di bullizzarsi.

'Effetto amico-nemico'

Questo "effetto amico-nemico" non è spiegato dalla quantità di tempo che gli amici trascorrono insieme, ha spiegato Faris. Inoltre, i compagni di classe "strutturalmente equivalenti" - quelli che non sono necessariamente amici, ma che condividono molti amici tra loro - sono anche più propensi a fare il prepotente o in altro modo vittimizzarsi a vicenda.

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Rispetto ai compagni di scuola senza amicizie sovrapposte, quelli le cui amicizie si sovrappongono perfettamente hanno circa tre volte più probabilità di esercitare bullismo tra loro, e quelli che condividono gli stessi bulli o le stesse vittime hanno più del doppio delle probabilità di bullizzarsi a vicenda.

Essere vittimizzati dagli amici è particolarmente doloroso ed è associato a un aumento significativo dei sintomi di depressione e ansia e a una significativa diminuzione dell'attaccamento alla scuola, hanno detto i ricercatori.

Un caso di vita reale

Il documento cita il caso della vita reale di Megan Meier, che si è impiccata nel 2007 dopo essere stata vittima di bullismo da parte di persone che pensava fossero sue amiche, con l'aggiunta di una madre che orchestrava il loro bullismo sui social media.

"La tragedia di Megan Meier evidenzia ben i limiti del sistema di giustizia nell'affrontare problemi sociali complessi, spesso sottili, come il bullismo" hanno detto i ricercatori. Il caso illustra la necessità di una ricerca in questo settore: ...  contrariamente alla visione un tempo prevalente del bullismo come reazione disadattata a carenze psicologiche, disregolazione emotiva, deficit di empatia o vite familiari problematiche, l'autore del bullismo è uno dei milioni di adolescenti che ha danneggiato un compagno di scuola per ragioni strumentali: per vendetta, ottenere risalto o sconfiggere un rivale" hanno detto i ricercatori. In effetti, la ricerca mostra che "il desiderio di popolarità motiva un comportamento molto aggressivo".

Pochi programmi anti-bullismo funzionano

Inoltre, concludono i ricercatori, pochi programmi anti-bullismo funzionano.

"La ragione per le percentuali di successo tipicamente basse, crediamo, è che il comportamento aggressivo accumula ricompense sociali e in una misura che porta alcuni a tradire i loro amici più cari.

Anche i programmi di prevenzione di maggior successo non sono in grado di alterare il comportamento aggressivo dei bulli che godono di popolarità nel loro contesto, che usano la crudeltà per ottenere e mantenere il loro status" hanno detto gli autori dello studio.

 Le competizioni di “popolarità” onnipresenti nelle scuole secondarie, hanno scritto gli autori, incoraggiano il bullismo tra pari.

Gli autori suggeriscono che gli sforzi per sostenere e rafforzare le amicizie tra adolescenti - come ampliare le offerte extrascolastiche e organizzare campi residenziali, corsi di formazione e ritiri - potrebbero aiutare a de-enfatizzare la popolarità e ridurre l'"effetto amico-nemico".


I materiali della ricerca sono disponibili sul sito della University of California - Davis.
Riferimento bibliografico:
Robert Faris, Diane Felmlee, Cassie McMillan.
With Friends Like These: Aggression from Amity and Equivalence.
American Journal of Sociology, 2020.

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