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È una persona aperta e disponibile, la Sindaca di Novellara Elena Carletti. La incontro nel suo ufficio insieme alla direttrice del Servizio Sociale per parlare di quello che si sta facendo e si può fare dopo la scomparsa di Saman Abbas.

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Ricordiamo tutti Saman, la ragazza scomparsa la notte del 30 aprile dopo avere rifiutato il matrimonio con un cugino molto più vecchio, cui la famiglia l’aveva promessa quando aveva 8 anni.

“Purtroppo abbiamo avuto poco tempo per capire quello che stava succedendo e questo ha giocato a sfavore”, confida Elena Carletti. “Saman ha chiesto aiuto a pochi mesi dalla maggiore età e in quel breve lasso di tempo, pur incontrando diverse volte la ragazza e i suoi genitori, ad esempio non abbiamo mai sentito parlare dello zio, che invece risulterebbe una figura chiave nelle decisioni di quella famiglia. Ci sono rapporti di potere dentro le comunità nelle quali è difficile penetrare”.

Quando è arrivata la maggiore età Saman è uscita dalla struttura dove era stata accolta.

“Già… Molti hanno detto che se avesse avuto la cittadinanza italiana non sarebbe successo niente. Purtroppo non è vero. Il discorso dello ius culturae è molto serio ma in questo caso non c’entra. Il punto è che nessuno – nemmeno la magistratura – può trattenere in protezione una persona maggiorenne se questa non ci vuole stare. Perciò si arriva ad affermazioni paradossali: la libertà individuale non può essere limitata, però Saman bisognava proteggerla anche a forza. Non è possibile ragionare così. Mi amareggia che il nostro sia stato descritto come un territorio dove non c’è attenzione per le donne vittime di violenza. Non è assolutamente vero”.

Con poche pennellate dipinge un quadro integrato di interventi sensibili e integrati.

“Oltre ai presidi consueti – il servizio sociale, il centro antiviolenza… – prima della pandemia abbiamo avviato un centro dove le donne straniere potessero ritrovarsi per stare insieme e seguire diverse attività, inclusi i corsi di italiano con possibilità di baby-sitting per facilitare chi partecipava portando con sé i figli… Erano presenti donne di diversa provenienza e con diversi gradi di inserimento nella comunità locale e noi ne eravamo molto soddisfatti, vorremmo favorire legami di solidarietà al femminile in cui l’incontro tra diversi modi di pensare e di vivere viene elaborato anche con un aiuto alla pari, tra donne. Poi è arrivato il covid e ha fermato tutto… Contiamo di riprendere nei prossimi mesi, se la pandemia darà tregua”.

Per ribadire un netto no alla violenza, il 12 luglio nella piazza di Novellara la comunità pakistana della Bassa Reggiana ha organizzato un sit-in nel nome di Saman Abbas.

“È molto importante che la comunità prenda le distanze da quello che è successo. In questo territorio vivono e lavorano tante famiglie pakistane. Noi sappiamo che molte di queste vivono una vita tranquilla, condividendo i principi base che valgono anche per noi, ma le situazioni di violenza sulla donna esistono ed è essenziale che vengano stigmatizzate non soltanto da noi, ma da chi ha un ruolo di orientamento verso queste famiglie. Ho incontrato i rappresentanti della comunità per preparare la manifestazione e ho insistito affinché dessero il microfono alle ragazze, alle donne. È sembrata una richiesta inusuale ma l’hanno compresa. Occorrono segnali concreti”.

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Mi parla di un progetto che come Ente Locale stanno elaborando, frutto di ciò che hanno imparato in questi anni.

“Vorremmo attivare una formazione diffusa sul territorio e individuare delle antenne locali tra le figure informali, coinvolgendo ad esempio gli imprenditori agricoli della zona. Tanti uomini stranieri lavorano per loro, e purtroppo sappiamo che in alcuni strati sociali o culturali la violenza familiare trova una giustificazione maggiore. È tempo che questi lavoratori non siano considerati soltanto come braccia ma vengano guardati come persone, con una vita relazionale e familiare. Persone a cui offrire possibilità di confronto e di inserimento sociale anche oltre il lavoro, ma quando emergono segnali di maltrattamento sulle donne e i bambini è necessario che chi li intercetta sia responsabilizzato e porti quei segnali alla conoscenza di chi può intervenire”.

Anche perché fortunatamente in tanti casi l’aiuto per uscire dalla violenza è efficace.

“Abbiamo sostenuto in questi anni diverse giovani donne nella situazione di Saman, ragazze che per fortuna siamo riusciti ad accompagnare verso un percorso di autonomia. Forse sarebbe giusto che queste storie venissero raccontate, con tutte le cautele per la riservatezza e l’incolumità di queste persone, per dire che è possibile uscire dalla violenza anche in casi estremi come questi”.

L’assenza di Saman è un groppo difficile da sciogliere ma dà maggiore forza per prendersi cura di chi resta – innanzitutto chi le ha voluto bene, e in particolare il fratello che, ancora minorenne, ha bisogno e diritto alla massima assistenza e protezione. Ha 16 anni, ha interrotto gli studi ed è in una comunità per minori. I genitori, irreperibili in Pakistan, sono stati sospesi nell’esercizio della responsabilità genitoriale con un provvedimento del tribunale per i minorenni di Bologna che ha nominato tutore la responsabile del Servizio Sociale e ha previsto la possibilità di incontri protetti tra il ragazzo e i familiari qualora questi dovessero rientrare in Italia.

“È un tipico adolescente di 16 anni, con i suoi momenti di irruenza, ma è anche un ragazzo che ha sofferto e sta soffrendo moltissimo per la scomparsa della sorella. Parla spesso di Saman. È seguito a livello psicologico e speriamo che a settembre possa riprendere la scuola. Per lui significherebbe molto aldilà dei risultati, come possibilità di riprendere i rapporti con i coetanei e di tornare a fare progetti per il futuro”.

Parla mai di ritornare in Pakistan?

“No, assolutamente. In questo momento non è a Novellara, anche per ragioni di sicurezza. Ha collaborato con gli inquirenti che lo hanno ascoltato in incidente probatorio e temiamo possa correre dei rischi, perciò abbiamo scelto una comunità fuori provincia, ma quando andiamo a trovarlo ci dice che non vede l’ora di tornare a casa. Per lui la casa è qui”.


testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

Elena Buccoliero
Sociologa e counsellor, è docente a contratto all’Università di Parma sulla violenza di genere e sulla gestione nonviolenta dei conflitti e svolge attività di formazione, ricerca, supervisione e sensibilizzazione su bullismo, violenza di genere e assistita, diritti delle persone minorenni. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Ha diretto la Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati (2014-2021) e l’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara (2013-2020). Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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