L’autolesionismo tra adolescenti e giovani adulti è una realtà inquietante che riguarda in modo più o meno grave molti giovani e rappresenta una delle criticità più complesse e meno visibili della salute mentale contemporanea. Nonostante l’attenzione crescente verso la prevenzione del suicidio e l’identificazione dei fattori di rischio, molto meno spazio sembra dedicato a una domanda altrettanto cruciale: come si guarisce dall’autolesionismo?

Quali sono i fattori che, concretamente, aiutano un giovane a smettere di farsi del male o a costruire una vita più piena e significativa, anche quando la sofferenza non scompare del tutto?
Una recente revisione sistematica pubblicata sul Journal of Psychiatric Research affronta proprio questo interrogativo, analizzando in modo rigoroso la letteratura internazionale per identificare i fattori personalmente modificabili che favoriscono il recupero dall’autolesionismo nei giovani, nonché le barriere e i facilitatori che ne influenzano l’attuazione.
Si tratta di uno studio ampio, che ha esaminato quasi 17.000 articoli scientifici per arrivare a includerne 35, tra ricerche qualitative, quantitative e studi misti.
Il risultato è un quadro articolato, che restituisce voce ai giovani stessi e mette in luce una verità fondamentale: la ripresa dall’autolesionismo non è un percorso lineare, né esclusivamente clinico; è un processo personale, relazionale e profondamente legato al contesto di vita.
Due modi di intendere la “guarigione”
Lo studio distingue tra due forme di recupero. La prima è la cosiddetta recovery sintomatica, che coincide con la riduzione o la cessazione degli atti di autolesionismo. È la prospettiva più tradizionale, sottolineano gli autori, spesso adottata in ambito clinico: l’obiettivo è smettere di farsi del male.
La seconda è la recovery personale, un concetto più ampio e soggettivo, che si ispira al cosiddetto modello CHIME: connessione, speranza, identità, significato ed empowerment.
In questo caso, il recupero non è definito solo dall’assenza del comportamento autolesivo, ma dalla capacità di costruire una vita percepita come degna di essere vissuta. Si può avanzare nel percorso di guarigione anche prima di aver eliminato completamente il sintomo.
Questa distinzione è cruciale, spiegano i ricercatori, perché cambia la domanda di fondo: non più soltanto “come facciamo a fermare l’autolesionismo?”, ma “come aiutiamo un giovane a ritrovare senso, legami e fiducia in se stesso?”.
Le attività quotidiane come strumenti di sopravvivenza
Uno dei risultati più chiari della revisione riguarda il ruolo delle attività alternative. Molti giovani riferiscono che impegnarsi in hobby e occupazioni significative li ha aiutati a interrompere o ridurre l’autolesionismo. L’esercizio fisico è tra i fattori più frequentemente citati: correre, praticare arti marziali, fare sport di squadra o allenarsi in modo intenso può offrire una valvola di sfogo per emozioni difficili come rabbia e frustrazione.
Accanto allo sport compaiono attività creative come scrivere, disegnare, suonare musica, dedicarsi all’arte o alla calligrafia. Anche azioni apparentemente semplici — guardare un film, leggere un libro, riordinare la stanza, portare a spasso il cane — assumono un valore regolativo. Non si tratta di distrazioni superficiali, ma di strategie concrete per attraversare un momento critico senza ricorrere al gesto autolesivo.
Alcuni giovani, spiegano gli studiosi, descrivono un uso “emotivamente mirato” di queste attività: correre quando si è arrabbiati, guardare un film triste quando si è sopraffatti dalla malinconia. È una forma di autoregolazione che implica consapevolezza e sperimentazione.
Parlare: un atto semplice e trasformativo
Un altro fattore ricorrente è la possibilità di confidarsi con qualcuno. Parlare con un amico, un familiare, un partner o un insegnante è associato, in diversi studi, alla riduzione dell’autolesionismo. In particolare, la capacità di verbalizzare le emozioni e i bisogni — anziché esprimerli attraverso il corpo — emerge come un passaggio chiave.
La comunicazione non è solo un atto sociale: è un’alternativa al linguaggio del dolore inciso sulla pelle. In alcuni studi longitudinali, la rivelazione del comportamento autolesivo a un adulto significativo è associata a una diminuzione della gravità nel tempo. Tuttavia, non tutte le relazioni sono ugualmente protettive: quando il contesto familiare è conflittuale o stigmatizzante, confidarsi può risultare difficile o controproducente.
Le tecniche di “harm minimisation”: aiuto o rischio?
Un capitolo delicato della ricerca riguarda le tecniche di riduzione del danno, come tenere un cubetto di ghiaccio in mano, schioccare un elastico sul polso, disegnare linee rosse sulla pelle o colpire un cuscino. Per molti giovani, queste strategie rappresentano un compromesso: producono una sensazione fisica intensa senza provocare lesioni permanenti.
In uno studio, oltre il 90% dei partecipanti le ha giudicate utili. Tuttavia, altri lavori segnalano esperienze ambivalenti: per alcuni, tali tecniche possono mantenere viva la ritualità del gesto o risultare inefficaci.
Le strategie di riduzione del danno si rivelano dunque strumenti a doppio taglio: utili per alcuni, inadatte per altri. Questo conferma che non esiste una soluzione universale e che ogni percorso di recupero richiede adattamento e dialogo.

Il mondo online: connessione e pericolo
Un elemento distintivo della revisione, sottolineano gli autori, è l’ampio spazio dedicato al ruolo delle comunità online. Forum, gruppi social, video di testimonianze e piattaforme di condivisione sono frequentemente descritti come luoghi di connessione, validazione e speranza. Molti giovani riferiscono di sentirsi compresi e meno soli leggendo storie di recupero o interagendo con pari che condividono esperienze simili.
Le narrazioni di guarigione, in particolare, sembrano alimentare la speranza e rafforzare l’identità. Vedere che qualcun altro “ce l’ha fatta” può rendere pensabile un futuro diverso anche per sé.
Tuttavia, anche in questo caso emergono ambivalenze. Alcuni contenuti possono “idealizzare” l’autolesionismo o esporre a immagini disturbanti. La rete può essere uno spazio di sostegno anonimo, soprattutto in contesti segnati dallo stigma, ma anche un ambiente che amplifica il rischio.
Significato, ruolo sociale e empowerment
Oltre alla cessazione del comportamento, diversi studi evidenziano l’importanza di ritrovare un senso di scopo. Il volontariato, l’attivismo, la partecipazione a gruppi di supporto o a iniziative di sensibilizzazione permettono ad alcuni giovani di trasformare la propria esperienza in una risorsa per altri.
Quando la sofferenza diventa esperienza condivisa e utile, si trasforma da stigma a competenza. Questo passaggio rafforza l’autostima, l’identità e la percezione di controllo sulla propria vita. È un esempio concreto di recovery personale: non solo smettere di farsi del male, ma costruire una narrazione diversa di sé.
Le barriere: stigma, genere e contesto culturale
Lo studio sottolinea che l’implementazione di questi fattori non avviene nel vuoto. Lo stigma sociale è una delle barriere principali: la paura di essere giudicati o fraintesi può impedire di chiedere aiuto o parlare apertamente. In questo senso, l’anonimato online può fungere da facilitatore.
Un limite rilevante della letteratura analizzata è la forte prevalenza di campioni femminili e occidentali. La maggior parte degli studi proviene da Paesi ad alto reddito, con una rappresentanza minima di contesti a basso e medio reddito. Ciò suggerisce la necessità di ampliare lo sguardo, affermano gli autori, includendo esperienze culturali diverse e analisi stratificate per sesso e genere.
Una conclusione che invita alla flessibilità
Il messaggio finale della revisione a detta degli autori è chiaro: i giovani identificano una gamma ampia e diversificata di strategie personalmente modificabili che possono sostenere il recupero dall’autolesionismo, ma la loro efficacia dipende dal contesto e dalla persona.
Non esiste un percorso unico. Per alcuni sarà lo sport, per altri la scrittura, per altri ancora una comunità online o una relazione significativa. Il ruolo dei clinici, degli educatori e delle famiglie non è imporre una strategia, ma co-costruire, insieme al giovane, un ventaglio di possibilità.
In un campo spesso dominato dalla logica del rischio e della prevenzione, questo studio sposta l’attenzione sulla capacità di scelta, sull’autonomia e sulla creatività dei giovani stessi. Riconoscere e valorizzare ciò che possono fare — e non solo ciò che devono evitare — rappresenta un cambio di paradigma fondamentale.
La guarigione dall’autolesionismo non è semplicemente l’assenza di ferite. È la presenza, sempre più stabile, di connessioni, speranza, identità, significato e potere personale. Ed è in questo spazio, fragile ma fertile, che può nascere per questi ragazzi un futuro diverso.






