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Leggere, scrivere, far di conto. Ma poi educare: alla relazione con l’altro, al rispetto delle differenze, alla legalità, all’affettività, alla salute, al rispetto dell’ambiente…

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Molto si chiede alla scuola, e molto si dibatte in quest’anticamera di anno scolastico sulle regole per ripartire. Un dato su cui tutti sembrano concordare è che la didattica a distanza (DAD) non è più accettabile, in nessuna fascia d’istruzione. I danni prodotti negli ultimi due anni scolastici sono ormai evidenti.

Leggo su Tecnica della scuola: “L’Italia, nel 2019 viaggiava su una percentuale di abbandono scolastico del 13,5 per cento, in forte miglioramento nelle ultime stagioni, ma sempre in ritardo sulla media europea (10 per cento). Con il lockdown scolastico che in alcune zone è stato così lungo da consentire in presenza non più di 40 giorni in totale si è arrivati al 27% di dispersione”. Effettivamente pare che si tratti di stime perché le rilevazioni sono in ritardo (ma va!?), però alcune Procure per i Minorenni come quelle di Napoli o di Cagliari, nell’ultimo anno, hanno chiesto maggiore collaborazione agli Enti Locali vedendo raddoppiare le segnalazioni di inadempimento da parte dei dirigenti scolastici.

Chi a scuola è andato ha imparato di meno. A metà luglio i risultati delle prove INVALSI lo hanno confermato in modo lampante. Da Il Sole 24 Ore del 14 luglio scorso: “Alle medie il 39% degli studenti non ha raggiunto il livello di accettabilità in italiano (nel 2018 e nel 2019, quindi in periodi pre crisi, si era fermi al 34%), con un calo generalizzato in tutto il Paese. Male anche in matematica, dove il 44% dei ragazzi usciti a giugno dalla terza media non ha raggiunto le competenze minime (39% nel 2019, 40% nel 2018). E in entrambe le discipline, ad andare peggio sono gli alunni socialmente svantaggiati”. Anche la geografia fa la differenza, intesa non come contenuto ma come collocazione. Al sud e nelle isole i risultati sono decisamente peggiori.

Standardizzare è di per sé un difetto. “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali”, come continua a insegnarci don Milani, si attaglia benissimo anche alla valutazione, e pensare di accertare lo stato di salute della scuola focalizzandosi unicamente sulla quantificazione dei risultati non è che mi piaccia di più, ma quei dati qualcosa devono pur dirci. Mi pare tra l’altro che anche pre covid non ci fosse molto da stare allegri: il fatto che alle medie il 34% (vale a dire 1 ogni 3) non raggiungesse le competenze base in italiano ai miei occhi è grave di per sé e così per la matematica e il resto, anche senza l’aggiunta di quei punti percentuali dovuti alla didattica a distanza e alla pandemia in genere.

La bandiera dell’emergenza ormai è un alibi. E mentre proseguono gli scontri sul green pass al personale scolastico, le reti di chi la scuola la conosce dal di dentro continuano a diffondere richieste e programmi di lavoro. Già il 15 luglio il Tavolo Saltamuri si è rivolto al Presidente del Consiglio, al Governo, al Ministro dell’istruzione chiedendo “un forte impegno responsabile per ripartire in condizioni meno disastrose delle precedenti, e fare in modo che l’esperienza vissuta orienti le scelte immediate per affrontare un’eventuale recrudescenza dell’epidemia”. Gli interventi suggeriti sono strutturali, riguardano gli spazi, i tempi, gli organici, i trasporti, il numero di alunni per classe. Una scuola pensata come insieme di processi che coinvolgono persone e appartengono alla comunità tutta.

Pochi giorni dopo una rete ancora più ampia, che oltre a Saltamuri comprende il Gruppo CRC che vigila sull’applicazione della Convenzione di New York e molti altri soggetti, ha emanato un documento condiviso dal titolo eloquente “La pazienza è finita”. Ne riporto un brano.

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“Vanno istituiti subito, in ogni territorio, Patti territoriali di governance in cui le scuole, le altre istituzioni, il terzo settore, il privato disponibile, esplorino tutte le opportunità fornite dal territorio e delineino i piani per garantire l’apprendimento in presenza, tenendo in considerazione tutti i diversi scenari di evoluzione del quadro sanitario. Va accelerata e completata la campagna vaccinale, per gli insegnanti e gli studenti che ne hanno l’età, secondo le recenti indicazioni del CTS. Vanno evitate deroghe alla scuola in presenza decise su base locale disattendendo le indicazioni nazionali. Va data attuazione alle misure contenute nel Patto per la scuola al centro del Paese, siglato tra governo e organizzazioni sindacali per superare le difficoltà endemiche del sistema scolastico. Infine, va avviata subito una riflessione sistematica sulla scuola, il suo funzionamento, i suoi obiettivi, le sue strutture e un immediato potenziamento dell’offerta educativa di qualità, scolastica ed extra-scolastica, soprattutto nelle aree territoriali oggi più deprivate e in generale nei contesti dove si sono riscontrate maggiori sofferenze sul piano sia degli apprendimenti sia socio-emotivo e relazionale”.

Molti anni fa lavorando a “Bullismo, Bullismi” avevo cercato di applicare alcuni strumenti di analisi di Johan Galtung alla istituzione scolastica ed ero andata in cerca degli elementi di violenza strutturale e culturale insiti nella scuola, tali da rendere possibili le prevaricazioni. Non era dare la colpa alla società (o all’istituzione, in questo caso) per deresponsabilizzare i “cattivi”. Era riconoscere che i comportamenti violenti dei ragazzi non si spiegano come un virus (a proposito) che attacca la scuola dall’esterno, non sono neppure i sintomi di mele marce nel cesto di frutti sani e tantomeno ineluttabili espressioni dell’istinto irriducibile dell’essere umano. Sono, questo sì, il prodotto di un sistema complesso di cui la scuola è partecipe, più o meno consapevolmente.

Il discorso vale altrettanto per l’abbandono scolastico o per la qualità (oltre che la quantità) degli apprendimenti. In questo senso il green pass agli insegnanti può essere inteso come strumento per lasciare tutto com’è ma con minori possibilità di contagio, e se fermare il coronavirus è necessario e auspicabile, si vorrebbe per la scuola un cambiamento più profondo e più dolce, per quanto lento debba essere. Un’azione risanatrice che la liberi via via anche dagli altri virus che la colpiscono quali ad esempio l’autoreferenzialità, l’abbandono, la violenza, la mancanza di risorse… Perciò è molto bene che le reti dell’educazione pongano la questione come centrale e di interesse anche per chi non si pensa coinvolto.

Il dubbio a me resta, sulla sensibilità di chi dovrebbe accogliere questo richiamo, ma da qualche parte bisogna pure incominciare per dare respiro e nuovo spazio all’imparare.


testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

Elena Buccoliero
Sociologa e counsellor, è docente a contratto all’Università di Parma sulla violenza di genere e sulla gestione nonviolenta dei conflitti e svolge attività di formazione, ricerca, supervisione e sensibilizzazione su bullismo, violenza di genere e assistita, diritti delle persone minorenni. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Ha diretto la Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati (2014-2021) e l’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara (2013-2020). Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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