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Nella sua voce non si percepisce alcuna nota di spocchia nè, tantomeno, di sfida, semmai una punta di legittimo orgoglio ma anche di solitudine, quando inizia con "provate voi..."

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Quante volte l'ho sentito pronunciato dai miei assistiti -profughi, detenuti, minori abbandonati, vittime di maltrattamenti, di tratta o di atroci violenze-, questo doloroso prologo: "prova tu" oppure, declinato nella sua variante disfattista: "tu non puoi capire"!

Ed è vero, sempre vero.

Io non posso capire, se non a spanne, ad intuito, perché, appunto, non ho mai provato, ma semmai mi sono solo adoperata in sforzi di empatia o mi sono documentata da comoda distanza, le ingiustizie, con le quali vengo, solo indirettamente, a contatto.

Luigi Manconi nel suo recente preziosissimo libro "Corpo e anima", parla di punto di vista della vittima:"è sacrosanto e assoluto. E unico. E la sua unicità non è condivisibile: essa discende solo ed esclusivamente dalla condizione di vittima. Dall'aver patito direttamente l'offesa."

Per provare ad accorciare la distanza tra me e queste particolari "vittime" sono diventata osservatrice dell'associazione Antigone e insieme a valorosi colleghi ho il privilegio di visitare i luoghi di reclusione Liguri ed imparare a riconoscerne gli odori, le fobie e le sofferenze che racchiudono.

Ma noi osservatori dopo qualche ora , si torna a casa, liberi.

Noi non si è mai loro, neppure quando, per qualche istanze si condividono gli spazi delle celle, noi non potremmo mai, comunque. completamente capire.

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"Provateci voi" e poi prosegue accarezzandosi, quasi senza accorgersene, le cicatrici sul viso:" provate voi a stare rinchiusi in tre nello spazio dove a stento può stare una persona, e rimanerci non una e neppure 8 ore al giorno, ma 23. Provate a stare cosi giorni, settimane, mesi, anni.

È ovvio che cerchi di ucciderti, Nella mia sezione li contavo, uno su cinque s'impiccava o ci provava.." Non sta parlando di un carcere libico e neppure turco, sta riferendosi ad una galera di casa nostra, del nostro ricco e civile nord Italia.

Lui è tra i sopravvissuti tornati finalmente in libertà, il malessere dei suoi coatti coinquilini gli ha lasciato segni di lame sulla pelle e forse incubi notturni, ma lui una corda o meglio un lenzuolo attorno al collo non se lo è mai annodato.

Per scontare la sua pena è stato rinchiuso in ben tre carceri italiani in celle che dove lo spazio a disposizione per detenuto era inferiore ai tre metri quadrati. Quei tre metri quadrati che sono considerati, dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, "vitali" ed al di sotto dei quali è doveroso parlare di trattamento inumano e degradante. Provateci voi... 1418 giorni per la precisione.

Senza abbastanza centimetri neppure per sgranchirsi le ossa umide e rattrapite, intrappolato insieme ad altri sei ristretti arrabbiati come e più di te, senza acqua calda nè riscaldamento, senza doccia, senza luce, aria nè cibo a sufficienza, senza privacy, senza dignità.

1418 giorni di detenzione inumana, come ha sancito il Tribunale al quale si è rivolto per ottenere giustizia, prima ancora del ristoro economico per il danno subito; perchè gli 8 euro per ogni giorno di trattamento inumano previsti ex lege evidentemente non costituiscono un risarcimento degno.

Ed in effetti leggere l'ordinanza del Giudice laddove dichiara "illegittime le condizioni detentive alle quali il ricorrente è stato sottoposto" restituisce un pò di quella dignità calpestata.

"E' importante il principio" mi dice un altro degli ex ristretti risarciti, "è una condanna simbolica, certo che sono felice, per il progetto comune, non per i soldi,"Ecco il progetto comune: vivere in uno Stato che non può disprezzare i diritti umani di nessuno, che può rinchiudere ma non violare, non umiliare, non torturare nè tantomeno uccidere o indurre al suicidio.


articolo precedentemente pubblicato da Repubblica - Genova

L'autore.
Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione

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