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In un libro di Donatella Di Cesare “Stranieri Residenti” che mi è ricapitato tra le mani in questi giorni, quasi mosso da un impulso suo, come fanno certi libri, ho trovato la commovente etimologia della parola “asilo”.

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Deriva dal greco, ci spiega la filosofa, dalla radice del verbo catturare con l’aggiunta dell’alfa privativo. È un luogo sacro che se raggiunto da chiunque, qualsiasi sia la sua colpa, il suo stigma, la sua persecuzione, offre protezione e garantisce una sorta di immunità.

Nell’antica Grecia poteva essere un bosco o un altare, chi riusciva ad accedervi veniva immediatamente, come per osmosi, preservato e tutelato.

Una sorta di “tana” del molto più prosaico nascondino dei bambini.

L’asilo è il luogo (ma forse sarebbe meglio dire “il non luogo”) dove non solo si trova temporaneo riparo, ma è impedita la cattura.

Penso ai nostri richiedenti asilo: non importa se provengono dal mare, se si sono letteralmente consumati i piedi nella rotta balcanica o se sono stati respinti innumerevoli volte dalla gendarmeria francese a Ventimiglia, per loro la “cattura” è inevitabile parte dell’indecente prezzo (insieme ad altre violenze) di quella invocazione di asilo.

Chi agogna a chiedere la protezione della fortezza (che dovrebbe essere “asilo”) Europa, non solo rischia con buona probabilità di essere respinto, ma quasi mai scampa alla cattura.

I richiedenti “asilo”, chi ha la sorte (non del tutto buona) di essere riuscito a posare i piedi nel “sacro suolo italico”, viene ispezionato, isolato su navi quarantena in tempi di pandemia, rinchiuso in hot spot, uffici di polizia di frontiera, guardine di varia natura e specie, per finire magari alla fine di questo interminabile percorso ad ostacoli in un centro di detenzione amministrativa per stranieri prima di essere espulso, coi lacci ai polsi, verso l’orrore da cui tentava di scappare.

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Senza mai essere riuscito a godere, se non per brevi istanti, della protezione dell’antico sacro “asulé”, luogo senza cattura.

Se penso a questo altare di diritto, non immagino un bosco, ma uno scoglio.

Penso istintivamente all’isola di Lampedusa, ai suoi migliori abitanti, alla sua storia. Penso alle grotte del Santuario della Madonna di Porto Salvo dove nel 700 cristiani e musulmani, giunti sull’Isola, potevano trovare insieme il conforto della fede, gli uni accanto agli altri.

L’isola dove si prendeva fiato dopo tanto navigare e dove le inimicizie restavano sospese per poi ricominciare appena lasciata la costa. Nell’Isola si raccoglievano le forze e si deponevano le armi. E non era permessa cattura.

Ci vorrebbe un’isola cosi in ogni città.

Una roccia o un albero che garantisca protezione da ogni abuso, fallimento, violazione, che offra perdono e salvezza. Una “tartaruga gigante”, come sognata da Alda Merini nella sua poesia proprio a Lampedusa, al cui guscio “barcollante sotto il peso dell’amore” aggrapparsi con fiducia e speranza.

Un posto dove ingiustizie, tradimenti e soprusi sono interdetti, dove poter indirizzare i miei assistiti e me stessa quando la battaglia sembra se non persa, decisamente impari. Mi piacerebbe che, il mio studio, o almeno qualche aula di giustizia, potesse trasformarsi talvolta in quell’altare.

articolo precedentemente pubblicato da Repubblica

L'autore.
Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione

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