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Da quando ho letto la sentenza del Tribunale di Agrigento depositata il 15 dicembre scorso, sul naufragio a largo dell’Isola di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui persero la vita 366 persone, una domanda mi rimbomba in testa: se le avessero chiamate e ancor prima pensate “persone” le avrebbero salvate?

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Nella decisione che condanna per quel naufragio 7 pescatori per omissione di soccorso, per aver ignorato le disperate richieste di aiuto di 521 naufraghi, restando ad ascoltarle immobili per circa 45 minuti, una delle parti più dolorose da leggere è la trascrizione dei dialoghi intercettati dei pescatori imputati.

Mai una parola, non dico di rimorso, ma neppure di pietà. Consapevoli di essere ascoltati, cercano maldestramente di negare le loro responsabilità ma, quando parlano di quelle persone delle quali hanno sentito imperturbabili le urla, sembrano più stizziti che impietositi.

Li chiamano sempre irrimediabilmente “clandestini” e mai persone. Persino tra di loro d’altronde, nei confronti di due colleghi stranieri, usano la stessa inconsapevole distanza: uno viene chiamato semplicemente “cioccolatino” e l’altro per non fare la fatica di ricordarne il nome neppure complicato ma straniero, viene soprannominato “Alfredo” privandolo della sua identità.

Forse se avessero chiamato le persone con il loro nome, avrebbero saputo ascoltare e rispondere a quelle strazianti grida di aiuto, avrebbero magari, quantomeno, potuto chiamare in soccorso la guardia costiera. Forse non avrebbero girato intorno a quella barca destinata a inabissarsi, senza intervenire, per poi andarsene senza un sussulto di coscienza a scaricare il pesce.

Forse, se non li avessero considerati solo “clandestini” (come peraltro indicato nei dispacci prefettizi) avrebbero saputo che le loro vite contavano più del pesce che dovevano consegnare in fretta al porto.

Forse. Poi ci sono altri pescatori, che chiamano le persone persone e quando le vedono in pericolo di vita non esitano a tentare qualsiasi azione per provare a salvarle, ad estrarle dal mare, fino a slogarsi una spalla.

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Ci sono uomini come Vito Fiorino e gli altri componenti dell’equipaggio dell’imbarcazione Gamar, che non hanno potuto resistere alla chiamata di quel “anfiteatro di persone che urlavano, che gridavano e che volevano aiuto. Erano almeno 200 persone in mare… Teste di persone dappertutto… Quelle che potevo scorgere erano forse una cinquantina ma ce ne erano tanti che nuotavano intorno.. Siamo stati presi dalla paura, perché trovarsi di fronte a tutta questa gente che chiedeva aiuto.. era praticamente impossibile pensare di poterli salvare tutti.

Io ho trovato dei ragazzi che erano attaccati a delle bottiglie di acqua minerale oppure si sorreggevano su dei cadaveri, rimanevano attaccati, si tenevano i cadaveri vicini perché non volevano che andassero a fondo e così hanno portato poi a bordo queste persone morte… Io nella mia disgrazia mi reputo fortunato di non aver portato a bordo un cadavere perché già i vivi mi hanno cambiato la vita, i morti, non so cosa sarebbe poi successo...”

Vito Fiorino e gli amici che erano con lui in quella terribile alba non pronunceranno mai la parola “clandestini”, non compresa credo nel loro personale vocabolario, e resteranno in contatto negli anni con alcuni dei profughi ai quali hanno salvato la vita, chiamandoli sempre per nome.

Ecco la mia speranza per il nuovo anno è che le persone possano vedere negli altri esseri umani solo “persone”, non solo per salvarle ma per salvarsi.

articolo precedentemente pubblicato da Repubblica

L'autore.
Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione

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