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Viva me! Lui dice, o meglio grida dall’altra parte del telefono, proprio così: "viva me!" ed in effetti, chi altri se no? Viva lui che è sopravvissuto alle discriminazioni e alle violenze senza mai rinunciare alla sua identità.

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Viva lui che è riuscito a scappare da un Paese dove l’omosessualità non solo è condannata dalla morale e repressa dalla religione ma pure punita dal codice penale come un reato. Viva lui che è stato così forte e risoluto da riuscire ad attraversare paesi e continenti senza altre risorse che i suoi piedi e la sua resistenza.

Viva lui che è stato torturato, umiliato, violato, senza mai perdere la sua dignità, anzi difendendola eroicamente.

Viva lui che è stato imprigionato e offeso senza mai lasciarsi sottrarre completamente la sua libertà .

Viva lui che è arrivato in un’Italia non proprio accogliente ed è riuscito a districarsi tra decreti "sicurezza", hot spot, diffidenze, rigurgiti razzisti di alcuni politici e dei loro seguaci e omofobia dilagante. Viva lui che ha saputo ancora fidarsi e farsi accogliere.

Viva lui che si è adeguato alla nostra lingua, al nostro cibo, alle nostre abitudini senza, credo, rinunciare mai a un briciolo della sua identità o rinnegare le sue origini e il suo difficile percorso.

Bravo lui che ha saputo sfruttare ogni risorsa personale e ambientale ed è riuscito a imparare perfettamente l’italiano ed un mestiere. Viva lui che ha sopportato di nuovo di lasciare, se non esattamente la "casa", quantomeno la stanza del centro di accoglienza per rincorrere un lavoro vero e regolare.

Bravo lui che ha saputo farsi conoscere ed apprezzare dal suo datore di lavoro ed ha ottenuto finalmente la sua indipendenza economica.

Bravo lui che è stato capace di raccontare mille volte alle autorità e pure a me, la sua storia, superando vergogne e diffidenze.

Viva lui che nonostante il diniego decretato dalla commissione territoriale non si è mai arreso, neppure per un momento: ha presentato ricorso in Tribunale per vedere riconosciuto il suo diritto ad avere protezione nel nostro Paese e ha avuto la pazienza e la fiducia di attendere i tempi interminabili della giustizia, particolarmente estenuanti in piena pandemia.

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Viva lui che nel dubbio sulla buona riuscita del ricorso avverso il diniego ha presentato richiesta di emersione (la cosidetta sanatoria) in virtù del suo lavoro.

Viva lui che ogni tanto vede la fortuna sorridergli e ripagare qualche debito.

Viva lui che ha visto notificarsi la decisione del tribunale che gli riconosce finalmente un diritto già suo: lo status di rifugiato, la massima protezione accordabile, proprio due giorni prima dell’appuntamento in questura dove gli veniva richiesto di rinunciare alla protezione per portare a termine la sanatoria. Come se di rinuncie non avesse già subite abbastanza.

Viva lui che ha saputo attendere, chiedere consiglio e affidarsi.

Bravo lui che ora esulta al telefono e vuole assolutamente offrirci una pizza.

Viva lui che ha ridato speranza a noi che combattiamo battaglie spesso ritenute perse e che rischiamo di farci scoraggiare dalla ottusa pervicacia di talune ingiustizie istituzionali e legislative.

Viva lui che ha portato allegria in una giornata buia e a tratti urticante.

Viva lui e un po’ anche noi che ci siamo fatti contagiare dalla sua e da altre resilienze e dalla sua seppur sofferta determinazione e che oggi festeggiamo la riparazione di un torto come fosse una vittoria.


articolo precedentemente pubblicato da Repubblica

L'autore.
Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione

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