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È un movimento rapido, abitudinario, ma rallentato in qualche modo dalla furtività, una fretta che impaccia. Le mani, normalmente sicure e avvezze a quel gesto quotidiano, inciampano come incerte, perdendo secondi in realtà affatto preziosi. 

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Eppure gli occhi si muovono repentinamente per verificare se l’attenzione dei compagni di avventura sia stata in qualche modo attirata su di sé.

C’è una sottile traccia di panico nelle pupille, nel respiro che per una frazione di secondo si ferma, simile, seppure distantissima, da quello che probabilmente provano i ladri davanti all’agognata refurtiva quando temono di aver fatto scattare l’allarme.

Poi tutto ricomincia a muoversi, come in una pellicola in realtà mai rallentata, gli amici ridono delle loro battute, qualcuno inizia a incamminarsi, altri si abbottonano il cappotto.

Solo allora, le mani continuano e concludono il gesto: la cipria viene aperta con scatto naturale di polpastrelli e ingranaggio e lo specchio autorizza finalmente quell’improrogabile cura: un velo, giusto un velo di rossetto, all’apparenza invisibile, che le labbra ricevono avide e grate. Specchio e borsa si richiudono quasi da sé.

Nessuno nota nulla, tutti distratti dalla festosa ricomposizione di amicizie normalmente distanti chilometri e dalla missione affatto goliardica che ci attende.

Fa freddo davanti alle sbarre di uno dei vari luoghi di detenzione che siamo soliti visitare per professione o vocazione.

Fa freddo nell’attesa per entrare, mentre per l’ennesima volta nelle nostre vite i nostri documenti vengono verificati e fotocopiati, i nostri dati anagrafici soppesati insieme alle nostre parole e ai nostri sguardi, mentre le guardie borbottano tra loro, fanno telefonate ad “alti funzionari”, ringhiano o sorridono a seconda della natura e dell’umore, protetti e rinchiusi dentro la loro guardiola.

Qui tutti stanno dietro a delle sbarre, a ognuno le sue e per alcuni le proprie si sommano a quelle degli altri in un sistema concentrico di inscatolamento perverso e criminale.

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Quando finalmente il primo cancello si apre e lesto e sinistro si richiude alle nostre spalle, le stesse grate avviluppano anche noi che ci muoviamo nel cortile acclamati dal latrato dei cani poliziotto.

Qualche stretta di mano, inutili ma doverosi convenevoli, durante i quali chi imprigiona cerca di giustificare o legittimare il proprio ruolo con arroganza oppure imbarazzo a seconda della coscienza e dell’educazione. Superata la vischiosa palude di parole si oltrepassano altre porte, altri cancelli e altre sbarre e ci si ritrova senza più separazioni con le donne rinchiuse.

Tutte con una loro esclusiva bellezza da difendere. Qui, dove la stessa saponetta deve bastare per lavare biancheria, pelle e capelli, dove i cessi alla turca, non sono qualificabili come toilette. Dove manca in riscaldamento ma abbondano i pidocchi, dove è impensabile non solo avere una crema o del balsamo ma pure un test di gravidanza per scoprire se le violenze subite hanno seminato vita indesiderata nel ventre.

Qui, si direbbe, la femminilità scompare. E invece proprio qui queste donne la difendono eroicamente. Pettinandosi l’una con l’altra, camuffando con improbabili acconciature ricrescite e incolpevole sporcizia, sorridendo incosapevolmente seducenti.

Oppure, in altri casi, quando se ne è già pagato il prezzo, ed il prezzo era insostenibile, la femminilità la si camuffa fino ad annientarla. Ci si comprime il seno in fasce strettissime, si tagliano i capelli cortissimi, si indurisce viso, postura e voce. Ma per assurdo proprio questa cura meticolosa nel nasconderla rivela intatta la loro natura e la loro indistruttibile bellezza.

È la stessa cura che la la mia amica protegge e rivendica, più preziosa ancora della bellezza, con quel velo di rossetto, prima di immergersi nell’orrore indecente dei luoghi di reclusione.



articolo precedentemente pubblicato da Repubblica

L'autore.
Avvocato civilista specializzato in diritti umani e immigrazione