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Intervenire precocemente, iniziando con la famiglia. Coinvolgere educatori e professori.
Sono questi alcuni dei suggerimenti dati da chi si occupa di scienza sociale, da medici, psicologi e professionisti di tematiche educative e pedagogiche, i quali sostengono che la prevenzione potrebbe essere una chiave per ridurre il crimine violento, che è in aumento nella maggior parte delle metropoli.

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Susan Davies, professore associato presso il Department of Health Behavior presso l'Università di Alabama a Birmingham (UAB), contestualizza la riflessione parlando di Birmingham, dove gli omicidi sono aumentati dell’80% dal 2014, e molte delle vittime e degli autori di reato sono giovani uomini afro-americani.

Diversi fattori contribuiscono alla violenza.

“Il più comune è la vendetta. Gli episodi di violenza avvengono per la volotà di punire un avversario per qualcosa che lui, o lei, ha fatto. Altre cause includono l’intervento, in difesa di sé o di qualcun altro, contro un aggressore, cercando di ‘salvare la faccia' o proteggere la propria immagine”.

La professoressa Davies è una ricercatrice nel campo dell’educazione e del comportamento sociale, che studia in primo luogo la violenza dal punto di vista dei minori in rapporto al loro ambiente sociale (famiglia, pari) e contesto strutturale (scuola, quartiere).

La violenza si verifica in tutte le culture, sostiene la professoressa, e le ragazze adolescenti risultano coinvolte in aggressioni e episodi di violenza, in percentuali molto vicine a quelle dei maschi.

“L'adolescenza può essere un momento difficile emotivamente, e molti giovani non posseggono le abilità sociali per affrontare con successo situazioni potenzialmente pericolose. La maggior parte degli autori di reato crede di non aver fatto nulla di sbagliato. Si osserva come opinione comune e diffusa, in questi ambienti sociali, che la violenza sia una soluzione accettabile al conflitto.


Vittime e aggressori

La maggior parte degli atti di ostilità e di aggressione inizia con piccole interazioni quotidiane, durante le quali a un certo punto una discussione o un confronto degenerano.

“Le discussioni che sfociano nella violenza sono un grande problema per i giovani americani (più che in altri Paesi) sia come vittime che come aggressori. La maggior parte dei fatti di violenza si verifica tra le persone che già si conoscono per mezzo della loro scuola o per le frequentazioni di quartiere”.

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Il numero di omicidi tra gli afro-americani è particolarmente preoccupante. La principale causa di morte per gli afro-americani di età tra i 15 e i 24 anni è l’omicidio, secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC).

I giovani maschi afro-americani hanno basso reddito, i quartieri urbani più poveri di risorse tendono ad essere più afflitti da gravi forme di ostilità e aggressività, spiega Sarah Stoddard, PhD, professore associato presso l'Università del Michigan.

L'esposizione all’aggressività dell’ambiente e alla povertà, può influenzare i pensieri di un adolescente riguardo il suo futuro e può essere collegato alla disperazione.

“I giovani che sono senza speranza riguardo al loro futuro sono a maggior rischio di coinvolgimento nella violenza e in altri comportamenti ad alto rischio che possono avere un impatto sulla loro salute e sul loro benessere, oltre che sulla comunità in cui vivono.

Al contrario, un orientamento positivo per il futuro può facilitare uno sviluppo sano e il successo della transizione verso l'età adulta“, continua la professoressa Stoddard, che ha condotto alcune delle sue ricerche tra i giovani afro-americani in Mobile e Prichard.

Jarralynne Agee, project manager della Birmingham Violence Reduction Initiative (BVRI), concorda sul fatto molti giovani adulti non hanno speranza. Il BVRI lavora per risolvere i problemi che portano ad un aumento della criminalità.

“Non si sentono legati a nulla. Si sentono estranei e lontani dalle cose normali che facciamo nella società, in particolare riguardo al crearsi opportunità formative e formative che li possono far entrare nel mondo del lavoro”.

“Stiamo cercando di riconnetterli a questi normali fattori di sviluppo della persona e del ruolo sociale degli individui ... perché questi fattori sono quelli che davvero aiutano a mantenerci su un percorso di normalità, tenendoci lontani da tutto quello che ci espone alla violenza e a tutto quanto ad essa associato.

Un sacco di persone che stiamo osservando e analizzando, risultano scollegate da qualunque tipo di percorso evolutivo, non hanno fatto alcuna esperienza che avrebbe potuto spingerli in una direzione positiva, diversa da quella che hanno in realtà seguito“.

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Salvare i nostri figli

La professoressa Agee afferma che vorrebbe vedere una campagna pubblica sostenuta dalle istituzioni, la quale promuova l’eliminazione delle armi da fuoco e il divieto del loro commercio.

“Nello stesso modo in cui ci impegnamo nella cura e nella prevenzione dei tumori, abbiamo bisogno di una campagna di sensibilizzazione mirata a salvare i nostri figli” sottolinea la dottoressa Agee, che ha due figli adolescenti. “Se non promuoviamo questo tipo di campagne per salvare i nostri figli, non saremo in grado di lavorare tutti insieme, a livello comunitario, in modo collaborativo ... Il lavoro deve iniziare dalla comprensione del perché siamo arrivati a vivere un tale stato di crisi”.

È in atto un processo di disumanizzazione in parte della popolazione” sostiene Kevin Washington, presidente della Association of Black Psychologists. “Qui regna la disperazione ..., quella particolare condizione di non essere in grado di sfuggire a una condizione che produce solo disagio. Spesso, gli esseri umani non interiorizzano e comprendono ciò che sta accadendo a loro all'esterno, così cominciano a manifestare forme di aggressività verso quelli più vicini a loro“.


I cicli della violenza

Alcuni credono che la soluzione comporti una revisione da cima a fondo delle comunità dove l’aggressività è spesso intergenerazionale.

Il circolo vizioso di violenza e povertà costruisce una rete di conflitti in certe zone. Ad esempio, un ragazzo può essere nato in una famiglia in cui sperimenta violenza domestica, o gli accade all’interno della sua comunità, e questi fattori si alimentano a vicenda.

“È un ciclo che va dai genitori ai fratelli fino a coinvolgere i bambini più piccoli. Continua a perpetuare se stesso all’interno di queste comunità”.

Una soluzione, secondo Walker, professore presso lo UAB’s Department of Criminal Justice, potrebbe essere quella di effettuare modifiche strutturali in alcune periferie. Questo vorrebbe in particolare dire: avere attenzione al miglioramento delle scuole, creare opportunità economiche e di lavoro, migliorare gli alloggi, e fornire sostegno a coloro che sono già stati vittime di episodi di violenza.

“Ci vorrà molto tempo, perché dobbiamo iniziare a lavorare sulla prossima generazione, per costruire qualcosa per loro. Dobbiamo dare a loro speranza “ ha detto Walker.

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Formazione genitori e insegnanti

La professoressa Davies, da parte sua, indica che alcune misure per ridurre la violenza dovrebbero coinvolgere la formazione degli insegnanti, dei genitori e di coloro “che sono spesso i primi a vedere disaccordi e scontri tra pari”, per ridurre la frequenza di quelle prime offese che poi scatenano la reazione dei soggetti a rischio.

”In altre parole, occorre evitare che gli alterchi tra i minori si trasformino in scontri potenzialmente mortali. La soluzione a lungo termine potrebbe essere quella di aumentare la capacità di autocontrollo degli adolescenti attraverso le competenze socio-emotive o di vita, e la capacità di sostenere la risoluzione dei conflitti.

 “La costruzione di competenze sociali e di controllo emotivo, sono spesso parte dei programmi delle scuole dotate delle necessarie risorse, ma raramente questo accade in quei distretti scolastici, che ne avrebbero più bisogno, a causa di una maggiore esposizione dei loro studenti a molteplici rischi e fattori di stress che compromettono la loro salute mentale e il loro processo decisionale“.

Tutte le scuole devono includere un curriculum di abilità sociali che insegni lo sviluppo della capacità di dare risposte non violente a comportamenti che, altrimenti, potrebbero portare a un'aggressione, spiega la professoressa Davies. Le scuole dovrebbero anche avviare un processo informativo e di coinvolgimento delle famiglie, affinché gli sforzi di prevenzione della violenza vengano supportati anche dai genitori.

“Non è raro che i genitori consiglino ai loro figli di rispondere a un’aggressione con la violenza, dicendo loro: 'Se ti colpiscono, tu devi colpire a tua volta'” spiega la Davies, che vorrebbe vedere un maggiore sostegno alla creazione di “ambienti familiari positivi.”

“Gli ambienti familiari, primi contesti sociali dei bambini, sono predittori significativi delle loro capacità cognitive e socioemotive. Allo stesso modo, aumentano anche i rischi per la criminalità e i problemi di salute”.

“Gli ambienti familiari negli Stati Uniti, così come in molti altri Paesi di tutto il mondo, si sono deteriorati nel corso degli ultimi 50 anni. Avere genitori di alta qualità non è più un fattore dipendente dalle risorse finanziarie, anche se la povertà porta spesso a gravi fattori di stress che compromettono la salute mentale e rendono la genitorialità più difficile”.

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Le pubblicazioni su Ubiminor riprenderanno il 4 settembre.
A tutti i lettori, auguriamo buone vacanze!

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