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comunità

  • Ci lamentavamo degli istituti, ci lamentavamo del clima freddo e autoritario che vigeva in quei contesti, ci lamentavamo del gran numero di bambini e ragazzi che erano costretti a stare tutto il giorno con le stesse persone a fare le stesse cose alle stesse ore. Ci lamentavamo, appunto, dell’istituzionalizzazione in quanto processo di assoggettamento di un minore ad una dimensione omogeneizzante e non centrata sui bisogni individuali dei singoli individui.

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  • Condivido con i lettori riflessioni su come, a fianco dei tradizionali strumenti di cura della comunità "Rosa dei venti",  nel nostro modello del “fare comunità” abbiamo dato spazio e rilevanza ad alcuni strumenti innovativi quali la natura ed il “corpo intelligente”.

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  • "La filosofia riparativa si basa sulla convinzione che la convivenza umana può migliorare quando le persone si sentono parte di una comunità e possono prendere parte attiva nelle questioni che li riguardano, in relazione a problemi o conflitti. Le pratiche riparative forniscono sistemi per far fronte a situazioni conflittuali attraverso il dialogo. Questo modo di gestire il conflitto non solo aiuta a risolverlo, ma contribuisce anche a rafforzare i legami tra le persone e a migliorare le relazioni in tutta la comunità".

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  • È da oggi in libreria il libro di Lamberto Bertolé "Il Miele e l'aceto. La sfida educativa dell'adolescenza" (Novecento Editore). Di seguito una breve intervista all'autore.

    Buongiorno Lamberto. Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

    Il desiderio di condividere la mia esperienza di educatore e insegnante. Ho sempre sentito, io per primo nel corso del mio lavoro, la necessità di verificare e di discutere con i miei colleghi quello che facevo con i ragazzi di cui mi stavo occupando. Da queste pagine spero arrivino spunti per occasioni di confronto e di discussione. Gli adulti hanno bisogno di non sentirsi soli nel rapporto con gli adolescenti di cui si occupano, hanno ricchezze da scambiare, fatiche da vincere.

    20150427 Miele e aceto

  • Si è svolta oggi con grande partecipazione di pubblico, alla Casa dei Diritti, la tappa milanese del "tour" di #5buoneragioni, l'iniziativa promossa per far conoscere le storie e i dati reali dei minori allontanati dalle loro famiglie, dei loro genitori e degli operatori che a vario titolo se ne prendono cura, per far conoscere dal di dentro una realtà che negli ultimi tempi è stata spesso presentata in modo distorto dai mass media.

     5 ragioni Milano

  • Da qualche anno i media parlano spesso di giustizia minorile, e quasi sempre in negativo. 
    Forse ha ragione chi riconosce un intento per nulla casuale dietro certe esternazioni, un progetto culturale e politico fin troppo facile da leggere in filigrana e che riguarda tutta la magistratura, tutti i servizi pubblici. Sicuramente è un progetto fin troppo efficace, dato che parla all’emotività e sfrutta l’ignoranza (in senso letterale) di tanta parte dell’opinione pubblica che non sa nulla della materia, o il rancore di quella minoranza di adulti che invece qualcosa sa, per averne patito decisioni che magari li ha fatti soffrire, perfino quando erano decisioni giuste. 

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  • Quando l’inserimento in comunità di un minore avviene dopo un serio percorso di approfondimento relativamente alla crisi familiare in atto e al danno subito dal bambino spesso è compreso e riconosciuto anche dai genitori come protettivo della relazione tra loro; certamente non potranno condividerlo , ma nei fatti non lo ostacoleranno più di tanto.

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  • Respirate e contate, se comincerete a dubitare pesantemente della sensatezza di ciò che vado a raccontare. La mia è una personalissima digressione su una marginale sfumatura del rischio cosiddetto educativo che meriterebbe forse pensieri più consistenti. Ma per quello ci sono altri, oggi, in questa sala. Io sono qui ad altro titolo e intendo abusarne. Perché il lavoro dell'educatore di comunità senza il gusto delle piccole cose diventa routine e assistenza.

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  • Scusatemi per prima. Avrete pensato che io mi sia preso gioco di voi, in qualche misura. Un po' è vero, un po' no. In realtà mi sono preso la briga di mancare intenzionalmente di rispetto a quel processo di enfatizzazione del rischio educativo che è da tempo in atto e che temo possa cristallizzare i nostri modelli d'intervento e uniformare, con le procedure, anche le proposte educative, anestetizzando le peculiarità. Per lo più per, tra l'altro talvolta comprensibili, motivi di bilancio ed esigenze di standardizzazione. C’è un clima di gravità diffusa che zavorra l’iniziativa, laddove invece servirebbe promuoverla, anche a rischio di sbagliare dandosi l’opportunità di fare tesoro degli errori.

     20150605 Iuri

  • Intervenire precocemente, iniziando con la famiglia. Coinvolgere educatori e professori.
    Sono questi alcuni dei suggerimenti dati da chi si occupa di scienza sociale, da medici, psicologi e professionisti di tematiche educative e pedagogiche, i quali sostengono che la prevenzione potrebbe essere una chiave per ridurre il crimine violento, che è in aumento nella maggior parte delle metropoli.

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  • Il giudice minorile John Walker sostiene che occorre un’assunzione di responsabilità collettiva per affrontare le complesse cause alla base dei reati commessi dai minorenni. Tale assunzione di responsabilità, dice il giudice in base alla sua lunga esperienza, offre una migliore possibilità di successo per il recupero dei giovani rispetto all'avere nei loro confronti una posizione rigida, mirata solo a un’attribuzione di colpa al minore.

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  • Le Esperienze negative

    nel portale 

    Non ci sto dentro

     

     

  • Sono andato a prenderla alla scuola dove avrebbe frequentato la seconda media a pochi giorni dal suo arrivo in comunità, parlo di fine febbraio ed era una giornata di pioggia. Pochi secondi dopo essere salita in macchina si è tirata su la manica del braccio e mi ha fatto vedere dei tagli, sottili e superficiali, graziosamente allineati: “Guarda cosa mi sono fatta” mi ha detto, “sai? Io sono depressa”. La macchina era già in moto e la scuola distava pochi minuti dalla Comunità per cui non ho ritenuto necessario fermarmi, mi sono girato verso di lei le ho detto con un tono dolce che ricordo ancora oggi: ma no, tu non sei depressa, sei solo triste, tanto triste, quando arriveremmo a casa ti pulirò il braccio e mi racconterai un po', va bene?

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  • La parola Fiducia

    nel portale 

    Non ci sto dentro

     

     

  • Si tesse il sudario

    per il giudice onorario.

    20150210 filastrocca giudice 2 

  • In comunità è entrata dopo che ha denunciato per abusi il compagno della madre. Non è stata creduta, non dal giudice degli adulti (rancorosa, gelosa della mamma, sicuramente) e non dalla mamma che alla fine quell’uomo lo ha lasciato, ma per tutt’altre ragioni. Così la ragazza è ancora in comunità e chiede di restarci, è l’unica nicchia dove trova quiete.

    Scusa
    non parlo con te né con nessuno.

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  • Ciao assistente, sono Alì

    e non voglio stare qui. 

    20150310 filastrocca alì

  • Sono stato un bambino
    senza un solo difetto.
    Nella casa dei nonni
    ero proprio un ometto.

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  • I ragazzi e le ragazze che terminano o stanno per terminare un percorso residenziale in comunità e/o in affidamento familiare faticano a trovare spazi relazionali sufficienti e rispondenti alla loro necessità di emanciparsi e di “normalizzare” le loro traiettorie biografiche.

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  • I ragazzi e le comunità

    nel portale Non ci sto dentro

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Le pubblicazioni su Ubiminor riprenderanno il 3 settembre.
A tutti i lettori, auguriamo buone vacanze!

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