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Le parole necessarie sugli scontri di Pisa le ha pronunciate il presidente Mattarella in modo esemplare. L’immediata assunzione di responsabilità l’ha incarnata la grande manifestazione che si è tenuta in città la sera stessa. Ulteriori contributi hanno messo bene in luce aspetti diversi di questa storia. Ho visto anch’io video che fanno pensare.

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E se i giovani fossero dei giovani, e gli agenti fossero agenti?

Un frutto avvelenato dell’enfasi politica e mediatica (su qualunque fatto) è la polarizzazione. Così, secondo i punti di vista, le poche decine di studenti a Pisa diventano violenti coperti, se non istigati, dalla sinistra, e i poliziotti risultano violenti asserviti alla maggioranza di destra. Io non so se queste etichette si attagliano a persone dell’una o dell’altra parte. Credo, però, che servirebbe a noi, che in quella piazza non c’eravamo e non conosciamo i protagonisti, provare a farne a meno. Cosa diversamente rileviamo in quei fatti se i giovani sono soltanto dei giovani con qualcosa da dire, e gli agenti soltanto degli incaricati dell’ordine pubblico? Ai miei occhi almeno, scartata l’idea del complotto, la sproporzione nel rapporto di forze è più nuda e le domande, che affiorano per provare a capire cosa è successo, sono meno scontate, più profonde.

Ogni esperienza disegna la forma del mondo

Mi capita di incontrare adolescenti e mi è successo di farlo anche con ruoli istituzionali. Ho sempre sentito su di me una responsabilità che credo ogni adulto dovrebbe indossare consapevolmente, quella di chi partecipa a trasmettere l’alfabeto per decodificare il mondo.

Di fronte a giovani che ancora sanno poco delle strutture sociali, ogni contatto con insegnanti, poliziotti, giudici, medici… dice, sì, qualcosa di quell’insegnante, quel poliziotto ecc., ma trasmette anche informazioni sull’insieme. Viene elaborato dai ragazzi proprio mentre costruiscono la loro mappa per orientarsi nel mondo. Quella mappa traccia il confine tra giusto e ingiusto, tra forza e violenza, tra privato e pubblico. Spiega cosa significa essere adulti e – nel caso di specie – a cosa serve la polizia, la sfera di potere di cui dispone e i limiti che deve osservare (o che può non osservare). Chi è stato medicato, chi ha visto tutto qualche fila dietro, i loro amici e amiche, i pari età che in questi giorni stanno guardando i video… anche attraverso questo episodio disegnano la loro mappa. Di fronte a questo, le ferite del momento sono perfino secondarie. Non vorrei essere in uno di quegli agenti, portare quella responsabilità – che poi contribuisce a marcare la polarizzazione di cui dicevo, e sempre più studenti proveranno astio verso la polizia e agiranno di conseguenza, e sempre più agenti riterranno che chi manifesta nelle piazze è un violento. Entrambi lo diranno. Ciascuno accuserà l’altro di fare la vittima. Ciascuno, in qualche misura, lo sarà, anche della propria confusione.

Ho ascoltato con ammirazione e conforto le voci degli insegnanti che si sono levate durante gli scontri: “Siamo insegnanti, siamo pubblici ufficiali come voi, stiamo filmando tutto”. Forse ha ragione un amico insegnante quando osserva che, nel corteo, il docente non era nell’esercizio delle sue funzioni, quindi la qualifica di pubblico ufficiale è discutibile, ma almeno quei professori hanno affermato un modo differente di essere adulti. Lo hanno ribadito insegnanti, dirigenti scolastici, concittadini…nelle ore successive. Conto ci siano anche loro, tra gli indizi validi a disegnare la mappa.

Parlare di “mele marce” non basta

Tante volte, anche nel Movimento Nonviolento, ripassiamo la lezione di Johan Galtung: per comprendere la violenza diretta dobbiamo analizzare anche la violenza strutturale e culturale che la motivano e la sorreggono. Nelle forze dell’ordine il sistema di selezione, di formazione, di organizzazione del lavoro, la cultura diffusa a livello generale e locale sono una parte della spiegazione. Dovrebbe essere assunta, seriamente, a tutti i livelli decisionali. Bene ha fatto Peppe Sini a ricordare immediatamente le proposte di legge sulla formazione delle forze dell’ordine alla nonviolenza. È un tema che ci è caro. Ricordo il n.1/2015 di Azione nonviolenta (curato da Daniele Lugli e da chi scrive), dove è presente anche un’intervista ad Andrea Cozzo che su questo ha una buona esperienza, o al n.3/2016, frutto di un seminario livornese promosso da Rocco Pompeo.

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Poi certo, la responsabilità delle violenze è individuale. Ci fossero i codici identificativi sulle divise, durante il servizio d’ordine, proteggerebbero dalle generalizzazioni gli agenti che non fanno violenza sugli inermi e restituirebbero gli addebiti a chi ne è titolare. Questi codici sono pratica comune in altri paesi europei. In Italia non ancora.

La formazione alla nonviolenza serve anche a noi

Manifestare la propria opinione in modo pacifico è un diritto costituzionale essenziale. Farlo non solo pacificamente ma anche nella tensione alla nonviolenza, vale a dire inscrivere la manifestazione in un disegno più ampio e curare passo dopo passo l’appropriatezza della comunicazione, è una possibilità. Richiede un livello di consapevolezza che non mi sogno di chiedere a ragazzi di sedici anni. Penso però che gli adulti – dei movimenti, delle associazioni… – abbiano questa testimonianza da portare, uguale e simmetrica a quella che attribuivo poc’anzi agli adulti delle istituzioni. Non che questo escluda in ogni caso le manganellate, ma può ridurne la probabilità. Dentro al Movimento ho imparato che manifestare è rendere manifesto quello che per noi è evidente. Per i ragazzi di Pisa, la sofferenza del popolo palestinese. Quando si arriva allo scontro ricordiamo solo quello, i contenuti delle manifestazioni scivolano sullo sfondo.

Una sospensione fertile ma difficile da abitare

C’è un istante che mi colpisce, nei video della manifestazione. I manganelli sono già stati usati (non ho visto immagini del prima, forse non ho cercato abbastanza) e i due schieramenti si fronteggiano, immobili. Finalmente possono guardarsi. I ragazzi sono arrabbiati, scossi, feriti. Gli insulti sono quelli della concitazione. Una voce femminile (giovane o adulta?, non so dirlo) ripete ai poliziotti: “I vostri figli li picchiate? Li picchiate così?”. Ci fosse stata la forza di togliere la maschera ci sarebbe stato un momento di verità. Che cosa avrebbero potuto dirsi, in un dialogo disarmato?

La giustizia, quando verrà

La Procura di Pisa ha aperto un’indagine. Molto bene. Poi però penso a cosa verrà adesso, agli anni che ci vorranno per arrivare a sentenza, alle strategie accusatorie e difensive che si fronteggeranno nelle aule del tribunale. Mettiamo che vengano accertate le responsabilità dei violenti. Per le vittime, specie se giovanissime, avere ragione tra cinque o dieci anni è un pallido riflesso della giustizia. E comunque il processo ricuce (in parte) il patto sociale ma non risponde davvero al bisogno di risposte di chi subisce un’ingiustizia.

Non è troppo tardi per quel dialogo mancato. I ragazzi presumo si sentano feriti, anche interiormente, e a chi più di tutti potrebbero dirlo se non a chi li ha colpiti!? Agenti, e cioè persone, che si staranno confrontando, necessariamente, con ciò che hanno vissuto agitando quei manganelli su corpi adolescenti; avranno pure qualcosa da esprimere! La Riforma Cartabia, insieme ad altre disposizioni discutibili, ha almeno impresso un’accelerazione alle pratiche della mediazione penale. Speriamo siano applicabili ancor prima delle sentenze. Per gli adolescenti soprattutto, ogni giorno è prezioso.


testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

Elena Buccoliero
Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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