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Il vecchio John soffriva di una malattia mentale e la sua famiglia faceva parte di una gang malavitosa. Da quando i suoi genitori si erano separati viveva con la madre, che era una forte bevitrice. La violenza è sempre stata una presenza costante nella sua casa. "Mia madre ci picchiava spesso. Una volta ha addirittura colpito mio fratello in faccia con un grosso bastone".

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A raccontarlo è Jarrod Gilbert, un sociologo dell'Università di Canterbury.

Mentre la mamma stava al pub a "giocare con le slot e quant'altro", John doveva badare a se stesso, ai suoi fratelli e alle sue sorelle. Quando lei organizzava party e seratine, loro erano costretti a starsene fuori, a guardare dalle finestre, mentre lei se la godeva.

Spesso i due ragazzi si ritrovavano senza niente da mangiare.

John ha lasciato la scuola quando le superiori erano appena iniziate e ha iniziato a rubare, imparando a cavarsela da solo. Per lo più rubava nelle case.

"Quando sei entrato in una casa per rubare, non devi guardare le foto. Se no ti vengono i sensi di colpa. Io non ho mai posato gli occhi sopra una foto".


possiamo replicare quello che fanno questi ragazzi
per ridurre quel  91 per cento di giovani
che non riescono a uscire dal loro destino carcerario?


Si stringeva nelle spalle quando ho commentato che la prima parte della sua vita stata dura, molto dura. Non ci aveva mai pensato. "Il crimine era normale per me ". Ma ciò che rende particolarmente interessante la vicenda di John è che lui adesso non ruba più. Fa parte di quella piccola minoranza di giovani che vanno a finire in prigione ma che poi, una volta usciti, si tengono lontani dai guai. Volevo sapere che cosa lo aveva fatto scendere da quella sorta di “nastro trasportatore” che di continuo riporta i ragazzi verso le nostre famigerata prigione.

Tra i giovani delinquenti, il tasso di recidiva entro i cinque anni dopo il rilascio è pari al 91 per cento, in gran parte il nuovo arresto avviene da  12 a 24 mesi dopo il rilascio. Ciò significa che in qualche modo solo il 9 per cento dei giovani che finiscono in prigione impara la “lezione” e rimanere fuori dai pasticci. Il che significa più processi, più carcere, maggiori costi e più vittime. La storia dei fallimenti e della recidiva, con tutte le sue conseguenze, è ben conosciuta e studiata, ma cosa possiamo imparare dai casi di successo?

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Cosa rende differente il percorso di John e di tutti gli altri come lui che fanno parte di quel  9 per cento che non torna dentro? Possiamo replicare quello che fanno questi ragazzi per ridurre quel  91 per cento di giovani che non riescono a uscire dal loro destino carcerario?

Il Dipartimento Penitenziario mi ha commissionato una ricerca per trovare risposte a questo interrogativo. Ho avuto il mandato di rintracciare 50 persone che erano state mandate in prigione prima dei vent’anni, ma che erano poi rimaste con successo fuori dai guai a partire dal loro rilascio.

Non è stato facile. Molti erano semplicemente irraggiungibili, avendo da tempo lasciato i vecchi indirizzi di residenza e abbandonato i vecchi numeri di telefono. Ho girato per giorni e giorni su e giù per il Paese a bussare inutilmente a molte porte. Due volte, mentre ero seduto nella mia macchina cercando di evitare i cani che proteggevano le case, sono stato accusato da qualcuno del luogo di essere un poliziotto sotto copertura.


Sono stato accolto
nelle loro case e nelle loro vite


Un giorno ho incontrato una vecchia samoana. Stava togliendo l’erba dal suo vialetto di casa. Le ho chiesto se sapeva dove fosse il nipote. In Australia, ha risposto. Ci siamo seduti al sole sul bordo del vialetto a parlare. Prendere tempo con le persone è importante, essere gentili. E sondare attentamente il terreno per riuscire ad avere la loro fiducia. Alla fine le ho augurato buona fortuna quando l’ho lasciata. Sono abbastanza sicuro che anche lei pensava di me che fossi un poliziotto.

Quando ho trovato qualcuno di quelli che cercavo, sono stato sempre trattato con generosità. Solo due persone hanno rifiutato di partecipare alla mia ricerca. Sono stato accolto nelle loro case e nelle loro vite. Ho appreso da quelle persone tante cose che avrebbero preferito dimenticare. È importante, ho detto loro, che me ne parliate, e lo credevo davvero.

Ciascuno di loro ha ricevuto 50 dollari per parlare con me, ma per una persona questo compenso è stato maggiore. Era un uomo che, dopo avermi accolto a casa sua, mi ha offerto una tazza di tè. Ho versato nella tazza l'ultimo goccio di latte della bottiglia che mi ha dato. Veniva da un frigorifero che senza quella bottiglia è rimasto completamente vuoto.

Mentre lui e suo figlio mi salutavano e auguravano buon viaggio, gli ho dato tutto quello che avevo con me, forse altri 40 dollari, ma mi sarebbe piaciuto che fossero più.

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Il mio collega Ben Elley ed io abbiamo studiato con attenzione i dati raccolti. Quello che abbiamo trovato è presto detto.

Tutti i partecipanti hanno ammesso le loro responsabilità per i crimini che avevano commesso. La maggior parte di loro ha dichiarato di essere stata dissuasa dal crimine dall’esperienza della prigione e dall’aver messo sottosopra la vita delle loro famiglie - il più delle volte quella delle loro madri.

Questi fattori sono stati cruciali nel portarli a prendere la decisione di cambiare, ma l’effettiva possibilità di effettuare un cambiamento è venuta solo grazie al sostegno in ambito professionale che è stato garantito loro dopo il rilascio. Questo fattore è risultato assolutamente indispensabile per cambiare strada, tanto quanto il rompere con i gruppi di pari antisociali.


Il luogo del fallimento è anche il luogo
dove troveremo le risposte più chiare


Queste conclusioni sono preziose di per sé, per quello che ci suggeriscono, ma forniscono anche importanti elementi che potrebbero costituire la traccia per ulteriori ricerche. Perché il carcere e il timore di mettere le madri e la famiglia in situazione difficile, fattori che sono risultati deterrenti sufficienti per queste persone, non hanno avuto altrettanta efficacia nei confronti della maggioranza di coloro che sono stati di nuovo imprigionati?

Forse il fatto che coloro che ce la fanno a evitare comportamenti delinquenziali ammettano la responsabilità dei crimini e delle illegalità che hanno compiuto,  significa che si sentono capaci di affrontare e sostenere nel tempo un cambiamento radicale nel loro comportamento? Cosa c’era di particolare nelle garanzie e nel supporto presenti al momento del loro rilascio? Cosa ha fatto davvero la differenza? Per rispondere a questi interrogativi ci sarebbe bisogno di un campione di persone recidive con cui confrontare i risultati ottenuti.

Occorre capire a fondo le ragioni del fallimento. Bisognerebbe avere la possibilità di andare all’interno delle stesse prigioni per effettuare una ricerca.

Il luogo del fallimento è anche il luogo dove troveremo le risposte più chiare. Mentre è ovvio e quasi scontato (e giustamente) che ci concentriamo sulle vittime della criminalità, a volte un focus sui criminali risulta altrettanto importante.

Spesso, come John, non sono solo criminali ma anche loro, allo stesso tempo, vittime.

Jarrod Gilbert è un sociologo dell'Università di Canterbury e capo ricercatore presso la  Independent Research Solutions.

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