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Per gentile concessione dell'Ufficio Studi, Ricerche e Attività Internazionali del Dipartimento di Giustizia Minorile, pubblichiamo l'introduzione al "2° Rapporto sulla devianza minorile in Italia" (II parte).

Alcune centrature

Il Rapporto apre alcuni spazi dedicati a segmenti di cui vuole marcare la peculiarità. Allcuni di essi sono stati  citati sommariamente nel corso di questa presentazione: l’analisi sulla recidiva,  la sospensione del processo e della messa alla prova, la condizione delle ragazze. Vorrei aprire uno spazio di riflessione sui cd. giovani adulti. La progressiva presenza di ragazzi nella fascia alta dell’adolescenza, in area penale esterna ed interna è un punto di particolare significatività all’interno di questo Rapporto. Infatti se abbiamo parlato della dinamicità e flessibilità dell’adolescenza in area penale non si può non prendere atto del progressivo innalzamento dell’età dei ragazzi che entrano e sostano all’interno dei Servizi minorili.

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Gli aspetti di questo fenomeno sono stati ampliamente riportati nella ricerca che l’Ufficio Studi ha svolto in collaborazione con il Censis in corso di stampa, vale la pena sottolineare che anche su questo aspetto è necessario promuovere una lettura integrata sulla differenza di bisogni e quindi di interventi/servizi che un giovane adulto richiede e che ridefiniscono le peculiarità del progetto educativo e delle competenze necessarie per implementarlo. Bisogna far si che al di là delle intese per il transito all’Amministrazione Penitenziaria, sia garantita la continuità dell’azione educativa e soprattutto ove possibile, la permanenza in area penale esterna.

Il tempo delle crisi

Sarebbe stato inusuale tralasciare in questo Rapporto una riflessione sui tempi che stiamo vivendo e sulle crisi che stiamo attraversando, prima fra tutte la crisi economica .

La storia e lo sviluppo del sistema della giustizia minorile nel nostro paese è il risultato  di pensieri e di interventi che  hanno permesso nel tempo di costruire, arricchire e mettere a disposizione della collettività e degli ‘addetti ai lavori’ un patrimonio di documenti, studi ed esperienze assolutamente consistente. Questa eredità costruitasi nel tempo ha consentito e consente tuttora alla Giustizia minorile di attraversare il tempo delle crisi con segnali di innovazione e cambiamento. Ma non senza fatica e con il rischio sempre presente dell’esaurimento delle scorte, se il patrimonio umano e culturale non viene sostenuto con scelte politiche e d organizzative adeguate.

Come noto, la Giustizia minorile vive in quella terra di confine dove politiche giudiziarie e politiche di welfare s’intrecciano inevitabilmente. Questa terra di confine sono le comunità locali, le scuole, le imprese, le famiglie,  dove i ragazzi vivono, o arrivano se non sono italiani, e qualche volta commettono reati, comunicando il loro disagio, la fatica di crescere, l’incertezza del futuro e tanto altro ancora. E’ evidente allora che se va fatta una riflessione sulle politiche di giustizia essa non può essere disgiunta da una riflessione sulle politiche locali che inevitabilmente connotano le politiche di giustizia. Iniziamo da qui.  Lasciando sullo sfondo il DPR 448/88 che comunque ha grande responsabilità nell’aver aperto la Giustizia minorile al territorio, la sfida che oggi si pone alla Giustizia minorile è assai complessa in considerazione delle difficoltà di ordine economico, della carenza di personale, e dell’accresciuto affanno in cui versano i tradizionali partner della giustizia, in specie gli enti locali e aziende sanitarie locali. I servizi, le opportunità educative e di cura sono sempre di meno e questo riguarda specificatamente gli aspetti medico-psicologici, da quando la medicina penitenziaria è transitata al sistema sanitario nazionale . Anche il passaggio delle competenze agli enti locali, a seguito della riforma del Titolo V, ha rimodulato l’offerta d’interventi finalizzati proprio all’educazione e agli interventi in area adolescenziale. Nel 2008 inoltre è avvenuto il passaggio della Sanità Penitenziaria al servizio Sanitario Nazionale e a distanza di cinque anni si registrano ancora diverse problematiche sia dall’ottica istituzionale, di messa a punto del nuovo sistema, sia dall’ottica della fruizione dei diritti da parte dei ragazzi, detenuti e non, alla salute ed alla cura. In particolare: a) la necessità di un’adeguata e tempestiva assistenza ai minori negli IPM o nelle Comunità; b) la presa in carico di minori con diagnosi psichiatrica che richiede l’inserimento in strutture adeguate; c) la disponibilità di esperti in psicologia o psichiatria infantile anche per il sostegno minori vittime di reati a sfondo sessuale ai sensi della legge 172/2012 ratifica Convenzione di Lanzarote.

Le crisi, bisogna ammetterlo, fungono da potenti attivatori della creatività dei nostri servizi del territorio, consentendo di avviare anche molte interessantissime sperimentazioni. E’ evidente che si è generata nell’ultimo decennio una competenza locale dei Servizi della Giustizia minorile a costruire strategie e politiche locali integrate, a promuovere sinergie tra attori sociali, a sviluppare  la capacità di  accedere a risorse tramite la progettazione prevista con i fondi dell’Unione Europea, a costruire progetti locali di risposta al disagio degli adolescenti, coerenti con i bisogni del territorio, in un processo di sviluppo di comunità. Da ciò ne deriva che anche l’azione socio-educativa si rimodula e cresce attraverso percorsi sempre più individualizzati e sempre più territorialmente definiti,  capaci di articolare  per i ragazzi che entrano nel circuito della giustizia penale  una serie di attività, di studio, di lavoro, ricreative, sportive, di formazione professionale, di sostegno, di controllo, che hanno un significato pratico ma anche simbolico.

In questa ottica, il sistema giudiziario diviene un attivatore di risorse, “utilizzando” l’evento reato con la consapevolezza che è necessario che  il rapporto tra il minore e il sistema penale si concluda al più presto, per restituire alla comunità e alla famiglia, progetti di normalità. È essenziale sottolineare il contributo notevole che il privato sociale ha apportato alla giustizia minorile, rinnovando il concetto e l’esperienza della solidarietà in pratiche concrete d’azione capaci di coniugare vicinanza affettiva e professionalità.

Si delinea in questo modo, all’interno della Giustizia minorile, un complesso sistema d’intervento, fondato sulla complementarietà dell’azione tra i servizi e sul potenziamento dell’operatività integrata Queste azioni rappresentano un requisito fondamentale per affrontare la problematica della devianza minorile, già complessa nella sua definizione e ancor di più  nella individuazione di possibili risposte.

La gestione delle reti formali e non, a fronte di un ridimensionamento delle risorse devolute al welfare, sembra offrire maggiori possibilità di investimento progettuale e l’orientamento verso una giustizia “dialogante”, atta a ristabilire quella capacità di ascolto e di parola che le reti primarie non assicurano più,  sembra evidenziarsi quale prospettiva aperta per la Giustizia minorile italiana, peraltro in piena sintonia con gli orientamenti europei in tema di trattamento della devianza giovanile.

Anche in Italia nell’analizzare le politiche locali e le esperienze realizzate si riconosce la peculiarità di un modello di Giustizia minorile centrato sul concetto della responsabilità e mixato con esperienze, seppur destrutturate, ma sempre più estese di giustizia riparativa tra i Paesi dell’U.E.. Le sollecitazioni fornite a tale proposito da Patrizia Patrizi ci sembrano una vera sferzata a che la Giustizia minorile si muova velocemente verso il paradigma della Giustizia Riparativa. 

Un’altra traiettoria si rende visibile nei processi di ridefinizione tecnico-professionale dei Servizi minorili. Le ultime circolari di organizzazione e gestione tecnica dei servizi emanate nell’anno 2013 delineano un’architettura che, all’interno di una cornice normativa articolata e complessa, sia per la ricaduta di nuove disposizioni legislative sia per la presenza di lacune normative[1] mai colmate, sia in grado, tuttavia,  di far funzionare un assetto operativo aperto e permeabile e di attivare tutta la ricca rete di attori locali e di occasioni di investimento progettuale. Le comunità educative, il servizio sociale, l’istituto penale per i minorenni, i centri di prima accoglienza, i servizi tecnici dei Centri per la Giustizia minorile, sono stati soggetti di un processo di riflessività sull’oggetto del proprio lavoro, che è confluito in dispositivi amministrativi,  capaci di uniformare senza omologare  modalità e processi di lavoro. La valutazione, la carta del servizio, il case management, il progetto educativo d’istituto sono gli elementi di evidente innovazione intorno a cui si è provato a ridefinire “la presa in carico” tecnico professionale. A tale proposito rinviamo alle interviste di Luigi Regoliosi e di Lamberto Bertolè in cui si evidenzia altresì un aspetto di non poco conto: la cura degli adulti. Forse in questi ultimi anni si è dedicata poca cura agli operatori dell’intervento socio-educativo e il progressivo invecchiamento senza adeguati rinforzi di nuove leve rappresenta un fattore di rischio per la Giustizia minorile per gli anni a venire.

Si è andato capitalizzando un patrimonio conoscitivo ed esperenziale assolutamente consistente che ha alimentato e continua ad alimentare l’evoluzione del sistema soprattutto dal punto di vista delle prassi operative di intervento, ma anche delle proposte di integrazione e modifica legislativa, del dibattito teorico, nonché degli orientamenti interpretativi e applicativi delle norme da parte della magistratura minorile, ma questo capitale necessita di essere riconosciuto e rigenerato.

Da tutto quanto finora evidenziato e da quanto si renderà visibile nella lettura del Rapporto si rende visibile il consolidamento di quello che nel primo Rapporto avevamo chiamato il modello italiano di giustizia penale minorile. Un modello centrato alle peculiarità del nostro sistema di welfare e dei relativi cambiamenti in corso; sul ruolo del cd. terzo settore, co-protagonista di progetti di attenzione alla devianza degli adolescenti, sulla capacità di tenuta delle comunità professionali interne al sistema dei servizi…e progressivamente teso verso un idea di giustizia riparativa.

L’Italia, inoltre, con questi dati afferma e mette in atto il prevalere di uno dei  principi più rilevanti chiamati dalle raccomandazioni internazionali ossia la residualità del carcere e la centralità dell’azione educativa. Un numero sempre più rilevante di ragazzi che commettono reati è affidato al servizio sociale e agli interventi in area penale esterna. Per troppo tempo a questo dato, che pur andava manifestandosi nell’ultimo decennio non è stato dato il giusto valore. Eppure l’evidenza è sotto gli occhi e questo fa onore all’impegno ed alla silenziosa tenacia con cui la magistratura minorile in primis e gli operatori a fianco  hanno investito risorse e competenze per riportare il disagio degli adolescenti  negli spazi aperti della società civile

Oggi, è tempo di consolidare quanto di meglio è stato fatto.

(qui la prima parte)

Il rapporto si può acquistare qui

[1] Non è stato ancora emanato uno specifico ordinamento penitenziario minorile che declini le modalità di esecuzione delle sanzioni applicate ai minori di età .

L'autore.
Dirigente dell'Ufficio Studi, Ricerche e Attività internazionali del Dipartimento di Giustizia Minorile.

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