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Le dimissioni rappresentano un fondamentale momento di passaggio in comunità terapeutica. Tale momento è caratterizzato dalla chiusura del progetto terapeutico nella specifica struttura, ma non costituisce il termine del percorso di cura, anzi spesso rappresenta l'inizio ed individuazione di ulteriori passaggi evolutivi.

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Per questo deve essere pensata e realizzata nel tempo con i diversi attori del progetto terapeutico educativo individuale al fine di organizzare passaggi che abbiano cura delle reali condizioni cliniche dell'ospite e delle sue nuove acquisizioni, della modulazione realistica delle aspettative di tutti gli attori della scena terapeutica ed educativa, e non ultimo delle risorse disponibili per ogni futuro progetto. Questo processo ben evidenzia la complessità e delicatezza del momento progettuale rappresentato dal periodo di dimissioni, pertanto è necessario un percorso graduale e strutturato. Il lavoro di dimissione inizia quindi all’incirca un anno prima, a metà del percorso comunitario. In questo momento si inizia a pensare a quale progetto possa essere costruito nel percorso futuro del paziente. Questo periodo richiede la costituzione di almeno due gruppi di lavoro, da un lato la coppia paziente-comunità e dall’altro il gruppo (comunità-paziente)-famiglia-servizi territoriali.

Questo passaggio prevede la parte attiva dell'adolescente nel suo progetto, parte attiva che l'ospite minore di età è invitato a mettere in gioco fin dall'avvio del suo progetto terapeutico educativo individuale all'interno della comunità. In quest'ottica l'ospite stesso è informato e coinvolto nella sua rete di servizi e famiglia con cui progettare il proseguimento del percorso dopo la comunità terapeutica. Possiamo definirlo come un periodo di co-costruzione tra i diversi protagonisti di un percorso futuro all’interno del quale il ragazzo deve avere un importante ruolo di agency.

Da un altro punto di vista ci si interroga molto su quello che hanno preso, sui cambiamenti ottenuti (riduzione o risoluzione della sintomatologia, modificazioni strutturali nella personalità, modificazioni nelle dinamiche relazionali disfunzionali, ecc…), su quanto riescono a portarsi via del percorso comunitario. In alcuni casi la co-costruzione tra interno ed esterno porta a buoni esiti, in altri risulta difficile, se non impossibile, far incontrare i bisogni di cura con le possibilità concrete a disposizione. 

Nei nostri ruoli è importante trasmettere quel che serve di questo ponte tra interno ed esterno al gruppo educativo al fine che possano elaborare ed accompagnare al meglio l'ospite alla dimissione. Anche noi siamo immersi nel mondo emotivo che tale passaggio implica ed è sicuramente più soddisfacente realizzare una sufficientemente buona dimissione e con questo donare all'ospite uscente un'immagine nuova e progettuale di sé. Nei casi in cui il lavoro svolto internamente non trova un proseguimento di cura adeguato rabbia e frustrazione devono essere portate ed elaborate al fine di trasformarsi in nuove proposte e indicazioni cliniche ed operative.

Di seguito le testimonianze degli operatori di rosa dei venti, raccolte in merito a due dimissioni tipiche di queste posizioni: Martina rappresentante il buon passaggio, S. il passaggio difficile; più un breve estratto del questionario dimissioni di Martina.

Responsabile Clinico dr. Pablo Zuglian e Coordinatrice dr.ssa Georgia Napolitano

 



Testimonianze

Camilla Cadenazzi, educatore:  Quando un ospite viene dimesso, quello che mi è capitato di sentire è che concretamente se ne va una persona. Visibilmente non c'è più, ma nelle abitudini, nei pensieri, e, all'inizio, nei tuoi programmi, rimane. Lascia una scia importante dietro di sé. Si insinua piacevolmente nei ricordi e nei racconti di operatori e ragazzi. Non va mai via un ospite dalla comunità in quanto il dimesso rappresenterà un mattone importante del proprio percorso, che sia lavorativo o di vita.

Daniele Tonazzo, educatore: Ero referente di Martina e ho vissuto personalmente il rinnovato fallimento della funzione genitoriale, con i correlativi pianti della ragazza, allorché l'ho accompagnata per una visita ed un colloquio preliminare alla struttura indicata dal suo servizio, poi riconosciuta come del tutto inadeguata. All'indomani della visita ho espresso il mio parere contrario all'inserimento nella struttura indicata dal servizio, cercando di motivarlo con precisione e interpretando l'angoscia distruttiva della ragazza. Poiché il parere dell'équipe è stato favorevole, si è reso possibile individuare una struttura più consona ai bisogni della giovane. In una seconda visita alla nuova struttura, più adeguata, Martina ha manifestato una reazione completamente diversa. Mi interessa mettere in evidenza il fatto che in questo caso la "protesta" dell'operatore affonda le sue radici in una zona inconscia del trattamento di comunità in cui le attribuzioni di significato di ospite e operatore vanno nettamente nel senso di strutturare la relazione come vicaria della relazione parentale, sia nel senso della sicurezza che in quello della generatività. È stato questo vissuto, questo sentire, condiviso e temperato dal resto dell'équipe, a consentire a mio avviso una migliore collocazione della ragazza al termine del suo percorso di comunità.
Nel caso di Simona invece il vissuto prevalente al momento della dimissione è stato di abbandono. Al termine di un lungo periodo di incertezza, in cui il servizio sociale avrebbe dovuto farsi carico di individuare un luogo idoneo per il trasferimento della giovane, quest'ultima si è trovata di fatto sprovvista di una destinazione. L'operatore ha avuto la sensazione di abbandonare nuovamente il minore, come era stato fatto dai genitori in passato, e se ne è difeso con considerazioni, del resto del tutto ragionevoli, relative all'incompetenza del servizio pubblico. Dalla parte dell'ospite, la situazione ha riattivato gli stati di angoscia e le reazioni dissociative già note e, più in generale, ha prodotto un diffuso stato di abulia, che si è riversato per contagio sull'intero gruppo degli ospiti. È stata l'occasione per rilevare, una volta di più, che la dimissione non è evento che interessa il solo dimesso, ma che influisce in modo più o meno sfumato su tutto il gruppo comunità.

Elisa Mingarelli, educatore: Una mattina entrando in turno in CT ricordo di aver incontrato all’ingresso, ricurva su una sedia e con una sigaretta oramai finita tra le dita, S. Le ho dato il buongiorno, ma questa non ha minimamente cambiato lo stato di S., lei ha alzato gli occhi, nel tentativo di guardarmi, erano gonfi e rossi; l’ho abbracciata e in quell’abbraccio ho sentito tutta la solitudine e il senso di abbandono da lei vissuto. Un forte sentimento di rabbia mi pervadeva, consapevole che non sarebbe stato facile trovare a S. un luogo dove stare dopo averla salutata. Istintivamente ciò che veniva da fare era chiamare i servizi sociali con insistenza, fino allo sfinimento, ma la voce di ciascuno di noi non avrebbe cambiato la situazione (ci avevamo provato la settimana precedente) o addirittura trovare autonomamente una struttura adatta a lei, ma non sarebbe stato né professionale né attuabile. L’umore della ragazza invece oscillava tra il depresso e l’incazzato, cosa si poteva fare?
Probabilmente mossa dal sentimento di rabbia l’equipe lavorativa si è mossa cercando di dar voce all’umore di S., finalmente la sua voce è uscita riuscendo più volte ad attraversare i fili di un telefono e ad arrivare alle orecchie di chi si è reso disponibile ad ascoltare la sua richiesta d’aiuto.
Spesso mi sono ritrovata a pensare alla dimissione di S., la separazione che già di per sé è solitamente difficile per ogni ospite che vive la CT, in questa occasione è stata estremizzata tanto da far emergere forti sentimenti oltre che in ogni membro dell’equipe, anche nel gruppo dei pari. Probabilmente la rabbia è stata necessaria ed indispensabile affinché il gruppo educativo e clinico potesse realmente essere di aiuto e supporto a S. La vita ci pone di fronte a situazioni sempre nuove e l’unico modo che abbiamo per procedere è senza dubbio re-agire.

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Federico Pace, educatore
:  Le dimissioni di S. mi hanno dato una sensazione di incognito per due motivi.
In primis fino al giorno dell’effettiva dimissione dell’ospite non era ancora certa la sua destinazione stabile: S. partiva per una dimora temporanea in attesa di sapere quale sarebbe stata la collocazione definitiva. Inoltre pur conoscendo l’ospite e le sue problematiche non riuscivo a immaginare quali potessero essere gli sviluppi del suo percorso.
Ho avuto modo di conoscere M. per un breve periodo di tempo ma è forse stata una delle ospiti che mi ha fatto percepire meglio il mondo della comunità terapeutica.
Questi due episodi mi hanno fatto pensare alla tensione e al carico di responsabilità che un ospite può provare nell’avere un ruolo, sebbene marginale, nella scelta del suo futuro. Il dover pensare a dove andare può voler dire anche ragionare su dove si è arrivati, fare un punto del proprio percorso personale ed immaginarne i possibili sviluppi. Tra le due ospiti, a mio avviso, S. ha trovato più difficoltà nel portare avanti queste riflessioni, in balia della confusione nei suoi pensieri e dell’incertezza decisionale delle persone che dovevano occuparsi di lei, ha reagito fuggendo, quasi rifiutandosi di ragionare su di sé, e opponendosi in parte alle spinte a reagire che gli arrivavano dall’interno della comunità. M. è diventata “un po’ più grande” nell’agire e nel porsi rispetto al nuovo e ha scoperto un po’ di più se stessa.

Jacopo Argentini, infermiere: Ho vissuto con Martina l’ultimo periodo, accompagnandola anche dal punto di vista sanitario. Lei ha lavorato benissimo nel periodo di dimissione, aiutando anche noi operatori a viverci con serenità il carico emotivo che questo passaggio comportava. Vedere lei così legata alla comunità e a chi ci vive dentro, ha permesso a tutti noi simbolicamente di passare il testimone di cura e a lei di sentirsi accolta e di lasciare il suo vissuto di dimissione come esempio per tutti gli ospiti. Il giorno di dimissione di Martina è stato un giorno sereno e felice; personalmente ho accompagnato Martina alla macchina, per aiutarla con le valige. In quel momento mi ha salutato con un sorriso, con la speranza che il nuovo luogo la potesse accogliere come avevamo fatto noi, e forte di tutti gli insegnamenti appresi nel percorso in ct.
Diversamente sono andate le dimissioni di S., in quanto nessuno sapeva dove sarebbe andata una volta terminato il percorso comunitario. I sentimenti del gruppo operativo e del gruppo dei pari è stato lo stesso della ragazza; dominavano la rabbia, la frustrazione e il senso di ingiustizia. Non sapere cosa sarebbe stato del futuro della ragazza personalmente è stato devastante, e il sapore delle sue dimissioni è stato amaro, e nonostante lo sforzo di tutti era quello di far sentire la ragazza accolta, sullo sfondo aleggiava un senso di abbandono, soprattutto dai servizi invianti della ragazza. Simona però ci ha sorpreso, dimostrando di voler lottare per i suoi diritti e di esser capace di ottenere, anche se in minima parte, delle risposte. Le sue dimissioni sono state molto sentite da tutti, e nel gruppo dei pari questa rabbia ed angoscia è stata fortemente riconosciuta e supportata. L’immagine ricorrente di Simona in quel periodo è di lei sulla panchina della piazza adiacente alla comunità che scrutava il vuoto in cerca di risposte.

Mattia D'Aiuto, educatore: Le dimissioni di S. mi hanno lasciato un po' con l'amaro in bocca. Ho sentito un po' di frustrazione per come sono andate le cose; senso di frustrazione dovuto al fatto che la fatica quotidiana del lavoro educativo non è stata seguita dai servizi sociali di competenza che non hanno creato una soluzione di continuità al percorso intrapreso da Simona. La cosa più grave di quanto accaduto è che quel briciolo di fiducia che S. ha cominciato a sentire verso degli adulti di riferimento credo sia andata svanita quasi del tutto. Un episodio che probabilmente condizionerà in senso negativo il futuro di S. già parzialmente compromesso. Il nostro lavoro quotidiano è anche quello di proporre delle esperienze che possano scalfire, mettere in crisi delle immagini del mondo stratificatesi nel corso dell'esistenza di un ospite.

 

Breve estratto da questionario dimissioni Martina

Che cosa consigli ai ragazzi che verranno in comunità? Consiglio di essere sempre se stessi, di non cambiare mai di essere se stessi perché se le persone ti accettano bene, se non ti accettano bene lo stesso, te ne puoi trovare degli altri migliori. Per quanto riguarda i rapporti con i tuoi pari...Hai detto di essere se stessi... Possiamo consigliare dell'altro? Di prendere la comunità come "una seconda famiglia"... Una seconda famiglia temporanea...In fin dei conti ci vivi ci mangi ci dormi... Ci piangi fai di tutto. Hai sempre una persona al tuo fianco. Noi siamo una famiglia allargata.[...] Se uno arriva qua e ha una famiglia? Quando uno entra esce dalla sua famiglia, se ce l'ha. Cosa consigli per i rapporti con la famiglia se pensi alla tua storia? Penso che della famiglia vera e propria non si riesce mai a prendere il posto. Penso però che con le persone che decidi tu... Con le persone "buone"... Con le persone che non sono "sbagliate"... Come fai a saperlo? No lo devi intuire capire... Cioè una persona che ti vuole bene non è una persona che ti dice andiamo ad alcolizzarci. È la persona che ti dice no non bere perché ti fa male. Cercare di fare una piccola famiglia tua con le persone che capisci che ti vogliono bene. E con le persone che ti stanno accanto nei momenti del bisogno. E se hai nostalgia? La nostalgia c'è sempre. Devi pensare al futuro.

Fondazione Rosa dei Venti Onlus
La Fondazione Rosa dei Venti, diretta da Luca Mingarelli, gestisce due comunità residenziali/riabilitative che accolgono adolescenti con disturbi della personalità e psicopatologie complesse. www.rosadeiventi.org

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