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Dal 2017, con l'introduzione della legge Iori e il riconoscimento legislativo della figura dell’educatore/pedagogista, ho potuto sperimentare la mia professionalità in ambito privato, mettendo a disposizione delle famiglie la mia lunga esperienza in campo educativo.

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Nel primo anno la principale richiesta dei miei interventi continuava ad essere quella di famiglie aventi ragazzi/e con disabilità. Gradualmente si è poi spostata su adolescenti/giovani adulti, bloccati in situazioni stagnanti senza alcuna progettualità né scolastica né lavorativa.

Generalmente la famiglia osserva impotente una progressiva chiusura al mondo.

I ragazzi e le ragazze iniziano lamentando malesseri fisici che al mattino impediscono loro di andare a scuola e successivamente evitando di presentarsi ai pasti con la famiglia. Il passo successivo è l'auto-clausura nella propria stanza senza che nessun famigliare riesca ad entrare in contatto con il ragazzo o la ragazza.

Psicologi e Neuropsichiatri che incrociano queste famiglie disperate nell’assistere impotenti all'auto-carcerazione dei propri figli, hanno iniziato a chiamarmi per richiedere un intervento educativo. Il mandato era quello di entrare nelle case di questi adolescenti e giovani adulti al fine di comprendere meglio quali potessero essere le dinamiche personali e familiari dietro questi ritiri; tentare un aggancio umano con loro e infine progettare un intervento educativo per portarli man mano a riprendere contatto con il mondo.

Primi sintomi del ritiro sociale. "C'era la malattia sicuramente, ma avvertivo, proprio nell'essere malato, uno stranissimo sollievo" (da "Il banco vuoto" di Antonio Piotti).

I genitori di questi/e ragazzi/e si ritrovano a dover affrontare al mattino figli/e "malati" che lamentano malesseri come mal di testa e mal di pancia ma senza reali cause fisiologiche, nonostante vengano successivamente svolti esami medici approfonditi.

Le due figure genitoriali assumono solitamente in casa ruoli diversi. Il padre finisce nella maggior parte dei casi ad interpretare colui che nella famiglia sprona il figlio o la figlia ad uscire da questo ritiro e, suo malgrado, ad essere vissuto in modo persecutorio e giudicante. La madre a sua volta assume inizialmente un ruolo di accudimento, ma finisce per essere complice, suo malgrado, di questo ritiro giustificando di fronte al padre i malesseri del figlio o della figlia.

Nel caso di uniche figure genitoriali la situazione si complica perché non essendoci dicotomia si finisce per creare un rapporto simbiotico in cui la madre o il padre si trova sia a spronare che ad accudire, oscillando tra modalità espulsive e modalità di iper-accudimento.

Per questi motivi si ritiene necessario e fondamentale affiancare a un intervento educativo sul/la ragazzo/a un percorso familiare parallelo con i genitori in modo tale che non vengano fagocitati da queste dinamiche divisive.

Continua Piotti nel suo libro "Quando mangi, è come quando sei nudo. A tavola non puoi essere anonimo, non puoi far finta di non esistere".

Altro sintomo evidente della chiusura è la graduale assenza dai momenti conviviali in famiglia, in particolare il pasto serale, momento in cui di solito avviene la resa dei conti e le domande che mettono in difficoltà "Cosa hai fatto oggi?", "Come stai?", " Stai un po’ meglio?" "Domani ce la fai ad andare a scuola?".

Terzo sintomo: "Mi accorgevo però che, di preferenza, vegliavo di notte e dormivo il giorno...non era difficile uscire dalla stanza e penetrare in cucina...la notte tutto si attutiva...nessuna paura di essere interrotto: bastava che funzionasse la connessione e tutto era perfetto".

I genitori segnalano nella loro osservazione che ragazzi e ragazze iniziano durante questa clausura a navigare su internet e a crearsi un mondo alternativo, fatto di videogiochi online, piattaforme per la socializzazione, lettura di manga in digitale, etc. 

Istintivamente danno la responsabilità del ritiro del figlio o della figlia al virtuale, ma senza riuscire in qualche modo a intervenire e a sbloccare la situazione. 

Diverse ricerche in realtà sostengono che "la dimensione virtuale si costituisca non come origine del problema, ma come soluzione che questi adolescenti in crisi trovano per la loro sofferenza…Nel mondo virtuale si allenano confrontandosi senza corpo, in attesa di trovare il coraggio di rientrare nel mondo reale." (Da "Il corpo in una stanza" di Spiniello, Piotti, Comazzi).

Con l’arrivo della pandemia l’aspetto del ritiro si è sicuramente acuito, oltre che giustificato rispetto a un ritiro mondiale che ha permesso di perdonare le proprie piccole reclusioni. La mediazione di internet nei rapporti sociali è stata sdoganata e la ripresa al "reale" ha reso tutto più difficile sul piano pragmatico.

Ora entriamo nel merito dell'intervento educativo domiciliare nei casi di ritiro sociale.

La differenza della tipologia d'intervento che si andrà a mettere in atto la fa quanto la persona è cosciente del suo ritiro e se è in grado di chiedere aiuto. Riconoscere i propri sintomi come ansia, angoscia, panico, e non riferirli a fatti fisiologici, è sicuramente una buona partenza. Si consiglia a tutti i genitori, in presenza di mal di testa e mal di pancia mattutini del proprio figlio/a, di contattare il proprio medico di base e di recarsi in visita per escludere problematiche di carattere fisico e riportare al ragazzo o alla ragazza un senso di realtà rispetto ai propri malesseri.

Quando si entra in casa come educatori per la prima volta, in quel momento si gioca tutto l'intervento. Solitamente l'atteggiamento da parte del giovane è quello del rifiuto della figura educativa; accettarla significherebbe dare adito e ragione ai genitori e alle loro preoccupazioni. Inoltre c'è il senso di vergogna che non permette l'esposizione e quindi giustifica il ritiro, poiché l'ingresso di un terzo in casa è un totale smascheramento della propria impresentabilità corporea.

Il momento d'ingresso dell’educatore in casa va preparato con i genitori e con gli altri specialisti che seguono la situazione in quel dato momento. A volte capita che i genitori temano un ulteriore ritiro e propongono di presentarmi come un conoscente o un amico, ma ciò non è accettabile, in quanto non ci devono essere inganni ma un graduale avvicinamento alla stessa realtà che si rifiuta.

Quello che funziona con chi evita il mondo esterno è proprio la presentazione della verità e la restituzione del proprio malessere, riconoscendolo, superando per un momento la stigmatizzazione di persona che non ha voglia di fare, pigra, comoda, come fino a quel momento da tutti si è sentito/a restituire.

In questi anni coloro che hanno accettato la mia figura, fin da subito, con un po’ di curiosità, erano persone che avevano già intrapreso un percorso psicologico. A un certo punto il terapeuta che li seguiva aveva consigliato di iniziare con me un percorso educativo a fine riabilitativo. Al contrario, quando era assente questo aggancio c'è stato il rifiuto.

Davanti a queste situazioni di opposizione l'approccio vincente è restare, far sentire la propria presenza, spiegare di non aver aspettative. Raccontare al ragazzo/a barricato/a dietro una porta del bagno o della propria stanza che non è da solo/a, che ci sono altri ragazzi e ragazze come lui/lei, che non è l'unico/a a provare questo sentimento di fallimento. Raccontare che c'è una possibilità di uscire da questa situazione e che altri ce l'hanno fatta.

Dopo 4/5 incontri in cui ci si gioca l'aggancio educativo, presento solitamente alla famiglia una progettualità educativa e una linea da seguire in casa.

Inizialmente gli incontri si svolgono al domicilio della persona anche per osservare e comprendere il contesto in cui vive. In un secondo momento preferisco incontrare le persone all'esterno della propria abitazione.

In questi anni ho potuto osservare che tenere gli incontri in luoghi pubblici è non solo funzionale ma anche vincente. Si entra nel vivo della propria rappresentabilità, risultando un buon modo per osservare la persona e il modo in cui si rappresenta nel mondo. Il setting di cura diventa vivo.

Parchi pubblici, bar per fare colazione insieme, ristoranti, centri commerciali, biblioteche comunali, cinema, piscina, l’atrio del proprio palazzo per un giro con i pattini o in bici sono alcuni dei luoghi che in questi anni ho privilegiato per gli incontri. È la persona a scegliere contesti e azioni, seguendo le proprie propensioni, rispettando i propri limiti e imparando a mediare con l'altro.

Tuttavia la priorità nel corso dell’intervento è rimettere in moto un corpo fermo. Un corpo che ha perso il piacere del movimento, un corpo che si muove la maggior parte delle volte solo nel virtuale. Un corpo e una mente che hanno perso il desiderio e che non riescono ad immaginarlo altrove, se non nella propria stanza.

Risulta vincente non partire direttamente dall'ambito scolastico, sui cui di solito si concentra la famiglia, ma restituendo alla persona che ci sono altre cose che si sta perdendo rimanendo chiuso/a in casa.

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A volte risulta utile e opportuno, se la famiglia è disposta, ad osservare il momento del risveglio e della colazione in casa; in alcune situazioni accade di offrire al ragazzo/a l'accompagnamento a scuola per parte del percorso al fine di osservare insieme cosa gli/le accade.

Questo tipo di osservazione è finalizzato a dare a lui o a lei gli strumenti idonei per affrontare il malessere nel momento stesso in cui arriva e per restituire ai genitori come riequilibrare i propri ruoli al risveglio.

Le storie di questi/e ragazzi/e hanno alla base lo stesso vissuto fallimentare: non sentirsi all'altezza delle aspettative dei propri genitori e/o sapere di averle deluse o vedere i propri coetanei e sentirsi diversi.

Un punto fondamentale dell'intervento consiste proprio nel sostituire questa sensazione di fallimento riconoscendo i passi che si fanno ogni volta che si affronta una situazione generatrice d‘ansia. Ad esempio con i ragazzi ci si immagina di andare in un determinato luogo. Arriva poi il giorno in cui bisogna mettere in pratica l'azione e proprio in quel momento potrebbe sopraggiungere improvvisa l‘ansia che blocca. È proprio in quel momento che bisogna restituire al ragazzo/a che non sussiste alcun problema, che nessuno è stato deluso, che tutti gli sforzi che sono stati impiegati non sono stati vani e che soprattutto si possono rivedere i passaggi, osservare cosa è andato storto e riprovarci. In questa fase delicata è necessario il supporto dei genitori che devono sostenere questa visione e approfittare di quest‘occasione per spiegare al figlio/a cos'è un fallimento, cosa si prova e che ci sono passati anche loro.

In aggiunta a quanto esposto fino a questo punto, in un ragazzo e in una ragazza rinchiusi in casa i desideri sono annullati, anche quelli legati all'ambito affettivo e sessuale. La maggior parte delle volte ci si trova davanti a giovani in cui l‘identità sessuale è sospesa, bloccata tra l'infanzia e l'età adulta. È come se avessero rinunciato a desiderare perciò evocare in loro curiosità verso qualcosa di nuovo è molto difficile. Il loro desiderio è frenato dal timore di non riuscirci o di stare male ricevendo di ritorno l‘ennesimo fallimento. Questa è la ragione per cui quasi sempre rinunciano, anche prima di immaginare ciò di cui avrebbero voglia.

Il compito dell'educatore sarà quello di pazientare e non avere fretta nel riaccendere il desiderio in loro. Attraverso il colloquio e l'esposizione esterna ci si potrà avvicinare a questo tema delicato gradualmente.

In questi anni mi sono avvalso della rete di servizi sul territorio prossimale alla residenza della persona per riattivarla/o socialmente. Tornare a fare commissioni per la propria famiglia, correre o pattinare nel parco, mangiare in un ristorante, giocare a ping-pong ai tavoli condivisi più vicini a casa e pian piano fare entrare queste azioni nella routine settimanale. Scoprire la rete delle biblioteche pubbliche di Milano, trovare quella più vicina a sé e andare a studiare senza rimanere nella propria stanza per farlo, o servirsi di quel luogo per navigare su internet o scegliere in prestito un film, un fumetto, un video. Anche solo doversi relazionare con il bibliotecario diventa un esercizio per rimettersi in gioco socialmente. Aiutare la persona a fortificarsi da un punto di vista didattico in modo trasversale rinforzandolo/a sostenendolo nel parlare in pubblico, nell'esporsi, nel prepararsi a risostenere un‘interrogazione.  Cercare assieme un canile vicino casa dove portare fuori i cani a passeggiare. Trovare un luogo vicino casa dove si possa prestare il proprio aiuto (associazioni di volontariato) e scoprire un ruolo sociale attivo, indipendente dalla propria famiglia. Ritornare nella propria squadra di calcio, frequentata prima del ritiro, proporsi come aiuto allenatore per le squadre dei più piccoli. Anche semplicemente portare a casa della persona ritirata strumenti e oggetti insoliti come un monociclo può essere un modo per incuriosire e fare in modo che l‘oggetto stesso diventi il tramite per uscire di casa e provare ad utilizzarlo.

Le esperienze pratiche possono aiutare il ragazzo/a a scoprire che non è così inadatto/a alla vita come pensava. In questo modo la persona troverà gradualmente un sé più vicino al reale, non più un‘idea di se stesso che oscilla tra il successo e l'insuccesso, fatto di aspettative imponenti, ma vedranno sul campo quali sono le loro doti e come spenderle. Una prestazione reale che dunque restituisca gratificazione e che faccia provare il piacere di essere un sé staccato dalla propria famiglia oltre che dalla propria stanza. La propria casa e la propria stanza, i luoghi che proteggono e che creano una zona confort dove ci si può rintanare aspettando che il tempo della prova passi, diventa un luogo da cui gradualmente staccarsi per trovare un proprio posto nel mondo sperimentando nuove identità e ruoli, fino a quel momento solo "giocati" in ambito virtuale. Inoltre si ritorna a incontrare i coetanei fino a quel momento considerati solo persone che ogni giorno in classe o in altri ambiti andavano a evidenziare la loro inadeguatezza.

Ho voluto raccontare in forma narrativa e molto sintetica i passaggi di come si potrebbe articolare un intervento domiciliare educativo nell'ambito del ritiro sociale concludendolo con un ritorno al mondo. Nonostante ciò, è anche importante riconoscere e ribadire che un intervento di questo tipo non è un percorso lineare, ma segnato da cadute e risalite, in cui la famiglia intera viene messa in discussione nei ruoli che si è fino a quel momento data e per cui entrambi i genitori devono fare grandi sforzi, rivedendo le loro modalità relazionali nei confronti del figlio o della figlia, ma scoprendosi poi loro stessi in possesso di nuove funzioni genitoriali.


Ringraziamenti

Ringrazio per la collaborazione Dott.ssa Martina Lampugnani(psicoterapeuta) e Dott. Adelmo Fiocchi(Studio Sal8)(psicoterapeuta) ; Dott.ssa Perego(psicoterapeuta)  e Dott.ssa Cecilia Preda(neuropsichiatra); Dott. Matteo Ciconali (psicoterapeuta) e Dott. Alessio Pensavalle ((psicoterapeuta) del progetto "Chiusi in casa"); Dott. Stefano Strada (psicoterapeuta) ; Dott.ssa Anna Cucchiani (psicoterapeuta) ;Dott.ssa Fabiana Villanelli (psicoterapeuta) ; Dott.ssa Elisabetta Tomassini (neuropsichiatra)(UONPIA Rho); Dott.ssa Pezzoni (neuropsichiatra)e Dott.ssa Livia Pisciotta (neuropsichiatra) (Uonpia via Pusiano 22);   Ringrazio anche  ATLHA ,Associazione Tempo Libero Handicappati Cascina Bellaria; Coop di solidarietà sociale Cascina Biblioteca; Circolo Culturale Giovanile di Porta Romana, Parco canile di Arese, Agape Centro Ecumenico. 

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L'autore.
Educatore, Pedagogista, Formatore. Viceresponsabile della Comunità Terzo Spazio di Arimo Cooperativa Sociale. Consulente Pedagogico e progettista di interventi educativi personalizzati per privati.