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Perché il processo decisionale, si chiedono molti genitori, è così angosciante per nostro figlio adolescente? Perché non può semplicemente prendere una decisione e attenersi a quello che ha deciso invece di ripensarci sempre e cercare un’altra possibilità?

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La risposta, spiega la psicologia, tocca il rapporto conflittuale tra il fare scelte e il preservare la libertà. Non si po' fare la prima cosa senza ridurre la seconda, perché quando si sceglie una linea d'azione, una miriade di percorsi alternativi vengono chiusi.

Per un giovane in un'età in cui più libertà di crescere è più importante, questa realtà umana è molto difficile da accettare: tutte le decisioni riducono più libertà di quella che creano.

È per questo che alcuni giovani preferiscono essere sognatori piuttosto che fattivi. In questo modo possono almeno tenere aperto il mondo delle possibilità. Impegnandosi a non scegliere nulla e mantenendo aperte le loro opzioni (per quanto improbabili), sentono che la libertà è ancora lì per essere presa.

Oppure possono continuare a cambiare idea e direzione per sfuggire a una serie di scelte per un'altra, non sostenendo alcuna decisione abbastanza a lungo da sviluppare una chiara traiettoria nella vita. I sogni non richiedono impegno, le decisioni sì.

Non c'è niente di sbagliato in nessuna di queste alternative, spiegano gli esperti, solo conseguenze. Per lo più quello che si vedono sono giovani alle prese con due demoni del processo decisionale: indecisione e ambivalenza, problemi sovrapposti ma leggermente diversi. Per illustrare la difficoltà del processo decisionale durante l'adolescenza, si possono fare semplici esempi presi dal contesto scolastico.

L'indecisione su una scelta difficile. A uno studente delle superiori piace davvero la compagnia femminile, come mostra ampiamente la sua nutrita “agenda” di appuntamenti. A un certo punto incontra una compagna di classe che gli piace più di ogni altra che ha conosciuto, e non vuole perdere la simpatia speciale di lei a favore di qualche altro ragazzo. Pensa che sarebbe disposta ad uscire esclusivamente con lui, se lui fosse disposto a fare lo stesso con lei.

Il problema è che uscire con lei in esclusiva significherebbe non vedere altre ragazze. Il giovane ora si chiude nell'indecisione perché sta affrontando una parte molto dolorosa della scelta: scegliere è perdere. Non può prendere impegni con lei senza sacrificare la libertà sociale a cui tiene molto. Poiché c'è questo prezzo dell'impegno da pagare, va avanti e indietro dentro di sé soppesando ciò che verrebbe guadagnato e ciò che verrebbe perso. E più vacilla, incapace di prendere una decisione, più teme che lei diventi impaziente. Il processo decisionale può essere davvero doloroso quando una scelta ne preclude molte altre.

C’è poi il problema dell'ambivalenza che è insito nel processo di crescita. Si prende ad esempio una studentessa delle superiori che è stata un'atleta eccezionale sin dall'inizio delle scuole medie e ha amato l'attenzione, l'entusiasmo e il supporto di suo padre nella sua attività sportiva. Ora si ritrova ad affrontare una decisione molto dolorosa. Capisce di non essere poi tanto brava da poter avere un futuro nell’atletica. È stato molto divertente, ma ora capisce di dover passare a qualcosa di diverso nella sua vita. Magari trovando un lavoro part-time dopo la scuola per tutte le ore che passava in allenamento, così da poter mettere da parte soldi per altre attività future.

La sua tristezza nasce dal timore che, rinunciando allo sport, perderà l’attenzione del padre, che fino a quel momento ha legato a questo il suo interesse e il suo supporto. La ragazza non vuole che il padre si allontani.

Si sente prigioniera di un'ambivalenza che la fa soffrire: fare ciò che le piace o compiacere suo padre. Non può fare entrambe le cose. Non può rivendicare una nuova libertà fatta di individualità e indipendenza senza sacrificare parte del loro vecchio legame. Crescere è anche lasciar andare.

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Quindi, cosa si potrebbe dire a un giovane sul perché il processo decisionale può essere così difficile?

Si dovrebbe spiegare, consigliano gli psicologi, che la vita è un viaggio di sola andata che in parte è tracciato dalle scelte che si fanno e da quelle che si decide di non fare. Non si può tornare indietro e rifarle. Le scelte fatte non possono essere cancellate. Mentre si procede, si può sempre cambiare idea, cambiando il proprio presente e persino il proprio futuro, ma senza mai poter cambiare il passato.

Occorre saper costruire sulla storia di ciò che si è fatto e che non si è fatto.

Occorre saper accettare, sottolineano i terapeuti, tre limitazioni al processo decisionale.

Anzitutto, che la libera scelta non è mai libera perché tutte le scelte hanno conseguenze che determinano il nostro corso nella vita.

Poi, che c'è solo la vita data, e non dura per sempre. La scelta definisce come si trascorre la propria vita.

Infine, che non c'è alcuna garanzia che le proprie scelte faranno ottenere ciò che si vuole. Tutte le scelte comportano il rischio di conseguenze imprevedibili. Scegliere è una scommessa. Ed è con la propria vita che si gioca.

Per quanto riguarda le decisioni difficili, queste offrono costi e guadagni in entrambi i modi in cui si sceglie. Per questo sono difficili. Scegliere è un compromesso. Non si può ottenere quello che si vuole senza rinunciare anche a parte di quello che si vuole e avere anche, insieme, cose che non si vorrebbero.

Per rispettare questo insieme di conseguenze, occorre che un giovane impari a prendersi del tempo per riflettere su entrambi gli aspetti di una scelta.

La cosa da non fare è lasciare che vinca la riluttanza a prendere una decisione difficile, il che si traduce nel lasciare passare una importante occasione di scelta, per poi ritrovarsi a guardare indietro a quella perdita di opportunità con rammarico.

Quando ci si trova di fronte a un bivio, meglio sempre procedere.