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Nel 2023, l’ Organizzazione Mondiale della Sanità ha promosso una nuova commissione di studio sui legami e la connessione sociale, inquadrando la solitudine come una “pressante minaccia per la salute” su scala globale e la connessione sociale come una priorità globale per il benessere personale e sociale.

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Studiosi e analisti hanno definito il 2023 come “l’anno dell’epidemia di solitudine”, affermando che la solitudine rappresenta un rischio per la salute pubblica allo stesso livello del fumo e dell’alcol.

Al pari della fame o della sete, sottolineano gli esperti, la solitudine è una sensazione che il corpo trasmette quando manca qualcosa di cui si ha bisogno per sopravvivere.

Una ricerca realizzata da studiosi dell’Università di Greenwich (Loneliness and young people experiencing mental health difficulties) concorda con queste valutazioni.

La pandemia , ovviamente, ha intensificato l’isolamento sociale e provocato un peggioramento della salute mentale a livello globale.

I giovani ne sono stati particolarmente colpiti. La transizione all’età adulta significa passare dal sostegno familiare al sostegno tra pari, ma l’apprendimento online e la prolungata mancanza di contatti hanno sostanzialmente ridotto le opportunità per molti di sviluppare quelle reti sociali e di supporto così importanti per lo sviluppo.

Molti giovani hanno iniziato l’università in quel momento e stanno quasi concludendo il loro percorso dopo aver perso le migliori possibilità di farsi nuovi amici.

Ma anche prima della pandemia, la ricerca aveva dimostrato che i giovani sperimentavano tassi di solitudine più elevati rispetto al resto della popolazione.

Nel 2018, il governo del Regno Unito è stato il primo al mondo a fare della riduzione della solitudine una preoccupazione parlamentare ufficiale. Da allora altre nazioni, incluso il Giappone, hanno seguito questo esempio, arrivando a creare ruoli ministeriali per trovare soluzioni.

Nel 2018 la BBC ha condotto un’indagine approfondita ed estesa chiamata Lonelies Experiment, dalla quale è emerso che i giovani vivono la solitudine a tassi più elevati rispetto a fasce sociali di altra età, dato confermato da ricerche condotte negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda, Danimarca e Inghilterra.

In Inghilterra, nello specifico, l’indagine annuale Community Life mostra che dal 2017 al 2022, i giovani di età compresa tra 16 e 24 anni soffrivano spesso o sempre di solitudine in percentuale più elevata rispetto ad altri gruppi, seguiti da vicino dalla fascia di età 25-34 anni.

Mentre la pandemia ha portato ad un aumento della “solitudine da lockdown”, per i più giovani queste tendenze ad alti livelli di solitudine erano già evidenti prima del lockdown.

Cos'è la solitudine?

La ricerca identifica tre tipi di solitudine: solitudine emotiva, solitudine sociale e solitudine esistenziale.

La solitudine emotiva si riferisce alla percezione della mancanza di relazioni significative, compresi legami intimi.

La solitudine sociale è la sensazione che la propria rete di relazioni sociali sia in qualche modo carente. È una sensazione soggettiva – una valutazione personale – riguardo al divario tra quanto contatto sociale si desidera e quanto effettivamente se ne ha. In altre parole, spiegano i ricercatori, si possono avere molti amici e sentirsi comunque soli.

La solitudine esistenziale, invece, verte su una disconnessione percepita dalla società in generale. Si tratta di sentire che la propria vita ha poco significato o scopo indipendentemente dalla presenza di amici o relazioni intime.

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A volte si sperimenta la solitudine come il risultato temporaneo di una situazione particolare, uno squilibrio che può essere corretto. Più preoccupante è quando questo fattore diventa cronico.

Nessuno vorrebbe sentirsi solo, è uno stato angosciante che ha effetti sulla salute mentale in generale. Anche la salute fisica ne risente, con effetti che includono un peggioramento della salute auto-riferita, stili di vita non salutari, aumento delle malattie croniche, concentrazioni più elevate di colesterolo e diabete.

È interessante notare, affermano i ricercatori, che gli studi indicano che anche le persone anziane riferiscono, retrospettivamente, di sentirsi più sole di quando erano più giovani.

In genere, l’adolescenza e la prima età adulta rappresentano un periodo imprevedibile, un momento di incertezza e transizione. Attraversare la pubertà e la fase della formazione, diventare adulti, entrare nel mondo del lavoro – per non parlare di trovare un partner e creare una famiglia – implicano tutte decisioni complesse e potenzialmente rischiose che possono aumentare il senso di solitudine.

Il rischio e la complessità non si manifestano solo a livello personale. In questa fase della vita, spiegano gli studiosi, si è anche potenzialmente più a rischio di solitudine a causa delle forze e dei limiti in atto a livello sociale, che sfuggono al proprio controllo.

Anche l’uso dei social media negli ultimi dieci anni ha influenzato la qualità delle relazioni. I giovani, inoltre, hanno maggiori probabilità di lavorare nell’ambito della cosiddetta “gig economy”, fatta di lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, il che ha aumentato l’incertezza e la mancanza di controllo sull’occupazione. Non essere in grado di stabilire rapporti di lavoro accadrebbe in contesti di lavoro più stabili può comportare un maggiore isolamento.

Il costo della vita e la crisi immobiliare hanno colpito più duramente i lavoratori più giovani. Anche questi fattori possono influenzare le decisioni su dove vivere e se fondare una famiglia, innescando potenzialmente sentimenti di solitudine esistenziale.

Quando il mondo sembra un luogo spaventoso e imprevedibile, non sorprende che i giovani si sentano soli. È importante, quindi, ricevere aiuto quando ci si sente sopraffatti dalla solitudine.

A volte questo sembra più difficile di quanto dovrebbe, forse a causa dell’errata convinzione che sia qualcosa che colpisce le persone più anziane, non quelle più giovani. Non è raro provare vergogna o paura di essere derisi o incolpati per sentirsi soli. Si potrebbe temere di essere di peso per gli amici parlandone. Il che, ovviamente, non fa altro che rafforzare la solitudine che si prova.

Questo è il motivo per cui è cruciale che la società consideri la solitudine come un’epidemia – e non come un fallimento personale. Occorrono interventi e politiche pubbliche di contrasto, sottolineano i ricercatori, perché la solitudine non è una questione solo personale e può essere affrontata e superata solo collettivamente.