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È risaputo che l’interazione con un animale può contribuire a ridurre ansia, solitudine e disagio emotivo, e questa pratica risulta di particolare efficacia con i più giovani. Ma che cosa accade quando, invece di considerare l’animale come un elemento passivo dell’intervento, si presta attenzione anche alle sue reazioni?

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È questa la prospettiva al centro di uno studio condotto dall’Università della California, Davis, e pubblicato su Scientific Reports, che propone una nuova chiave di lettura delle interazioni tra esseri umani e animali: il loro effetto sul benessere potrebbe dipendere non soltanto dalla presenza dell’animale, ma dalla qualità e dalla reciprocità dell’interazione.

La ricerca ha coinvolto 61 adolescenti, chiamati a trascorrere soltanto tre minuti con un piccolo gruppo di pony e piccoli asini. Al termine dell’esperienza, tutti i partecipanti hanno riferito cambiamenti positivi: si sono sentiti meno nervosi o ansiosi, meno tristi e meno soli, mentre è aumentata la sensazione di calma. È diminuita anche l’eccitazione, interpretata dagli autori più probabilmente come una riduzione dell’agitazione e dell’attesa che precedevano l’ingresso nel recinto.

Il dato più interessante emerge però osservando ciò che accadeva dall’altra parte della relazione, spiegano i ricercatori. Gli adolescenti imparavano a riconoscere alcuni segnali comportamentali degli animali e potevano quindi accorgersi se il cavallo o l’asino mostrava interesse verso l’interazione oppure decideva di allontanarsi. L’animale non veniva dunque considerato un semplice destinatario delle cure, ma un partecipante attivo, capace di rispondere e di compiere delle scelte. È proprio questa reciprocità a costituire il nucleo della cosiddetta Two-Way Hypothesis, l’ipotesi “a due vie” elaborata dagli autori.

Una relazione che coinvolge entrambe le parti

La maggior parte delle ricerche sugli interventi assistiti con animali ha tradizionalmente concentrato l’attenzione sugli effetti ottenuti dalle persone, sottolineano gli autori. Gli animali vengono spesso considerati una componente necessaria dell’intervento, mentre il loro comportamento viene preso in considerazione soprattutto come una questione di benessere e tutela etica. Lo studio parte da una prospettiva diversa: se l’interazione è realmente reciproca, il comportamento dell’animale potrebbe contribuire a determinare ciò che la persona sperimenta.

L’ipotesi descrive quindi un percorso nel quale il comportamento umano influenza quello dell’animale e la sua risposta, a sua volta, si associa a differenti esiti emotivi nella persona. In questa prospettiva, il benessere dell’animale non rappresenta soltanto una condizione etica da garantire, ma potrebbe diventare una componente concreta del meccanismo attraverso il quale l’interazione produce benefici anche per l’essere umano.

Per mettere alla prova questa idea, i ricercatori hanno utilizzato quattro animali che vivevano insieme da oltre due anni ed erano abituati alla presenza dei visitatori. Le sessioni si svolgevano nel loro recinto abituale, all’aperto e senza che gli equini fossero trattenuti: potevano quindi avvicinarsi, rimanere accanto ai partecipanti oppure interrompere spontaneamente il contatto allontanandosi. Una delle femmine, più riservata e meno incline a cercare il contatto, non veniva incoraggiata all’interazione, proprio per rispettarne la volontà di partecipare.

Prima dell’esperienza, agli adolescenti veniva spiegato come riconoscere due comportamenti. Il primo era il lip wiggling, un movimento ripetuto del labbro superiore associato, nel contesto dello studio, a uno stato affettivo positivo e a una risposta “affiliativa”. Il secondo era l’allontanamento volontario dell’animale, interpretato come comportamento di evitamento o disimpegno.

A quel punto veniva modificato intenzionalmente il modo di interagire con gli animali. Una parte dei ragazzi doveva accarezzare delicatamente la schiena degli equini con un movimento continuo e regolare; l’altra doveva invece grattare con maggiore decisione la zona del collo, utilizzando piccoli movimenti ripetuti delle dita, simili a quelli del grooming reciproco tra equini. L’obiettivo era verificare se una diversa modalità di contatto umano potesse modificare il comportamento dell’animale e, successivamente, essere associata a differenti effetti emotivi nella persona.

I risultati mostrano un elemento fondamentale: anche differenze relativamente modeste nel modo in cui una persona entra in contatto con un animale possono modificare la risposta comportamentale dell’animale stesso. La relazione non procede dunque in una sola direzione. Il comportamento umano genera una risposta nell’animale, e quella risposta diventa parte dell’esperienza vissuta dall’essere umano.

Il comportamento dell’animale entra nell’esperienza emotiva

Il passaggio successivo della ricerca ha riguardato proprio questo aspetto. Poiché tutti gli adolescenti avevano mostrato un miglioramento generale dopo i tre minuti di interazione, gli autori hanno verificato se l’entità del cambiamento emotivo variasse in relazione ai comportamenti osservati negli equini.

È emerso che gli adolescenti che avevano osservato il lip wiggling presentavano, dopo l’interazione, livelli di solitudine significativamente inferiori rispetto a quelli che non avevano osservato tale comportamento, anche tenendo conto del livello iniziale. La presenza di un segnale affiliativo dell’animale era quindi associata a una maggiore riduzione della solitudine.

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Ancora più sorprendente è stato il risultato relativo alla tristezza, spiegano gli autori. Ci si sarebbe potuti aspettare che un animale che si allontana rendesse l’esperienza meno positiva. È accaduto invece il contrario: gli adolescenti che avevano osservato un equino allontanarsi volontariamente mostravano una riduzione della tristezza maggiore rispetto a chi non aveva osservato questo comportamento.

Il risultato non significa che l’allontanamento fosse responsabile della diminuzione della tristezza, che era diminuita complessivamente in tutto il campione. Indica piuttosto che, all’interno di un miglioramento generale, il comportamento di disimpegno dell’animale era associato a una variazione maggiore di quello specifico stato emotivo. Gli autori propongono alcune possibili spiegazioni, senza considerarle dimostrate: vedere un animale libero di scegliere se rimanere o allontanarsi potrebbe rendere l’interazione più autentica e rafforzare la percezione della sua autonomia.

Gli altri parametri emotivi non hanno mostrato associazioni significative con i due comportamenti equini. Il lip wiggling non prediceva in modo significativo ansia, tristezza, eccitazione o calma, mentre l’allontanamento non risultava associato ad ansia, eccitazione, solitudine o calma. Il risultato non suggerisce quindi che ogni comportamento dell’animale produca un miglioramento generalizzato, ma piuttosto che specifiche caratteristiche della relazione possono essere collegate a specifici cambiamenti emotivi.

Un possibile nuovo modello per gli interventi assistiti con animali

Lo studio introduce così una prospettiva che potrebbe contribuire a comprendere perché gli effetti degli interventi assistiti con animali siano talvolta molto variabili, secondo gli autori. Non sarebbe sufficiente chiedersi se una persona abbia trascorso del tempo con un animale; diventerebbe importante osservare come si è svolta l’interazione, come ha reagito l’animale e come quella risposta è stata percepita dalla persona.

Il modello proposto si inserisce in un campo di ricerca più ampio nel quale gli interventi assistiti con animali sono stati associati a miglioramenti dell’umore, della regolazione emotiva e, in diversi contesti, dei sintomi legati ad ansia, depressione e stress. Il contributo specifico della nuova ipotesi consiste nel portare l’attenzione sui processi comportamentali che avvengono concretamente durante l’incontro.

In definitiva una breve interazione con questi animali è stata associata a cambiamenti misurabili dello stato emotivo degli adolescenti, mentre le differenze nel comportamento degli animali erano associate a differenze specifiche nell’entità di tali cambiamenti.

Viene proposto così un modo diverso di studiare gli interventi assistiti con animali: non come una semplice esposizione a un animale, ma come un processo dinamico nel quale entrambi i partecipanti influenzano ciò che accade.

Questa prospettiva ha anche una conseguenza pratica ed etica. Se il benessere umano è almeno in parte collegato al comportamento dell’animale, creare condizioni nelle quali l’animale sia a proprio agio, possa scegliere se avvicinarsi o allontanarsi e possa partecipare volontariamente non è soltanto una forma di tutela nei suoi confronti. Potrebbe essere anche una componente dell’efficacia dell’intervento. Il benessere dell’animale emerge così non solo come un obbligo etico, ma come un possibile elemento funzionale al benessere umano.

Rebecca Calisi Rodríguez sottolinea la possibilità che “rendere migliore l’interazione per l’animale possa essere parte di ciò che la rende migliore anche per noi”. Secondo la ricercatrice, questa prospettiva potrebbe modificare il modo in cui vengono progettati gli interventi assistiti con animali, dagli ospedali alle scuole, fino ai centri di riabilitazione e di equitazione terapeutica.

La ricercatrice osserva inoltre che non è possibile assistere a un’interazione tra un ragazzo e un asino pensando che soltanto uno dei due stia vivendo un’esperienza: entrambi si osservano, reagiscono l’uno all’altro e compiono delle scelte. È proprio questa consapevolezza a costituire il cuore del lavoro.

Il significato dello studio, conclude la studiosa, non consiste nell’individuare semplicemente il modo migliore per accarezzare un asino, ma nel comprendere la reciprocità della relazione. Se gli animali sono destinati a diventare partner sempre più importanti nel sostegno al benessere umano, comprenderne il benessere può essere parte della spiegazione stessa dell’efficacia degli interventi.

 

Riferimento bibliografico

Short, C.J.M., Calisi, R.M.
Mutual wellbeing in an equine-assisted intervention:
experimental evidence for the two-way hypothesis
and the importance of interaction method
.
Scientific Reports (2026).