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La solitudine vissuta durante l’adolescenza potrebbe essere associata a un maggiore rischio di precarietà lavorativa nella prima età adulta. È quanto emerge da una nuova ricerca che evidenzia come le esperienze relazionali vissute da adolescenti possano essere associate non soltanto al benessere psicologico e al percorso scolastico, ma anche alla qualità e alla stabilità dell’occupazione futura.

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La ricerca individua un possibile fattore protettivo nel senso di appartenenza alla scuola. Gli adolescenti che manifestano un legame più forte con il proprio ambiente scolastico sembrano infatti presentare un’associazione meno marcata tra la solitudine vissuta in gioventù e la precarietà lavorativa successiva. Un effetto analogo non è stato riscontrato per il senso di appartenenza al quartiere. Questi risultati richiamano l’attenzione sulla scuola non soltanto come luogo di apprendimento, ma anche come ambiente sociale e educativo nel quale i giovani possono costruire relazioni significative, sviluppare fiducia nelle proprie capacità e maturare un senso di appartenenza destinato a influenzare, potenzialmente, anche le successive esperienze di vita e di lavoro.

La solitudine è stata associata a una maggiore vulnerabilità psicologica, a risultati scolastici meno favorevoli e a condizioni di salute fisica peggiori nel corso della vita. Tuttavia, fino a oggi, osservano i ricercatori, è stato relativamente poco approfondito il possibile legame tra la solitudine adolescenziale e la qualità e la stabilità dell’occupazione nella prima età adulta.

La solitudine non coincide necessariamente con l’isolamento sociale: si tratta, piuttosto, di un’esperienza soggettiva caratterizzata dalla percezione che le proprie relazioni siano insufficienti rispetto ai bisogni e alle aspettative personali. Una persona può disporre di numerosi rapporti sociali e sentirsi comunque sola, così come può avere una rete relazionale limitata senza sperimentare necessariamente solitudine. Questa distinzione è centrale nello studio, che prende in esame la percezione individuale di disconnessione sociale, anziché la quantità o la struttura delle relazioni disponibili.

Per comprendere meglio le possibili ripercussioni di questa esperienza, i ricercatori hanno analizzato il fenomeno della precarietà lavorativa, adottando una prospettiva più ampia rispetto alla semplice presenza o assenza di un impiego e al livello di reddito. La precarietà viene infatti considerata una condizione multidimensionale, che comprende l’instabilità contrattuale, la limitata disponibilità di benefici e tutele, la discontinuità occupazionale e la ridotta autonomia nelle decisioni sul lavoro. La qualità dell’occupazione, quindi, non dipende soltanto dall’avere un impiego o dal guadagnare uno stipendio, ma anche dalle condizioni di sicurezza, protezione e autonomia in cui si svolge l’attività lavorativa.

La ricerca si basa sui dati del National Longitudinal Study of Adolescent to Adult Health (Add Health), un ampio studio longitudinale statunitense che ha seguito gli adolescenti nel passaggio verso l’età adulta. La rilevazione iniziale è stata condotta durante l’anno scolastico 1994-1995, coinvolgendo studenti delle classi dalla settima alla dodicesima, con successive indagini nel 1996, nel 2001-2002 e nel 2008-2009. Il progetto ha raccolto informazioni approfondite sulle condizioni sociali, economiche, psicologiche, cognitive e fisiche dei partecipanti, prendendo in considerazione anche le relazioni familiari, scolastiche, di vicinato, amicali e sentimentali.

Per l’analisi sono stati selezionati i partecipanti identificati come fratelli o sorelle, così da poter confrontare persone cresciute all’interno dello stesso nucleo familiare e tenere conto delle caratteristiche condivise, tra cui il contesto socioeconomico, le condizioni familiari e alcuni aspetti dell’ambiente educativo. Il campione iniziale comprendeva 3.703 partecipanti, dei quali 3.105 sono stati seguiti fino alla quarta rilevazione.

La solitudine adolescenziale è stata misurata nella prima rilevazione attraverso cinque indicatori relativi alla frequenza della sensazione di solitudine, alla percezione di essere poco apprezzati o considerati ostili dagli altri e al senso di essere amati, desiderati e socialmente accettati. Il legame con la scuola è stato valutato considerando la vicinanza percepita alle persone dell’ambiente scolastico, il senso di appartenenza e la soddisfazione di frequentare la scuola. Il legame con il quartiere è stato invece rilevato attraverso la conoscenza dei vicini, le occasioni di interazione e la percezione di un sostegno reciproco tra gli abitanti.

La precarietà lavorativa è stata misurata nella quarta rilevazione attraverso otto indicatori, riconducibili a cinque dimensioni: le ricompense economiche e i congedi retribuiti, l’orario di lavoro, la stabilità occupazionale, le tutele e i diritti dei lavoratori e l’autonomia decisionale sul posto di lavoro.

Un elemento metodologico particolarmente importante, sottolineano i ricercatori, è rappresentato dal confronto tra fratelli e sorelle. In questo modo, hanno potuto ridurre l’influenza delle caratteristiche condivise all’interno della famiglia, che avrebbero potuto contribuire sia alla solitudine adolescenziale sia alle successive condizioni lavorative. I risultati mostrano che l’associazione tra la solitudine durante l’adolescenza e una maggiore precarietà lavorativa nella prima età adulta permane anche dopo aver tenuto conto delle caratteristiche familiari condivise. Ciò suggerisce che il legame osservato non sia interamente spiegato dalle differenze tra famiglie, pur non consentendo di stabilire un rapporto causale diretto.

I risultati suggeriscono che le esperienze di solitudine adolescenziale possano essere associate, in particolare, agli aspetti della precarietà che riguardano la continuità lavorativa, le protezioni sociali e il controllo sulle condizioni di lavoro, piuttosto che ai livelli retributivi o all’intensità dell’orario lavorativo.

Un ulteriore aspetto esaminato riguarda il possibile ruolo protettivo dei contesti sociali in cui crescono gli adolescenti. I ricercatori hanno confrontato il legame con la scuola e quello con il quartiere, verificando se una maggiore appartenenza a questi ambienti potesse attenuare l’associazione tra solitudine e precarietà occupazionale. I risultati hanno evidenziato una differenza significativa tra i due contesti. Un forte senso di appartenenza alla scuola attenua l’associazione tra solitudine adolescenziale e precarietà lavorativa futura, mentre il legame con il quartiere non mostra un effetto moderatore statisticamente significativo.

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Questo risultato potrebbe essere spiegato dalle caratteristiche specifiche dell’ambiente scolastico, che offre occasioni di interazione con insegnanti e altri adulti di riferimento, opportunità di sviluppare competenze e fiducia nelle proprie capacità, nonché percorsi educativi in grado di favorire la transizione verso il mondo del lavoro.

La scuola può infatti rappresentare un contesto strutturato nel quale gli adolescenti trovano forme di sostegno che non dipendono esclusivamente dall’accettazione da parte dei coetanei. Il rapporto con gli insegnanti, il riconoscimento delle proprie capacità e la partecipazione alla vita scolastica possono costituire risorse importanti per i giovani che sperimentano solitudine e difficoltà relazionali. Il senso di appartenenza può contribuire a sostenere il coinvolgimento educativo e la fiducia interpersonale, risorse potenzialmente rilevanti anche nelle successive esperienze professionali.

I ricercatori hanno inoltre verificato se l’associazione tra solitudine e precarietà lavorativa potesse essere spiegata, almeno in parte, dai sintomi depressivi durante l’adolescenza. Dopo aver introdotto nei modelli statistici una misura aggiuntiva dei sintomi depressivi, l’associazione tra solitudine e precarietà si è ridotta soltanto marginalmente, mantenendo la significatività statistica. Anche l’effetto moderatore del legame con la scuola è rimasto significativo. Questo risultato suggerisce che la solitudine, intesa come specifica esperienza soggettiva di disconnessione relazionale, apporti informazioni distinte rispetto alla sintomatologia depressiva nella comprensione delle successive condizioni lavorative.

Dal punto di vista educativo e sociale, lo studio invita quindi a considerare la solitudine adolescenziale non esclusivamente come una questione individuale o clinica, ma anche come un’esperienza potenzialmente associata alle opportunità di sviluppo e alle traiettorie socioeconomiche successive. La prospettiva del corso di vita adottata dai ricercatori sottolinea come le esperienze sociali ed emotive delle prime fasi dello sviluppo possano accompagnare gli individui nelle successive transizioni, contribuendo a delineare le risorse e le opportunità disponibili nell’età adulta.

Tra i possibili meccanismi interpretativi vengono considerate una minore fiducia nelle relazioni, una ridotta autoefficacia relazionale e una maggiore sensibilità alle minacce sociali.

Lo studio contribuisce ad ampliare la comprensione dei fattori associati alla precarietà lavorativa giovanile, evidenziando la possibile rilevanza delle esperienze relazionali vissute durante l’adolescenza

Sul piano delle prospettive educative, gli autori indicano l’importanza di approfondire, attraverso ulteriori ricerche, l’efficacia degli interventi scolastici finalizzati a promuovere il senso di appartenenza, a rafforzare le relazioni positive tra studenti e insegnanti e a favorire ambienti inclusivi. Tali iniziative potrebbero rappresentare possibili strumenti di prevenzione delle vulnerabilità sociali ed economiche nel lungo periodo.

Promuovere il benessere relazionale a scuola significa dunque considerare l’educazione anche nella sua dimensione sociale e preventiva, riconoscendo che il senso di appartenenza, il sostegno degli adulti e la valorizzazione delle capacità individuali possono essere risorse importanti durante una fase delicata dello sviluppo.

«La solitudine viene spesso considerata principalmente un problema di salute mentale, ma i nostri risultati suggeriscono che le sue possibili conseguenze potrebbero essere molto più ampie. Le esperienze sociali vissute dai giovani durante l’adolescenza potrebbero avere implicazioni per il modo in cui affrontano la transizione verso l’età adulta, comprese le tipologie di occupazione in cui si trovano inseriti», affermano gli autori, che sottolineano l’importanza di collocare la precarietà lavorativa giovanile all’interno di una prospettiva evolutiva e di lungo periodo, che tenga conto anche delle esperienze sociali e relazionali dell’adolescenza.

L’obiettivo è quindi, nell’ambito delle politiche educative, di porre particolare attenzione alla costruzione di relazioni di sostegno, di ambienti scolastici inclusivi e di opportunità di partecipazione per tutti gli studenti.


Riferimento bibliografico

Son, H., Song, K. & Kim, J..
Adolescent loneliness and precarious employment in young adulthood:
The moderating role of school attachment
.
Journal of Research on Adolescence (2026).