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Il rapporto tra il Terzo Settore e i Servizi della Giustizia Minorile mi sembra che sia caratterizzato oggi da una ottima e sempre più collaudata collaborazione. Quando è entrato in vigore il nuovo Codice del Processo Penale Minorile, ad una legge decisamente innovativa e sfidante, non corrispondeva una adeguata preparazione del terzo Settore, che si ritrovava improvvisamente investito della responsabilità di dare attuazione alla Legge accogliendo i giovani autori di reato presso le proprie comunità.

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A 25 anni dall'entrata in vigore del Codice, la situazione in Lombardia è decisamente cambiata: il Terzo Settore si è dimostrato capace di aprirsi all'accoglienza di giovani autori di reato[1], e di dare vita a una certa ricchezza di interventi diurni e territoriali, oltreché residenziali, che sono oggi Partners indispensabili per dare seguito con efficacia alle disposizioni di una Legge, la 448/88, che continuiamo a considerare una eccellenza del nostro ordinamento.

Certamente la Legge, a un quarto di secolo dalla sua entrata in vigore, avrebbe bisogno di qualche aggiornamento; ma a chi scrive sembra poco auspicabile che l'attuale Legislatore intervenga su questa materia, e in ogni caso i maggiori limiti che osserviamo non ci sembrano da addebitare alla Legge, ma ad alcuni aspetti dell'applicazione. E' per questo che auspichiamo e cerchiamo di favorire un confronto tra Giustizia Minorile, Tribunale per i Minorenni, Enti Locali e Terzo Settore, con la finalità di condividere le migliori strategie di risposta ai principali problemi che devono affrontare i giovani autori di reato e gli operatori che intendono mettersi a disposizione dei loro processi di cambiamento.

Un buon punto di partenza per questo percorso può essere il reciproco riconoscimento tra Terzo Settore e Servizi della Giustizia Minorile, che ha la sua manifestazione più evidente nel partecipatissimo Tavolo delle Comunità presso il Centro per la Giustizia Minorile della Lombardia.

Pertanto più che descrivere cosa fanno le comunità con i giovani autori di reato (che non presentano caratteristiche così diverse dai coetanei che hanno manifestato disagio in altra maniera, e sono collocati nelle nostre comunità con provvedimenti civili o amministrativi), penso di poter aggiungere qualcosa a questa riunione riportando alcuni dei principali temi su cui il Tavolo Comunità-CGM si sta interrogando e cui si sente di dover/poter dare risposte. Scelgo di riportarvi i punti che mi sembrano maggiormente sentiti, e che – non a caso – sono oggetto di discussione anche nelle riunioni del CNCA Lombardia, cui aderiscono molte comunità che non si occupano di penale, e cionondimeno vivono gli stessi problemi con i/le propri/e ospiti:

1. Il dopo
2. I disturbi psichiatrici
3. Le famiglie

1. IL DOPO

La conclusione dei percorsi di accompagnamento alla crescita disposti dai Tribunali per i Minorenni, e fortemente sostenuti dalle nostre Comunità, è da sempre circondata da incertezza e “falsi miti”. Per molti anni le comunità, nate da iniziative private spesso in aperta critica a una società che “produce” sofferenza ed esclusione, hanno immaginato che attraverso di esse fosse possibile per gli ospiti una sorta di “seconda nascita”, e che il rientro nella Società sarebbe stato sancito da una sorta di “arco di trionfo” (chi ricorda ancora Jean Vanier, che scriveva “La comunità. Il luogo del perdono e della festa”?...). Naturalmente in questa mia semplificazione non sono rappresentate le mille sfaccettature di quella “prima vita” delle comunità, che hanno ottenuto risultati non inferiori alle attuali; però è probabile che il continuo scontrarsi con esiti diversi da quelli così alti che si erano posti, abbia spinto gli operatori del nostro settore (educatori ed assistenti sociali) a cercare di sostituire quegli obiettivi, con altri che risultino comunque sufficientemente motivanti per poter sostenere il peso del nostro lavoro: è così che penso sia nato il “mito dell'autonomia” come esito dei percorsi con i Servizi. Interrogando molti operatori su quali siano gli obiettivi da raggiungere alla maggiore età, o alla conclusione delle misure penali minorili, la risposta che ricevo è sempre la stessa: l'Autonomia. Talvolta nella versione più prudente “l'avviamento all'autonomia”. Ad un minimo approfondimento, però, ci accorgiamo che queste affermazioni non sono basate sull'osservazione, giacché quasi nessuno ricorda o afferma di aver visto uscire dai percorsi di cura un giovane “autonomo”. E allora dev'essere proprio vero che quella dell'autonomia come esito naturale dei percorsi è più una consolazione per gli operatori che non un reale obiettivo per i giovani.

Proviamo a entrare un po' più a fondo: nel 2011, a conclusione della sperimentazione triennale del Progetto “A partire dalla fine” (da qui APDF), abbiamo organizzato un convegno per presentare i dati raccolti[2]: il campione era di 120 giovani, metà dei quali segnalati dai Servizi della Giustizia Minorile, e metà dai Servizi Sociali dei Comuni. Uno dei dati che ha destato più stupore è stato quello relativo all'occupazione: su 120 giovani (l'età media dei segnalati era di poco inferiore ai 19 anni) al momento della segnalazione al Progetto APDF solo 6 (il 5%) era in possesso di un lavoro che si poteva definire stabile; mentre ben 67 (il 55,8%) non stava né studiando né lavorando. Si potrebbe giustamente obiettare che questa sia la condizione dei giovani che sono stati segnalati al Progetto APDF proprio perché “poco strumentati” per l'autonomia, e che pertanto la fotografia generale sia meno eclatante. Ma questo pensiero “difensivo” deve fare i conti con un altro elemento: la quasi totalità dei giovani segnalati, al momento della udienza finale di messa alla prova stava svolgendo stage o borse-lavoro, che si sono concluse nei giorni immediatamente successivi.

Qualche considerazione: il dato relativo alla mancata “strumentazione” per l'autonomia (quel modesto 5% di occupati stabili), certamente indicativo di un percorso di crescita ancora molto acerbo, attrae su di sé troppe attenzioni (in fondo siamo in una società con disoccupazione giovanile ben oltre il 40%, e di diciottenni stabilmente al lavoro se ne vedono pochi anche fuori dal Sistema dei Servizi...), e rischia di lasciare in ombra alcuni elementi ben più importanti:

1 - al di là della strumentazione “concreta” per l'autonomia, a mancare nei giovani “care leavers” è il desiderio stesso di essere autonomi: il movimento dei giovani “in uscita” dai servizi non è progressivo, bensì regressivo: i giovani desiderano sistematicamente rientrare nelle loro famiglie, per vedere se – adesso che “sono cambiati” - sia possibile “ripartire da zero”, o comunque ricevere quelle attenzioni e quelle cure che hanno sempre desiderato ricevere in famiglia, e la cui mancanza sta alla base dell'allontanamento disposto dal Giudice. I giovani in uscita dal sistema di cura desiderano e fanno il possibile per attuare un rientro in famiglia (questo vale anche per i msna, dove talvolta questo “rientro” avviene nella versione “concreta” del ritorno in patria, e talaltra in quella “metaforica” del movimento di ritorno a frequentare quasi esclusivamente connazionali), dando seguito a un movimento molto naturale, e in certo modo inevitabile, nella crescita di un adolescente. Pertanto la già scarsa strumentazione per l'autonomia non è neanche supportata dal desiderio di conquistarla;

2 – nonostante il fatto che spesso i giovani si “alleino” a questa nostra dichiarazione di imminente autonomia, in realtà temono moltissimo la conclusione dei percorsi con i Servizi, proprio perché sanno di non essere per niente pronti ad occuparsi da soli di portare avanti questo cammino ancora così “in salita”. Questo spavento è alla base di un fenomeno che gli operatori conoscono molto bene, ovvero la reiterazione di reato (o la commissione di trasgressioni eclatanti) nella fase conclusiva delle m.a.p., da parte di giovani che intendono così – in maniera più o meno consapevole – garantirsi ancora un aiuto. Quando questo avviene è sintomo del fatto che non siamo riusciti a “disinnescare” nella mente dei giovani l'equazione “creo allarme = ricevo aiuto”. Il principio che muove la Giustizia Minorile è proprio la lettura della commissione di reato come richiesta di aiuto al mondo degli adulti; in effetti è sempre riscontrabile nella biografia dei giovani autori di reato un climax ascendente di segnalazioni di malessere (continue bocciature, dispersione scolastica, uso di sostanze, violenza domestica,...), che spesso riceve una risposta concreta solo dopo l'incontro con la Giustizia. Anziché enfatizzare una improbabile e “spaventosa” autonomia, ci sembra importante che gli operatori tengano a mente – soprattutto nella fase finale dei percorsi penali – il rischio che i giovani riutilizzino la modalità del “creare allarme” per garantirsi un periodo ulteriore di sostegno.

3 – la convinzione più intima degli operatori (Assistenti sociali, Educatori, Psicologi,...), al di là del dichiarato, è che il giovane sia tutto fuorché pronto per proseguire il percorso in autonomia; questo pensiero spinge gli operatori a fare di tutto per evitare le “cadute” dei ragazzi nella fase conclusiva delle misure penali disposte dal TM. Questo certamente nasce dal desiderio di portare il ragazzo all'udienza finale con “le carte in regola” per concludere positivamente la misura, ma in realtà nasconde anche la profonda convinzione che senza l'intensificarsi del nostro intervento il giovane non ce la farebbe: penso a messe alla prova nelle quali il giovane viene svegliato con “le bombe” (o corteggiato con le “serenate”, o cazziato in colloqui infiniti,..) purché vada al tirocinio tutti i giorni, o perché si presenti dalla psicologo, o ai colloqui con l'assistente sociale; ultimi mesi di messe alla prova in comunità scansite da un “tutto pieno” di impegni, di colloqui; un tempo nel quale sembra che si debba evitare in tutti i modi la “caduta” e l'”errore”.

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Quante volte ci è capitato nell'udienza finale di una m.a.p., di ritrovarci a “sperare in una proroga”? E quante volte ci è capitato di vedere che questa proroga viene effettivamente concessa...”perché ci sono ancora dei bisogni”? Ecco, l'utilizzo strumentale della misura penale, per quanto nasca dal desiderio di aiutare il giovane, è un “mostro giuridico”: se nei mesi di proroga strumentale il giovane commette un reato, o una grande trasgressione, o abbandona il progetto...come si chiuderà quella m.a.p.? Se dovesse essere condannato in virtù di ciò che ha fatto (o non fatto) in questo periodo di “proroga strumentale”...di chi sarebbe quella condanna? E se invece il Tribunale dovesse decidere di dare un esito positivo, come potremmo spiegarlo al ragazzo? Teniamo conto del fatto che la prospettiva che quel ragazzo “crolli” nei mesi di proroga è tutt'altro che remota: se è vero che era così tanto in difficoltà da dover ricorrere a una proroga non dovuta, lo sarà anche in questi pochi mesi indebitamente “aggiunti” alla sua m.a.p., e pertanto è molto facile che l'ansia per il dopo lo spinga ad agire comportamenti di disinvestimento sulla misura.

Insomma, quello che mi piacerebbe condividere con tutti gli Attori che operano nella Giustizia Minorile è questo pensiero: le misure penali minorili hanno una durata “convenzionale”, frutto della tensione tra due princìpi condivisibili: da un lato quello di far transitare il minorenne nel sistema della Giustizia per il minor tempo possibile; dall'altro quello di rispondere alla richiesta di aiuto cercando di fare sì che il giovane possa idealmente tornare “ai blocchi di partenza” con le stesse chance dei coetanei più fortunati. Il frutto di questa tensione tra princìpi è un tempo ben definito, che mediamente si attesta tra 1 e 2 anni [3]. Questo elemento dovrebbe essere sufficiente a dimostrarci che l'obiettivo della misura penale non può essere quello di accompagnare il giovane in tutto il suo percorso di crescita, che durerà ben più della misura penale, bensì quello di affiancare il giovane in alcune importanti scelte di cambiamento, che poi dovrà portare avanti con strumenti diversi dalla misura penale! La nostra legge parla di “valutazione della personalità del minore all'esito della m.a.p.”, non di autonomia.

E quindi?

E quindi da un lato ci possiamo rilassare...e non pensare che il giovane debba davvero concludere in un tempo così breve quello che noi stessi (che non abbiamo una biografia così accidentata come quelle che mediamente conoscono i nostri ospiti) abbiamo avuto bisogno di un tempo molto maggiore per realizzare.

Ma dall'altro dobbiamo sentire la piena responsabilità di aver stimolato questi giovani a cambiare equilibri, difese, stili di vita, che si erano faticosamente costruiti negli anni non certo per sfizio, ma per sopravvivenza psichica. I ragazzi che incontriamo a seguito della commissione di reati hanno generalmente maturato una forte sfiducia negli adulti; durante i percorsi nelle comunità o di messa alla prova, i ragazzi (in maniera per me in parte misteriosa..) decidono finalmente di fidarsi di questi nuovi adulti che fanno loro una proposta di cambiamento; questo comporta che mettano in discussione le loro difese, i pensieri che hanno fatto su di sé, sugli adulti, sulla società, e che decidano di aprirsi al cambiamento: scegliendo una professione desiderabile, riprendendo il rapporto con l'apprendimento, sperimentando cose nuove e nuovi modi di convivere, ecc...Decidono insomma di accettare la sfida del cambiamento. Ma se loro accettano di spogliarsi di ciò che si erano costruiti, e di accogliere la sfida del cambiamento, a noi resta la responsabilità di non lasciarli da soli in un momento in cui – come abbiamo detto con chiarezza poco fa – non hanno né gli strumenti, né la tensione e la maturità per portare avanti in “autonomia” questo compito.

Come possiamo fare?

Da un lato credo che dobbiamo promuovere nei Servizi la piena consapevolezza del fatto che a 18 anni i ragazzi l'autonomia non sanno neanche dove stia di casa, e che pertanto qualsiasi “Progetto Quadro” debba esprimersi costantemente sulla strategia che i Servizi stanno attuando per il “dopo” (tornerà in famiglia? Bene, allora bisogna chiarire cosa stiamo facendo per preparare il ritorno in famiglia...dovrà cavarsela da solo? Allora dovremo esplicitare attraverso quali interventi stiamo rincorrendo questo obiettivo...), anziché dettagliare con cura il progetto fino alla maggiore età (o alla conclusione della misura penale), e non pronunciarsi sul dopo.

E' il momento che tutti facciano un pezzetto in più:

Per quanto riguarda i Servizi della Giustizia Minorile, naturalmente non si può pensare che si occupino dei giovani oltre il limite delle misure disposte dal TM.

Però ritengo che possano fare almeno due cose:

- chiedere al Tribunale e alle comunità di favorire nella fase finale dei percorsi una maggiore assunzione di responsabilità da parte dei ragazzi; questo vorrà dire che le m.a.p. potrebbero arrivare a conclusione con quale “ammacco” in più, con qualche scelta del giovane non del tutto condivisa dall'A.S. e dalla comunità; ma questo darebbe una fotografia più reale delle attuali capacità del giovane di scegliere “in autonomia”, e pertanto permetterebbe agli operatori di fare una prognosi più affidabile su ciò che il giovane riuscirà a fare senza il contenimento della misura penale (questo aspetto prognostico, tra l'altro, è pienamente richiesto dal DPR 448, e mi sembra che venga favorito da una maggiore apertura alla possibilità che il giovane effettui scelte in autonomia)

- preparare il terreno ad un possibile progetto post-penale, che possa coinvolgere ancora il Tribunale, gli Enti Locali, il Terzo Settore, le famiglie,...

La mia sensazione è che il TM e la Procura presso il TM siano pronti ad accogliere questi pensieri; quanto ai Comuni, è certamente vero che negli anni li abbiamo visti spesso sottrarsi al sostegno economico dopo la maggiore età, ma io sono abituato a guardare prima quello che possiamo cambiare “in casa nostra”... e pertanto vi invito a riflettere sul fatto che il Prosieguo Amministrativo fino ai 21 anni, che certamente versa in cattive acque, è stato messo in difficoltà anche per responsabilità del Privato Sociale, che per anni si è limitato a proporre il prolungamento del progetto in comunità per 1, 2 o addirittura 3 anni dopo la maggiore età. Questo prolungamento dei tempi di accoglienza residenziale non solo non risolve (al limite posticipa..) il problema del “dopo”, ma ha anche prestato il fianco al fatto che il PA stesso venisse considerato tout court un intervento economicamente insostenibile. Noi sappiamo invece che il PA è un “contenitore”, e che il contenuto può e deve essere pensato con maggiore creatività, senso di realtà e soprattutto efficacia. Il Terzo Settore ha pertanto il compito di sperimentare e promuovere nuovi servizi e strumenti, più “pensati” per promuovere l'autonomia e lo sgancio dai servizi (attualmente le comunità continuano ad avere una vocazione chiaramente votata alla tutela!), e senza dubbio meno costosi [4].

2 – I DISTURBI PSICHIATRICI

Mi sono molto dilungato sul tema del “dopo”, che mi sta particolarmente a cuore, e pertanto ho solo il tempo di accennare agli altri due argomenti, ripromettendomi di riprenderli presto in altre occasioni; a tal proposito, ricordo che CNCA sta promuovendo una formazione a Roma proprio sul tema che vado ad accennare:

negli ultimi anni le comunità educative per minori sono sollecitate da un cambiamento che ha già impegnato (e, per certi versi, travolto...) in precedenza le comunità per le dipendenze: mi riferisco all'invio sempre più frequente nelle comunità educative di giovani che presentano un importante corredo di sintomi di natura psichiatrica (uso questo giro di parole per raccogliere l'invito a non usare definizioni troppo rigide quando si parla di minorenni...ma il concetto non cambia di molto). Le comunità capiscono bene che questi giovani hanno bisogno di aiuto, e non conosco comunità che non faccia il possibile per accoglierli; però dobbiamo anche dirci che questa scelta si porta dietro un rischio enorme, cioè quello di snaturare le comunità educative, senza peraltro riuscire nell'intento di evitare il doloroso passaggio a quelle terapeutiche. Le comunità educative non riescono ad essere realmente di aiuto quando l'insorgenza psichiatrica si fa preponderante; il fatto che il giovane abbia o meno una misura penale in corso in questi casi non cambia di molto le cose. La realtà di oggi è che questa scelta non è di reale aiuto ai giovani accolti, e per contro mette in grande difficoltà le strutture e gli altri ospiti.

Il tema è molto sentito tanto dalle comunità quanto dai Servizi, e credo che anche in questo caso un confronto aperto tra Pubblico e Privato potrebbe portare dei buoni risultati. Da un lato, infatti, i Servizi dovrebbero riflettere sugli effetti che un massiccio invio di giovani con queste caratteristiche sta avendo sulle comunità educative, che ne risultano depotenziate nei loro punti di forza, e comunque restano inefficaci nel trattamento dei disturbi di natura psichiatrica.

Dall'altro, il Terzo Settore non può ignorare il fatto che questo tipo di invio rappresenta un bisogno dei Servizi, i quali hanno le loro buone ragioni nel non voler collocare questi giovani in comunità terapeutiche nelle quali l'orizzonte di una vita soddisfacente sembra chiaramente un obiettivo subordinato al bisogno di contenimento delle manifestazioni più eclatanti della patologia.

Sopra tutto questo c'è la Regia della Regione, che non ha ancora aperto le porte alle comunità “di terzo tipo”; cosa aspettano Terzo Settore, Comuni e CGM a farsi avanti per sollecitare l'apertura di questa nuova strada?

3 – LE FAMIGLIE

Solo un accenno a questo terzo punto, strettamente collegato al primo: abbiamo detto che l'obiettivo dei giovani ospiti delle comunità, raggiunta la maggiore età o la conclusione della misura penale non è l'autonomia, bensì il rientro a casa. Questo movimento, a ben pensarci, è molto normale per un adolescente, che ha bisogno di tornare a misurarsi con la sua famiglia prima di poter davvero pensare di intraprendere un percorso verso l'autonomia. Lo abbiamo fatto tutti, benché ognuno a suo modo. Per i nostri ospiti, però, questo rientro è destinato a risolversi in una sonora delusione, e spesso li riporta in breve tempo dentro quelle dinamiche patologiche dalle quali il Tribunale aveva cercato di farlo uscire. I nostri ragazzi, infatti, amano dire che sono in comunità “perché hanno fatto un reato”; questa però è solo una parte della verità. In realtà dovrebbero dire:” perché ho fatto un reato, e perché il Giudice ha ritenuto la mia famiglia un ambiente troppo inaffidabile per farmi restare a casa”. Infatti, la stragrande maggioranza dei giovani autori di reato ottiene di restare a casa per tutta la durata della misura penale; quando i giovani vengono collocati in comunità, è perché il Tribunale ha espresso un chiaro giudizio sulle loro famiglie.

E quindi al rientro a casa cosa succede? Molto spesso va in scena una sonora e duplice delusione: da un lato il ragazzo deve scontrarsi con il fatto che i genitori non sono cambiati, e le dinamiche patologiche della sua famiglia sono immutate; questo lo porta rapidamente a dover riprendere il “ruolo” che aveva prima della comunità, per evitare di diventare un “corpo estraneo” nella sua famiglia. Dall'altro le famiglie oscillano tra la delusione per il fatto che il figlio presenta ancora limiti e difficoltà (una volta una mamma mi ha detto “pensavo che tornasse a casa aggiustato...”), e la diffidenza verso i cambiamenti operati dal figlio, che spesso ha appreso linguaggi e schemi di relazione del tutto estranei a quella famiglia.

Dal nostro punto di osservazione, pertanto, il fatto che si debba lavorare con le famiglie (soprattutto in previsione del rientro a casa del figlio) è pacifico; il Tavolo delle Comunità presso CGM avrà il compito di operare un approfondimento e un confronto per definire chi si debba occupare di seguire le famiglie (USSM? le comunità? altre agenzie?...) e soprattutto con quali obiettivi.

Speriamo di poter dare presto delle prime risposte a tutti e tre i punti che vi ho proposto; credo che per ottenere risultati siamo sulla strada giusta: abbiamo la disponibilità al confronto di tutti gli attori.

Adesso ci vuole uno sforzo di apertura al cambiamento e creatività...

 

Sintesi della relazione di Paolo Tartaglione all'Esecutivo Nazionale del CNCA, tenutosi presso l'Istituto Penale Minorile “C.Beccaria” di Milano venerdì 27 giugno 2014, sul tema “l'intervento del Terzo Settore nelle misure penali minorili esterne”.

 


[1]    Secondo l'Ufficio Statistico del Dipartimento Giustizia Minorile, il numero di giovani autori di reato collocati presso le comunità socio-educative della Lombardia è circa quadruplo rispetto ai giovani detenuti presso l'IPM Beccaria
[2]    Per i dati completi:  http://apartiredallafine.files.wordpress.com/2011/06/dati-apdf-2008_11.pdf
[3]    Questi i dati Sono i dati map anno 2013 del Distretto di Milano:
        Durata in mesi                             n° provvedimenti
        1-6 mesi                                     13
        7-12 mesi                                   117
        13-24 mesi                                 51
        oltre 24 mesi                              3
        tot                                             184
[4]    Per chi volesse approfondire il tema e raccogliere spunti da alcuni servizi aperti da Arimo negli ultimi anni, rimando a:
        - P.Tartaglione "Non un lavoro qualunque", in G.Munforte, L.Bertolè, P. Tartaglione, a cura di, Educare al futuro, FA, Milano, 2013
        - P.Tartaglione  “A partire dalla fine: quando è la Realtà la vera Educatrice”, in P.Bastianoni, F.Zullo, a cura di, Neomaggiorenni e autonomia personale: fattori di resilienza e percorsi di emancipazione, Carocci, Roma, 2012
        - P.Tartaglione  “L'autorità nei percorsi di cura, tra obbligatorietà e consenso”, pubblicato su www.ubiminor.org (http://www.ubiminor.org/interventi/autori-di-reato/37-l-autorita-nei-percorsi-di-cura-tra-obbligatorieta-e-consenso.html)

L'autore.
Pedagogista, esperto di tematiche educative nell’area penale minorile. Responsabile Servizi Territoriali, Formazione e Interventi con le Famiglie di Arimo.

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