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Nel 1993, con grande sorpresa della mia famiglia, ho scelto di diventare una poliziotta, entrando nella squadra della polizia municipale.
Dedicarmi a questa attività, per me, era un un modo ovvio per seguire e  promuovere il mio desiderio di sostenere i giovani. Di aiutarli a crescere e a evitare le insidie che si trovavano sulla loro strada.

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Dopo aver trascorso la mia infanzia aiutando mio padre al club giovanile locale, avevo visto in prima persona quale possa essere l'impatto  e l’efficacia di una forte guida adulta nella vita di un ragazzo.

La polizia non è stata però una scelta naturale per me. Non sono mai stata molto brava a prendere ordini o fare le cose nel modo tradizionale, e il mio palese disprezzo per l'autorità mi ha fatto finire nei guai un sacco di volte.

Nonostante tutto questo ho lavorato duro e ho fatto sì che la mia vita andasse nella direzione che avevo scelto. Come ufficiale addetto alla coesione giovanile e al servizio scolastico, il mio lavoro è stato quello di lavorare con i giovani autori di reato e quelli a rischio di commettere azioni illegali.


Luke era un personaggio: sua madre era una prostituta,
e il padre e il fratello maggiore erano in prigione,
eppure in qualche modo riusciva a mantenersi sempre di buonumore


Ho assunto questo ruolo e mi sono dedicata a questo lavoro senza sforzi, anzi, con grande passione. Mi è sempre piaciuto avere intorno questi giovani, e le relazioni con loro mi hanno permesso di attuare un cambiamento nella mia vita e nel mio lavoro, nel modo e nella direzione in cui avevo sempre voluto accadesse.

Ricordo ancora il giorno in cui ho incontrato Luke (non è il suo vero nome). Aveva 15 anni e diversi provvedimenti e prescrizioni della polizia a suo carico. Ero in una scuola, nella stanza che mi avevano assegnato, e lui era lì, con la testa tra le nuvole, a guardar fuori dalla finestre dell’ufficio senza badare a me, solo per provocarmi.

Luke era un personaggio: sua madre era una prostituta, e il padre e il fratello maggiore erano in prigione, eppure in qualche modo riusciva a mantenersi sempre di buonumore. Era un ragazzo simpatico e anche un po’ sfacciato.

Con il passare degli anni ho avuto modo di conoscerlo molto bene, Luke. L'ho incontrato spesso, almeno una volta alla settimana, e abbiamo provato tutto con lui, ogni intervento, ogni proposta per impedirgli di seguire le orme della sua famiglia e di finire in prigione: non ha funzionato niente.

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La scintilla dell’intelligenza e della vitalità poco alla volta si è affievolita in lui, e i suoi occhi azzurri sono diventati di un grigio pallido, quando le sostanze hanno preso possesso del suo corpo e della sua personalità.

Sebbene fossi ancora molto affezionata a lui, era diventato più un peso per me, adesso, che un ragazzo brillante con un futuro davanti, da sostenere e guidare. Il telefono in ufficio suonava e io venivo a sapere che, ancora una volta, Luke aveva commesso dei reati minori - e, ancora una volta, mi trovavo a essere una che aveva a che fare con un fascio di documenti da compilare e relazioni da scrivere, che riguardavano un ragazzo che aveva segnato il proprio destino.

Il giorno in cui la mia vita è cambiata, non è stato diverso da tutti gli altri, per come è iniziato - un giorno normale in ufficio e un'altra telefonata per andare a prendere Luke, che era stato arrestato per aver violato la sue misure cautelari.


quando le persone ti dicono tutta la vita
quanto sei malvagio, incapace, e così via,
alla fine ci credi e non c'è più via d'uscita


Esasperata, mi sono seduta nel retro di un furgone della polizia, ammanettata a Luca, che assomigliava sempre di più a un frammento del ragazzo brillante che avevo conosciuto qualche anno prima. Mi sono rivolta a lui e gli ho detto, senza pensarci: "Luke, perché qui sulla terra tu fai tutto questo? Perché non sei capace di combinare niente di meglio?"

Lui mi ha guardato e ha voltato lo sguardo verso il pavimento.

"Sarah, che altre possibilità esistono per me? Era evidente da che parte stavo andando, molto prima di conoscerti" mi ha risposto. Ha fatto una pausa e si è asciugato gli occhi. "Quando le persone ti dicono tutta la vita quanto sei malvagio, incapace, e così via, alla fine ci credi e non c'è più via d'uscita".

Non ho risposto, non so perché, forse ero troppo crucciata, forse c'era troppo distanza tra di noi in quel momento, o forse sono io che non ho avuto una risposta da dargli che pensassi potesse essergli utile.

Tutto quello che so è che vorrei averla avuta, perché quella è stata l'ultima volta che ho visto Luke.

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Si è tolto la vita più tardi, quel giorno stesso. Ha buttato via la sua giovane esistenza, perché non riusciva a vedere una via d'uscita; e io, forse l'ultima speranza per lui, non ha avuto una risposta da dargli.

Io non rimprovero me stessa per quello che è accaduto a Luke. Sapevo di non essere io il problema, la causa: l’intero sistema lo è stato. Il sistema istituito per proteggere e aiutare Luke con lui ha fallito e mi ha molto deluso. Ero impreparata ad offrire a Luke l'aiuto di cui aveva bisogno, e un sistema molto burocratico, sovraccarico di richieste e montagne di carta, lo ha fatto precipitare tra le sue crepe.

E ora il lavoro che una volta amavo mi faceva sentire a disagio. Trovavo sempre più difficile conciliare il fatto che alcuni li avevamo salvati e altri no.

Ho iniziato a trattare i giovani autori di reato in modo diverso, buttando via il libro delle regole e facendo loro domande normali, rivolgendomi a loro come persone. Ma il lavoro che stavo facendo, anche se di forte impatto, non era misurabile, verificabile, e mi è stato subito detto dai miei superiori di rigare dritto.


credo che ogni giovane abbia un dono da condividere,
e il lavoro degli adulti nella loro vita è quello di illuminare,
di gettare una luce su quel dono


Non ce l’ho fatta a continuare. Nel 2000 ho lasciato la polizia per capire come aiutare meglio i giovani che si sentivano senza aiuti né speranze.

Un anno dopo ho creato la mia attività di coaching per giovani, e 15 anni dopo ho ancora un sacco di cose da fare.

Il lavoro che faccio adesso differisce totalmente dal mio lavoro nella polizia. Quello che faccio ogni giorno, lo faccio per Luke e per quelli come lui.

Luke non riusciva a vedere un futuro, una vita che valesse la pena di essere vissuta. Ha pensato di essere inutile, di non aver nulla da dare al mondo. Io credo che nessun giovane dovrebbe sentirsi così. Credo che ogni giovane abbia un dono da condividere, e il lavoro degli adulti nella loro vita è quello di illuminare, di gettare una luce su questo dono e di incoraggiare a usarlo.

Noi tutti dobbiamo far sì che ragazzi come Luke lo riconoscano, lo facciano vivere e crescere.


Testimonianza apparsa su The Guardian

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