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C’è un livello di assuefazione oltre il quale non si può andare, e non occorrerà alzare ulteriormente l’intensità della tragedia perché il senso di umanità sarà già stato risvegliato?

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Per quale ragione i corpi dei bambini respinti dal mare devastano l’opinione pubblica e fanno dire ai governanti tutto questo è intollerabile, e la certezza di donne e uomini torturati e seviziati lascia loro proseguire con la calcolatrice in mano e moltissimi altri applaudire dal salotto buono?

Come mai la stessa persona a 2 anni è un cioccolatino delizioso e a 20 è un cameriere dal quale rifiutare di farsi servire?

Che cosa significa sperimentare ogni giorno che quando cammini per strada c’è qualcuno che si scansa?

Perché un ragazzo di 20’anni che si suicida è figlio dell’Italia, ma lo stesso ragazzo un attimo prima è uno che se si siede accanto a te in autobus tieni stretta la borsa?

Il fatto che – come risulta – il lungo confidarsi in una lettera da parte di Seid Visin sia due anni precedente il suicidio implica che il razzismo incassato negli anni sia assolto, quel che non ammazza ingrassa?

Cosa si porta dentro chi – come bambini di cui so – si vede scuro di pelle e si disegna chiaro, per rendersi accettabile o simile o invisibile alla maggioranza?

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Quanto costa interiormente sentirsi sbagliati in radice, mancanti o oltraggiosi per quello che si è?

Quanto è inquietante per chi sta sulla riva più sicura sentirsi quotidianamente minacciato da ogni differenza e annullarla, invocando protezione?

E per chi – qualunque ruolo occupi – si ritiene cristiano come si incarna “tutti sapranno che siete mie discepoli se avrete amore gli uni per gli altri”?

Se milioni di gocce scavano la pietra, a chi resta la responsabilità dello scavo, a nessuna goccia?

Ce la farà, ogni singola goccia, a sentirsi una piccolissima, infinitesima parte di quella responsabilità, che non è lieve per il fatto di essere infinitesima, perché partecipa di quello scavo, inaccettabile, enorme?

Non lo so se ce la farà, ma dovrebbe.

E una parola contro la vita, contro la speranza, contro i diritti umani, se pronunciata pubblicamente è una goccia come le altre e pesa come qualunque sberleffo?

Se ne accorgono le persone di buon cuore, quelle che inneggiano a comando e si commuovono a comando per stare sempre comodi e sentirsi sempre buoni?

Di quale sacrificio deve caricarsi la vita al suo inizio perché noi possiamo sentirne il valore, e conservarlo, fino all’ultimo respiro?

testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

L'autore.
Sociologa e counsellor, è la direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati e referente dell’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.