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Suona l’allarme. Tre ragazzini stesi a pancia in su, armati di fionda, tentano di colpire gli aerei nemici che li sorvolano. Sono convinti ogni volta di esserci quasi riusciti e non hanno paura. È una delle sequenze che più mi accompagna del film “L’ultima volta che siamo stati bambini”, esordio di Claudio Bisio alla regia dal libro omonimo di Fabio Bartolomei (ed e/o, 2018).

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Ha senso raccontarsi le favole, parlarne qui, mentre le cronache delle guerre di oggi ci raggiungono ogni giorno? Non ne sono sicura, scrivo con pudore, eppure credo che il valore delle storie resista, per questo nonostante i dubbi ne scrivo.

Nel film seguiamo Cosimo, Vanda e Italo, 10-12 anni, nel loro viaggio verso la Germania per riportare a casa Riccardo, l’amico ebreo che – per quanto hanno capito – è stato deportato insieme ai genitori in un campo di lavoro. I protagonisti sono sufficientemente diversi per raccontare le sfumature del tempo: Cosimo, orfano di madre, ha il padre al confino per avere offeso il fascismo e cresce con il nonno paterno, che non vuole altri problemi; Italo è figlio di un fascistissimo e fratello di un (supposto) eroe di guerra; Vanda i genitori non ce li ha ed è la più libera dalle ideologie ma cresce nella fede cattolica, in un orfanotrofio dove è accudita con speciale affetto da suor Agnese.

Le sovrastrutture degli adulti si riverberano nei bambini. Lo troviamo nella divisa di Italo, nelle canzoni che i ragazzi intonano per farsi coraggio durante il cammino, nel modo stesso di prendersi in giro, o di escludersi quando ancora non si conoscono. “Perché mi sputi?”, chiede Riccardo al primo incontro. “Perché sei ebreo”, risponde Italo. E il primo: “Non è colpa mia! Sono ebrei i miei genitori”. Gente da non frequentare, come si dice in giro, oppure una coppia amorevole che prepara la merenda per tutti. Non è questo l’unico rovesciamento, la visione ci interroga: chi è davvero un eroe in tempo di guerra, che cosa sono il coraggio e la paura, e per quali motivazioni si accetta di andare oltre se stessi?

Credo che lo scopo della narrazione non sia tanto quello di mostrarci la guerra con gli occhi dei più piccoli (i protagonisti sono bambini ben singolari, lontani dalla media, e le difficoltà che incontrano hanno un valore simbolico più che reale), quanto quello di farci guardare la guerra, il fascismo e l’antisemitismo attraversare il candore dell’infanzia per vedere più chiaramente che il Re è nudo. In sala ci si identifica nei ragazzini e si deridono o si condannano gli adulti, sagome vuote, quando gonfiano il petto nella camicia nera, o escludono gli ebrei, o si sforzano di apparire all’altezza del supposto genio fascista. Li sbeffeggiamo o li degradiamo, comunque non diamo loro credito, vedendo bene cosa c’è sotto la scorza: le pochezze e le paure di ogni essere umano.

Vanda, Italo e Cosimo hanno il vantaggio, che l’infanzia sa conservare e lo insegna agli adulti, che la simpatia, il coraggio, la compassione, la fratellanza superano di gran lunga le etichette. Per questo sono uniti e disposti a rischiare la pelle, o a soffrire la fame, l’uno per l’altro. Per dare forma alla loro unione ci vorrebbe un patto di sangue, ma tagliarsi fa male e il sangue impressiona. Meglio allora un patto di sputo, che cementa allo stesso modo e non è cruento. “Siamo arditi!”, esclama Italo, mosso dal cruccio di piacere al padre fascistissimo da cui viene considerato un fifone. “Siamo cugini!” propone Vanda, che degli arditi se ne infischia e fratelli non ne ha, i cugini sono i parenti più prossimi che riesce a immaginare. Si diranno cugini arditi, per non scontentare nessuno.

Nel viaggio verso la Germania, che li porta a pochi chilometri da casa, incontreranno la morte, la miseria, la fame, la crudeltà della guerra e tra loro scambieranno paure, rabbie, abbracci e lacrime. Posizioni di potere e uguaglianza nei bisogni fondamentali, a partire da quello di nutrirsi quando la bisaccia è vuota.

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Negli stessi anni, con un approccio ancora narrativo e fedele ai fatti ma meno sognante e perciò diverso e complementare, si addentra “Rememchild. Remembering childhood in European wartimes”, un progetto europeo cui partecipano partner da Spagna, Francia, Olanda e, per Italia, la Fondazione Fossoli.

“Rememchild” si rivolge a target diversi (studenti, giovani, ricercatori, organizzazioni umanitarie, memoriali, associazioni commemorative, artisti, rifugiati, ecc.) con lo scopo di recuperare le esperienze e i ricordi dei bambini, in particolare nella Seconda guerra mondiale e nel dopoguerra, per combattere la discriminazione, l’antisemitismo, la negazione dell’Olocausto e, in senso positivo, “recuperare, trasmettere e conservare i ricordi di bambini e donne, difendere e promuovere solidarietà e uguaglianza, sottolineare l’importanza della pace attraverso il dialogo intergenerazionale, transnazionale e memoriale”.

I bambini e le donne continuano ad essere le maggiori vittime dei conflitti”, si legge sul sito della Fondazione Fossoli, “evidenza che rafforza la necessità di esplorare e diffondere le loro esperienze”. Come quando, pochi giorni or sono, la II E della scuola media “Guido Guinizzelli” di Bologna si è avvicinata al percorso dei 6 bambini transitati nel campo di Fossoli e ha provato a immaginare il loro vissuto.

“L’ultima volta che siamo stati bambini” affronta quei vissuti in modo leggero ma non superficiale e dice tanto anche al presente. Lo guarderemmo con il cuore più sereno non ci fossero migliaia di bambini che nella guerra ogni giorno perdono la vita o tutto il resto. In Israele e Palestina, che più ci vengono proposti a partire dal 7 ottobre, ma in Ucraina, di moda fino al giorno precedente, e da troppo tempo in Yemen, in Siria e in tanti altri luoghi della terra.

Mi ritrovo a pensare che anche quei bambini lontani, che i media ci mostrano feriti, terrorizzati, in lacrime, senza più un luogo sicuro, anche loro hanno relazioni, cercano significati, chiedono amicizia, pongono domande. E forse Vanda, Cosimo e Italo, con la loro apparente leggerezza, ci parlano un po’ anche di loro, mentre ci parlano di noi.


testo precedentemente pubblicato da Azione nonviolenta

Elena Buccoliero
Sociologa e counsellor, è docente a contratto all’Università di Parma sulla violenza di genere e sulla gestione nonviolenta dei conflitti e svolge attività di formazione, ricerca, supervisione e sensibilizzazione su bullismo, violenza di genere e assistita, diritti delle persone minorenni. Dal 2008 al 2019 è stata giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna. Ha diretto la Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati (2014-2021) e l’ufficio Diritti dei minori del Comune di Ferrara (2013-2020). Da molti anni aderisce al Movimento Nonviolento. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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