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È strano, come le apparenze ingannino; o forse siamo noi osservatori che, come in un trucco di magia, spesso e volentieri ci lasciamo ingannare. Nel lavoro educativo, la distinzione fra la forma e la sostanza non è sempre facile, ancor di più quando abbiamo a che fare con giovani ragazzi che hanno investito, come fine risorsa di sopravvivenza, tutto quel che hanno nella loro apparenza – fisica, estetica o relazionale che essa sia – per riuscire ad avere un posto nel mondo: camaleontici, riescono, se necessario, a mimetizzarsi perfettamente nei contesti vissuti, la strada, gli adulti, il lavoro, la scuola o addirittura gli affetti. Ma sembrare non vuol dire essere e il camaleonte, foglia in apparenza, rimane comunque camaleonte.

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M. è arrivata un giorno di ottobre e con sé ha portato il look trasandato di chi ci tiene a sembrare trasandata, i capelli regolarmente in disordine, un evidente eccesso di trucco e una ricercata parlantina romanesca nonostante una vita tutta lombarda. Da tempo non più figlia perfetta, ora nemmeno più vissuta ragazza di strada, ma solo una ragazzina con una simpatia strabordante, quasi fosse un biglietto da visita, facile da intrattenere, curiosa nell'ascolto, pronta a ridere e fare sorridere, in qualche modo rassicurante... insomma, un'irruente ed elaborata costruzione per nascondere l'enorme fatica di riuscire ad essere all'altezza delle aspettative dell'altro, per ottenere un minimo di approvazione.Il passaggio centrale dell'adolescenza è la definizione della propria identità, passaggio che si riesce a concretizzare in modo armonico soltanto quando si è capaci di ancorare stimoli e desideri a un struttura minimamente salda, in grado di reggere questi nuovi intrusi e con il tempo includerli funzionalmente nella propria persona. Cosa succede invece quando questa definizione viene fatta di volta in volta, in funzione dell'interlocutore o del contesto, senza mai riuscire a trattenere qualcosa per se stessi? Com’è possibile imparare a essere se stessi quando si è impegnati di continuo a soddisfare sempre le aspettative di qualcun altro?

Questo è stato il grande tema di M. mentre è stata nostra ospite.

Fare qualcosa, non per forza significa credere in quel si fa e in Comunità ci si può stare e rimanere anche senza crederci.


com’è possibile imparare a essere se stessi quando si è impegnati
di continuo a soddisfare sempre le aspettative di qualcun altro?


M. è stata un anno da noi, facendo quel che le veniva proposto e forse fidandosi delle persone che facevano queste proposte ma, purtroppo, senza credere in se stessa. M. ci ha provato certo, facendo molte cose, riuscendo in alcune e fallendo in altre e alla fine, e dopo diverse ripartenze, ha mollato tutto di colpo, proprio nel momento nel quale il progetto si avvicinava di più a quel che aveva sempre detto di desiderare.

Che fatica spiegarsi un tale comportamento, cosa avrà visto? Ma la domanda va capovolta e reindirizzata: cosa non abbiamo visto noi o in fondo a quali aspettative aveva riposto il suo agire?

Possono i nostri ragazzi e ragazze portare avanti un progetto educativo, credendo negli educatori e nella Comunità ma non in se stessi?

Riflettevo tempo fa sull'importanza di credere e sognare per i nostri ragazzi, anche al loro posto, ma è importante constatare che questo passaggio non possa bastare. Se questo sogno non diventa anche loro o non sono loro a proporne uno nuovo, la partita è viziata.

Il lavoro educativo residenziale ha come condizione basilare la capacità di mettere in atto una accoglienza ricca e complessa, nella quale i nostri ragazzi e ragazze riescono a sentirsi accettati anche nei loro aspetti più problematici e spesso sgradevoli agli occhi scrutanti degli adulti; è proprio questa assenza di giudizio quel che consente loro un pausa e in essa, se riescono, la possibilità di reinventarsi. Ma non solo.

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Da questo punto di vista, la Comunità può rischiare di diventare un mondo a parte dove la caduta e la ripartenza possono succedersi ininterrottamente alimentando soltanto un ciclo, dove la tendenza all’inerzia dei nostri adolescenti viene validata e fortificata, consolidando un nulla di fatto.

Mi ritorna quindi in mente l'immagine del camaleonte e la Comunità mi potrebbe apparire come una bella foresta amazzonica: un luogo ricco di forme e colori che offre alternative infinite per mimetizzarsi, per apparire invisibili tentando ogni volta un disperato salvataggio all'ultimo momento.Ma per i nostri ragazzi l'invisibilità non va bene, lo sono già stati e lo vorrebbero continuare ad essere, si rende necessario spogliare lo scenario, eliminare i nascondigli e impedire i mimetismi: quel che serve è lo spazio nudo della responsabilità dei propri atti senza più attenuanti in particolare per chi come M., appena diventata maggiorenne, riusciva a intravedere solo il fascino “emancipatorio” di tale passaggio.


le dimissioni dalla Comunità sono un ulteriore
e spesso efficace strumento educativo


In un momento come questo è compito degli operatori evitare ad ogni costo di portare un rapporto educativo fino “all’accanimento” e riconoscere il momento giusto nel quale fare un passo indietro, lasciando da parte anche la propria vanità professionale, per consentire che il senso della chiusura di un percorso sia chiaro e pulito e mai il frutto improvviso dell’esaurimento delle nostre aspettative.

Le dimissioni dalla Comunità sono un ulteriore e spesso efficace, anche se complesso, strumento educativo capace di rilanciare la responsabilità individuale che devono sviluppare i nostri ragazzi, in particolare quelli più grandi, nel controllo delle proprie vite e nella ricerca della propria felicità.

Mi auguro M., che con le esperienze vissute, tu impari a sognare te stessa e a non desiderar più di essere all’altezza del meraviglioso sogno di qualcun altro.

L'autore.
Educatore e Mediatore Interculturale, lavora da 6 anni come educatore di comunità.

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