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In una sala piena da scoppiare Massimo Recalcati è tornato nella sua cittadina natia, Cernusco sul Naviglio, per parlare di genitorialità e della sfida di essere genitori nella nostra epoca, quella del “padre evaporato”, in un incontro promosso dalla Libreria del Naviglio, dal titolo “Per capire il rapporto tra genitori e figli”.

 20140206 Recalcati

Durante la serata Recalcati ha illustrato i quattro compiti fondamentali della genitorialità:

  1. Quello della maternità che accoglie la vita rispondendo “ECCOMI” alla domanda priva di contenuto del neonato. “Eccomi” è la prima parola della genitorialità rispetto alla nascita di un nuovo nato che è innanzitutto insufficienza, inermità, è un “grido nella notte”, un richiamo che cerca risposta. Eccomi è la risposta a questo grido della notte, è la risposta che umanizza la vita e identifica un genitore e un figlio. Eccomi significa: “sono qui per te, ti ho voluto, tu sei mio figlio”. Dove c’è presenza e contenimento la vita si umanizza. La genitorialità è innanzitutto presenza e parola, il primo compito ed esprimersi della genitorialità è quello di far sentire i propri figli non abbandonati, non soli. La vita umana chiede da subito la presenza del segno dell’amore e la genitorialità s’incarna nell’”eccomi” per tutta la vita, è una responsabilità illimitata senza proprietà, è per sempre e non chiede niente in cambio, è quell’amore incondizionato di cui ognuno di noi ha avuto bisogno per crescere e diventare “umano” e vitale.

  2. Quello dell’esercizio della funzione paterna che pone il limite. Il padre è il simbolo della legge, di quella legge che è a fondamento di tutte le leggi e di tutte le civiltà. Il secondo compito ed incarnarsi della genitorialità è l’interdizione dell’incesto come legge simbolica di tutte le leggi: significa che l’essere umano diventa umano se comprende che non può sapere tutto, non può avere tutto, non può essere tutto (non può uccidere suo padre e giacere e procreare con sua madre).  Questa è la legge delle leggi che inserisce nella vita umana il senso del limite, l’esperienza del limite e dell’impossibile fondano la possibilità del desiderio. Solo se la vita ha fatto l’esperienza del NO (un no che sia un vero no e che noi genitori dobbiamo imparare a dire e a far valere) si può dire Sì e si può desiderare.

  3. Il terzo compito della genitorialità è saper dire “VAI” quando necessario. La sfida della genitorialità è riuscire a tenere insieme l’”Eccomi” e il “Vai”, la nostra risposta all’esigenza dell’appartenenza e quella dell’erranza dei nostri figli. Il primo trauma (positivo) nei bambini è la dematernalizzazione della lingua che incontrano quando vanno alla scuola materna, la scuola è un trauma positivo perché apre mondi nuovi da esplorare e sperimentare e in cui imparare a stare. Un secondo passaggio cruciale avviene durante la pubertà. C’è grande differenza nel rapporto del genitore con un bambino o con un adolescente: nei bambini il genitore bonifica l’angoscia ed ha una funzione calmante, negli adolescenti è esattamente il contrario, il genitore genera angoscia e infastidisce. La felicità dei bambini dipende in gran parte dalla felicità dei suoi genitori ma c’è un secondo tempo della vita, l’adolescenza, che chiede spazio e che sente la stretta della famiglia che non è più pacificante ma che provoca angoscia invece di bonificarla. E’ qui che deve esserci il grande dono della genitorialità, il lasciare andare.

  4. Il quarto compito della genitorialità è di lasciare andare i figli senza avere progetti su di loro che diventano destini, spesso con esiti molto infelici. La nostra è una responsabilità illimitata senza proprietà nel senso che noi non siamo i proprietari della vita dei nostri figli. Per cercare di svolgere il nostro “compito impossibile” la cosa migliore che possiamo fare è essere al servizio dei talenti e delle inclinazioni dei nostri figli dando loro fiducia e facendo loro una promessa che è l’eredità che possono raccogliere. La promessa che possiamo fare loro è che se seguiranno i loro desideri avranno soddisfazione nella vita. Ed è una promessa che dobbiamo testimoniare con i nostri atti. Recalcati è un antagonista della sopravvalutazione del dialogo. Il compito del genitore è di interrompere il dialogo e la verbosità di chi è convinto di sapere e possedere e spiegare il senso della vita. Il senso della vita viene trasmesso ai nostri figli attraverso la testimonianza della nostra vita, in quello che facciamo della nostra vita, nel lavoro, nelle relazioni familiari nella cura delle proprie passioni e dei propri legami. L’autorità del padre evaporato va ricostruita dal basso, “dai piedi”, nella dimostrazione con la propria vita che si può stare al mondo con soddisfazione, vitalità, forza e pienezza. Essere genitori vuol dire barcamenarsi con la bussola del desiderio per quello che si fa e  per il partner. Il dono della libertà però ha senso solo se c’è stata l’accoglienza prima, non può esserci “Vai” senza un “Eccomi” a cui poter tornare sempre.

Recalcati ha poi fatto interessanti considerazioni sul campo sociale in cui ci esprimiamo come individui, genitori, famiglie: il comandamento del nostro tempo, il messaggio del discorso del capitalismo è “perchè no?” in una cultura dominante che vede e propone la felicità in oggetti effimeri che vanno continuamente sostituiti con oggetti nuovi. Si tratta della grande menzogna del capitalismo in cui tutto sembra possibile e a portata di mano. Se uno dei compiti della genitorialità è dire un no che sia un no si svela facilmente una delle cause della crisi della famiglia di oggi: è difficile per la famiglia dire no e far vivere l’esperienza del limite quando tutto intorno ci sono solo sì e tutto si consuma velocissimamente. Per una famiglia è sempre più difficile far vivere l’impossibile (la possibilità del desiderio a fronte dell’esperienza del limite) se tutto è possibile. E allora come si fa? La famiglia deve “educare a preservare nello stesso” coltivando passioni e legami e ridando valore alle scelte definitive come il matrimonio e la genitorialità che sono per sempre. Il compito dei genitori è di dare il limite e di dire che c’è qualcosa di cui non si discute. I figli giusti sono i figli che sanno diventare eredi di questo lascito,  come Telemaco che sa di non potercela fare da solo a riprendere Itaca e a cacciare i Proci e la dissoluzione in cui hanno gettato il regno e quindi parte e affronta un viaggio in cerca di suo padre e di se stesso. Essere eredi significa essere “orfani” nella consapevolezza che neanche i genitori più amorevoli possono garantire dall’infelicità.

Due i compiti specifici della madre nell’epoca del tramonto del padre: tenere alta la dignità del nome del padre e sopravvivere come donna alla madre che è diventata. Penelope fa esistere al figlio Telemaco il nome di suo padre Ulisse, come la madre parla del padre assente significa la sua assenza viceversa laddove la madre demolisce la figura del padre o non tiene vivo il suo nome genera disagio e patologia nei figli. Ma Penelope è anche capace di sopravvivere come donna. Ulisse torna a Itaca per rivedere il volto della sua donna e per rivederla rinuncia all’immortalità. Una madre sufficientemente buona resiste come donna.

Essere genitori significa “umanizzare” la vita dei nostri figli e se il padre è il volto umano della legge la madre è la particolarizzazione della cura e dell’amore, nessun figlio è amato allo stesso modo. La madre infatti ama un nome, non ama genericamente.

Per approfondire questo interessante discorso occorre leggere gli ultimi tre testi di Recalcati:

Cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina, 2011
Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli, 2013
Patria senza Padri, Minimum Fax 2013

In questi testi Recalcati analizza il contesto socio-politico in cui viviamo e la relazione genitori e figli dopo il tramonto del padre secondo l’approccio psicanalitico lacaniano.  Si tratta di libri non semplici e dalla lettura impegnativa ma davvero preziosi per collocarsi in un contesto da cui non possiamo prescindere come genitori per raccogliere la sfida di una genitorialità sana, caratterizzata da una “responsabilità illimitata e senza proprietà”.

Articolo pubblicato per gentile concessione di Fattore Famiglia.

 


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