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Per effettuare una ricognizione dello stato della Giustizia Minorile, a mio giudizio occorre distinguere due polarità di attenzione e di interrogazione. La prima è quella della dimensione organizzativa, nella quale svolgere una valutazione di quanto sta avvenendo in riferimento agli enti e alle organizzazioni attraverso le quali si esplicano i percorsi giudiziari ed educativi avviati: i servizi sociali, le strutture penitenziarie, le comunità, i servizi territoriali. L'altra dimensione è quella più strettamente pedagogica, che richiama il senso e l'efficacia di quanto messo in atto, e indirizza all'esame delle strategie educative, alla comprensione della condizione attuale dei giovani, all'individuazione dei fattori di urgenza per avviare processi di rinnovamento, e al contempo pone l'attenzione sui nodi critici, ossia tutti gli elementi che generano disallineamento tra l'eccellenza giuridica del codice minorile e la concretezza della sua applicazione, minacciando di vanificarne le disposizioni e renderne inattuato l'orientamento.

20140224 Intervista

Le due dimensioni – quella della gestione e dei processi, e quella delle persone, dei modelli e delle strategie – in considerazione anche delle specificità del codice minorile, orientato a una interpretazione allargata e mai solo "oggettiva" del fatto-reato, non sono ovviamente separabili, perché a quella interpretazione devono corrispondere strutture e procedure permeate da attenzioni educative e psicologiche. Tuttavia un'esplorazione che tenga per un momento separati i due livelli ci consentirà di mettere meglio a fuoco fattori di efficacia da rafforzare e fattori di rischio su cui intervenire.

L'attuale situazione di crisi economica, sulle cui conseguenze porremo l'accento, è uno di quegli elementi che rappresentano al negativo l'intersezione tra le due dimensioni: il ridursi delle risorse impatta pesantemente sulla condizione dei servizi e delle strutture, ripercuotendosi necessariamente nell'impoverimento dei risultati educativi. È questa un'insidia contingente per la piena applicazione del dettato del codice minorile, la quale si può in parte contrastare potenziando uno dei fattori decisivi per l'efficacia del sistema: la regia degli interventi. Ne esiste un'altra, di insidia, più profonda e permanente, che solo in parte viene accentuata dalle presenti difficoltà economiche, e che cercherò di mettere in luce svolgendo, sui vari fronti, le mie osservazioni. Mi riferisco alla relazione adulto-minore, centrale affinché abbia conferma nei fatti l'ispirazione della legge. Si pensa di solito prevalentemente alla condizione dei ragazzi, senza prendere adeguatamente in considerazione lo stato personale e sociale in cui si trovano gli adulti che di quei ragazzi devono avere, a vario titolo, cura. Dico questo perché presupposto per il benessere e il recupero dei minori di cui ci occupiamo, obiettivo del nostro lavoro, sono il benessere, l'equilibrio e la conseguente autorevolezza degli adulti che con loro entrano in relazione.

La crisi economica porta all'incandescenza gli elementi critici costitutivi dei vari ambiti nei quali abbiamo declinato la realtà della giustizia minorile, nella sua dimensione organizzativa e pedagogica. Attraversare questi diversi ambiti seguendo il filo rosso delle conseguenze prodotte dalla crisi, ci aiuterà, pertanto, a meglio individuare i suoi punti fragili, i nervi scoperti.

La dimensione organizzativa

Le considerazioni che intendo svolgere, indirizzate a produrre sollecitazioni di miglioramento dei meccanismi e delle attenzioni che regolano le diverse attività e procedure in cui si articolano i percorsi del sistema penale minorile, hanno come presupposto necessario, e molto sentito da parte mia, la sottolineatura dell'eccellenza della cornice giuridica del nostro codice. Quella che regola il penale minorile è una legge che ci deve inorgoglire, tra le più avanzate che esistano. Certo, manca ancora un ordinamento penitenziario specifico, e questo resta un limite evidente, ma una legge così avanzata ha permesso in questi venticinque anni di sviluppare e consolidare un grande patrimonio di pratiche, esperienze, competenze, sia nel pubblico sia nel privato.

Detto questo, occorre rimarcare come questo sistema si regga ancora oggi in modo eccessivo sulla buona volontà, sul coraggio, sulla determinazione dei suoi operatori, pubblici e privati, i quali ne sono la spina dorsale e si spendono senza ricevere aiuti e strumenti adeguati, da parte della fiscalità generale e della società nel suo complesso. I limiti e gli ostacoli del sistema penale minorile, nella concretezza dei suoi processi, non dipendono da chi ci lavora ma da una mancanza di attenzione e investimenti in quest'area sociale. Ancora non se ne è compreso appieno il valore in termini di prevenzione. Se si vuole prevenire e puntare a un tessuto sociale meno problematico e più coeso, occorre investire. La mancanza di investimenti rischia di generare enormi problemi futuri: il passaggio dal carcere minorile al carcere adulti, alle tossicodipendenze, alle comunità terapeutiche. Porterà i servizi socio sanitari a doversi far carico per dieci, vent'anni di persone che avrebbero potuto avere un altro destino. Questa è una evenienza che in parte si è già concretizzata ed è sotto i nostri occhi.

Sui minori si può e si deve investire, perché con loro è ancora possibile interrompere un percorso di istituzionalizzazione e presa in carico. A chi non bastasse l'argomento dei costi umani provocati dalla trascuratezza nei confronti di questo problema, dovrebbe essere sufficiente quello dei costi pubblici e sociali che si potrebbero evitare.

Le comunità educative

La valutazione degli effetti della crisi e la contrazione delle risorse permettono immediatamente di mettere in luce una distorsione che oggi inficia il lavoro educativo nelle comunità residenziali. In questi anni abbiamo notato un progressivo cambiamento nel tipo di utenza che ci viene segnalata. Arrivano ragazzi con situazioni sempre più compromesse e difficili: un profilo patologico accentuato, un forte disagio, ai limiti della sofferenza psichiatrica, se non oltre. La riduzione dei mezzi finanziari disponibili porta il servizio inviante a utilizzare la comunità, un servizio costoso, in maniera residuale e per i casi più gravi.

Di conseguenza le comunità diventano luoghi più difficili da gestire, dove si creano situazioni che provano gli educatori, l'équipe, che richiedono competenze diverse e a lungo andare ne intaccano l'efficacia. Un gruppo di pari, composto da una decina di adolescenti, può reggere abbastanza bene uno o due situazioni complesse, ma se al suo interno ne esistono quattro o cinque, la convivenza diventa molto critica. La complessità della gestione di un gruppo del genere determina una minore accuratezza del setting, un lavoro educativo più legato all'emergenza, al contenimento e meno indirizzato alla progettualità. Le risorse e le energie disponibili all'interno della comunità tendono ad essere spese soprattutto per i casi più complicati, i ragazzi più autonomi e "attrezzati" si trovano a dovercela fare un po' più da soli.

I ragazzi con maggiori risorse personali, poi, invece che essere inviati in comunità vengono lasciati sul territorio. Ma sul territorio cosa li accoglie? Trovano una rete di servizi capace di gestirli? In molti casi no.

La comunità non è l'unico strumento educativo, certo, sono convinto che debba essere utilizzata in modo più appropriato: con oculatezza e per tempi definiti. Fino a qualche anno fa tendeva a essere una soluzione cui si ricorreva per tutti e per tempi a volte eccessivi. È importante che la comunità venga scelta in modo coerente: oggi il fatto che un minore venga o meno collocato in una comunità diventa una decisione sempre più spesso influenzata dalla mancanza di mezzi finanziari piuttosto che da una valutazione in merito all'opportunità educativa di questa soluzione.

Questo stato di cose fa sì che il dispositivo comunitario sia messo a rischio in quanto strumento pedagogico. Se impiegata sostanzialmente per minori con bisogno di contenimento ma con meno chances evolutive, la comunità non diventa un luogo di maturazione e di sblocco, ma un surrogato della custodia. Alcuni dei ragazzi per i quali sarebbe stata preziosa l'esperienza comunitaria e che invece vengono lasciati sul territorio, troveranno qui un sostegno adeguato, altri no, magari proprio quelli che in comunità avrebbero incontrato un ambiente evolutivo fertile.

Le comunità oggi potrebbero dotarsi di strumenti per far fronte a questa situazione, prevedendo al loro interno moduli di sostegno psichiatrico. Sui posti disponibili, sarebbe bene che alcuni potessero avere anche una quota di assistenza socio-sanitaria. Con questo presupposto sarebbe possibile un lavoro in rete con le neuropsichiatrie infantili e le aziende ospedaliere. Gli USSM si occupano anche di questo aspetto, ma spesso poi il passaggio di consegne tra comunità e servizi non è immediato.

I servizi pubblici

A mio giudizio, la questione tuttora aperta in merito all'attività dei servizi pubblici attivi nel penale minorile, è quella della supervisione sociale e pedagogica. Questo fattore di criticità viene acuito dall'attuale contrazione delle risorse, che portano a un arretramento della regia complessiva degli interventi messi in campo per il recupero di un minore. Sempre più spesso abbiamo a che fare con singoli operatori, singoli assistenti sociali, con i quali si relazionano singole comunità e singoli servizi territoriali.

La regia è un fattore decisivo, vista la complessità delle dimensioni coinvolte in questi progetti: quella penale, quella familiare, quella psicologica o psichiatrica, quella educativa, quella sociale legata al contesto. Considerando le poche risorse disponibili, oggi diventa miope anche da un punto di vista economico, e non solo da quello dell'efficacia degli interventi educativi, non investire in un lavoro di supervisione che abbia cura di questa rete. Sarebbe infatti anche un grande risparmio poter contare su operatori sociali con compiti di regia, i quali disponessero anche di strumenti di confronto e monitoraggio sulle scelte che vengono fatte.

Basta pensare, ad esempio, a come spesso i percorsi comunitari durino tanto, a volte troppo. Si tende a smarrire l'obiettivo della permanenza in comunità al di là del semplice contenimento. Una regia che supervisioni il percorso potrebbe essere lo sprone di un periodo in comunità magari più breve ma ricco di esperienze e di passaggi educativi. Sarebbe un pungolo per le équipe di rete che a volte tendono a "sedersi" su un'apparente stabilità.

La riduzione delle risorse mette in difficoltà gli USSM nel loro operare quotidiano. Banalmente, ad esempio, esistono minori possibilità di effettuare rimborsi per le visite nelle comunità. Ancora più fatica fanno i servizi sociali sul territorio, che non seguono solo i ragazzi del penale, anzi, che li seguono in modo residuale rispetto a tutti gli altri. In Lombardia si prendono cura dei minori a piedi libero. Sono in affanno perché ne hanno tanti in affidamento, gli assistenti sociali sono pochi e non hanno una formazione specialistica per questo genere di utenza, e non possono contare su una rete di operatori con cui affrontare adeguatamente la messa alla prova.

Si possono tuttavia ipotizzare soluzioni che contrastino questa situazione. In questo momento in cui l'economia è inceppata, osservando le cose da un punto di vista più generale, il pubblico potrebbe fare di più. Lo Stato e gli enti locali in questa fase non possono investire molte risorse economiche ma dispongono di una grande ricchezza, che è il patrimonio edilizio. La crisi oggi rende impossibile la sua immissione sul mercato. Gli edifici pubblici vuoti, abbandonati, comportano in aggiunta costi molto elevati: per la manutenzione, la gestione, anche solo perché non crollino e non tanto perché restino vivibili.

Un'ipotesi, per valorizzare questa risorsa, potrebbe essere quella di mettere in atto scambi non monetari. L'imprenditoria sociale, il terzo settore spesso dispone della sufficiente flessibilità amministrativa e decisionale per realizzare i necessari investimenti. Si potrebbero congegnare dei meccanismi di interscambio per cui il pubblico invece di pagare prestazioni e servizi metta a disposizione la sua ricchezza, gli immobili, in cambio non di denaro ma, appunto, di servizi. Ad esempio, affidando una struttura a una cooperativa sociale che la rimetta in ordine a sue spese in cambio di una concessione di utilizzo per trent'anni. In cambio, la cooperativa si potrebbe impegnare ad ospitare nella struttura per alcuni anni qualche minore gratuitamente. Per la cooperativa questo investimento sarebbe equivalente alla riscossione di una retta, perché non pagherebbe l'affitto, e poi disporrebbe per un periodo molto lungo di un immobile, senza doverlo acquistare. Il pubblico risponderebbe in questo modo a un bisogno e valorizzerebbe un suo bene che tra l'altro verrebbe ristrutturato.

Questo tipo di soluzioni, per essere attuate, richiede innovazione e un atteggiamento più coraggioso da parte del pubblico.

Le misure alternative richiedono servizi davvero presenti e ben organizzati, che predispongano progetti educativi coinvolgenti e sfidanti per i ragazzi. È importante che esistano reti di organizzazioni che predispongano occasioni per fare esperienza, mettersi alla prova, dimostrare, acquisire, crescere, per i ragazzi che hanno commesso reati.

Le pene non detentive, poi, potrebbero essere allargate sviluppando maggiormente misure penali di riparazione del danno, attività socialmente utili, attraverso convenzioni con i comuni che permettano di trasformare alcune pene in servizi per la comunità. Cura del verde, delle persone, dei beni pubblici. Sono attività già previste oggi tra gli impegni della messa alla prova. Perché non disporle in modo più rigoroso e progettuale? Per gli adulti esiste oggi la possibilità di trasformare alcune pene in ore di lavoro. Questa misura andrebbe presa in considerazione anche per i minori. Darebbe loro la possibilità di compiere un segno forte di riconciliazione e restituzione alla comunità. Anche simbolicamente. Hai rotto un patto sociale? Adesso restituisci attraverso un'azione pubblica, e utile, di riparazione. In questo si darebbe anche visibilità all'esecuzione penale.

Centrale anche per i servizi territoriali la questione della rete e della regia. Scuola, inserimento lavorativo, sostegno alle famiglie, tempo libero, socialità, attività di volontariato. Sono tante le cose che andrebbero collegate tra loro in modo sinergico. Qualcuno dovrebbe tenerne le fila, altrimenti la frammentazione consente al ragazzo punti di fuga, di disimpegno.

Una nota importante sul mondo lavoro. La crisi porta a una riduzione delle possibilità di inserimento lavorativo. La formazione, il reinserimento attraverso la professionalizzazione sono un fattore di rilancio molto importante per i nostri ragazzi. Per loro, in considerazione della situazione "speciale" in cui li mette la sfida della messa alla prova, andrebbero predisposti dispositivi di legge e burocratici altrettanto "speciali". In senso contrario sembra andare la nuova normativa sui tirocini, che vorrebbe rendere obbligatoria la corresponsione di un salario anche a ragazzi di 16, 17 anni in uscita da percorsi penali o comunque in condizioni di disagio. Questo orientamento, o disattenzione, dà l'idea di come un sistema che vuole rispondere a un bisogno giusto, quale quello di superare lo sfruttamento a volte perpetrato attraverso i tirocini, non sia al contempo in grado di approfondire e analizzare in tutte le direzioni gli effetti delle misure, ottenendo in questo caso, nel nostro specifico, risultati esattamente opposti. Una normativa tanto rigida impedirebbe di fatto l'accesso al mondo del lavoro per ragazzi che ricevono un servizio da chi li accoglie. Oggi un'azienda che ospita un ragazzo dei nostri andrebbe premiata in quanto svolge un'attività di impegno sociale. Questa capacità di visione e di flessibilità da parte del legislatore attualmente manca.

Il lavoro costituisce un fattore cruciale per favorire il cambiamento nei giovani sottoposti a misure penali e rappresenta un fattore determinante per il successo dei progetti di reinserimento sociale.

Nello spirito dell'articolo 27 della Costituzione, per il quale la pena deve essere necessariamente occasione di rieducazione, è di fondamentale importanza attivare percorsi di reinserimento sociale incentrati sullo sviluppo di esperienze lavorative che consentano una transizione alla vita adulta responsabile e costituiscano un vero e proprio punto di svolta in grado di rilanciare positivamente la socialità e la progettualità dei giovani. Quella del lavoro, va sottolineato, non può essere considerata come una dimensione generica, affinché al suo interno si generino motivazione e spinta al cambiamento. La proposta di un lavoro "qualunque", scollegato dalle aspirazioni e dalle propensioni dei ragazzi, rappresenterebbe per loro quasi sicuramente un'ulteriore esperienza di fallimento, di inciampo. La dimensione dell'impegno professionale deve produrre fiducia e autostima, portando i giovani alla concretezza di risultati in cui possano trovare rispecchiamento e soddisfazione. Deve dunque essere raggiunta dopo un attento percorso di orientamento e di ascolto del ragazzo, conseguente a una sua scelta esplicita e accompagnata da un monitoraggio costante degli esiti e del vissuto.

Il carcere

La riduzione delle risorse educative all'interno del carcere, un fenomeno già evidente da tempo e aggravato ulteriormente dalla crisi economica in atto, è particolarmente grave e va considerata con attenzione per il suo impatto sull'impianto stesso del sistema penale minorile. La diminuzione delle figure educative comporta l'impossibilità di fare un numero adeguato di colloqui, di operare un'osservazione attenta dei minori, di formulare e attuare in modo tempestivo i progetti per i ragazzi, porta a rallentamenti, a disfunzioni. Nel contesto carcerario conseguentemente aumentano gli angoli bui, le zone scoperte, gli spazi non controllati dagli adulti. Quando gli adulti arretrano perché sono pochi e non hanno la possibilità di seguire con attenzione i ragazzi, evidentemente crescono l'arbitrio e la possibilità dei ragazzi di autogestirsi. Cresce il livello di conflitto, si genera una spirale al ribasso che coinvolge educatori insufficienti, agenti penitenziari che vivono condizioni molto difficili, direzioni in affanno. Questo fa sì che, nonostante la grande professionalità di tutti, gli adulti che si prendono cura dei ragazzi stiano un po' peggio di qualche anno fa. Sono spesso gli adulti che hanno bisogno di sostegno, di motivazioni e strumenti. E quelli che lavorano all'interno del carcere a maggior ragione. Tutto questo rischia di portare a un avvicinamento della situazione del carcere minorile a quella del carcere degli adulti.

La riduzione degli educatori all'interno del carcere, per altri versi, sposta maggiormente la responsabilità educativa sulla custodia, in assenza, come abbiamo detto, di un ordinamento penitenziario specifico e contestualmente a una carenza di risorse per l'aggiornamento e la formazione degli agenti.

Questo provoca un cambiamento anche "culturale", regressivo. Sembra che si stia tornando a pensare che i ragazzi in carcere siano di competenza della giustizia e quelli sul territorio di competenza degli enti locali. La direzione è opposta a quella giusta, della continuità degli interventi, delle sinergie. Per un ente locale, fare prevenzione, prendersi cura dei propri residenti significa anche capire che i ragazzi rinchiusi nel carcere sono sì autori di reato in carico alla giustizia, ma anche cittadini. Occorre quindi una forte integrazione, in questo caso con l'invio di personale educativo. È un investimento necessario per la coesione sociale, per il benessere di tutta la collettività locale, oltre che un diritto dei giovani arrestati. Avere un educatore in più che predisponga un progetto serio per un ragazzo, fa sì che questo ragazzo quando esce possa trovare un rete pronta ad accoglierlo, dando continuità al suo percorso di recupero e di reinserimento. In questo modo si avrebbe un elemento di rischio in meno per la società, oltre che una risposta più vicina ai bisogni e ai diritti di quel minore, che è in crescita e bisognoso di opportunità. La divisione in campi di responsabilità è un atteggiamento miope, strettamente connesso alla contrazione delle risorse. Questa fa sì che ci si limiti agli adempimenti, senza operare con senso del futuro.

Aggiungo in coda una riflessione sulla carcerazione, maturata nel corso degli anni. Dieci anni fa, quando ho deciso di fondare la Cooperativa Sociale Arimo, avevo l'obiettivo di contribuire alla chiusura del carcere minorile. Il mio confronto con la realtà del carcere mi faceva ritenere che fosse una condizione che andasse in ogni modo superata, con un atto politico e dando forte sostegno alle misure alternative. Il carcere risponde a una domanda sociale diffusa. L'opinione pubblica lo chiede perché confonde certezza della pena con detenzione. La mia convinzione era che si dovessero creare strutture alternative che dimostrassero sul campo la loro efficacia e che portassero naturalmente a un progressivo svuotamento delle strutture detentive minorili, creando al contempo una cultura diffusa dell'importanza della comunità o delle misure alternative e non come sconto o frutto di buonismo, ma come risposta più adeguata al reato, capace di mettere in gioco la responsabilità tra le parti.

L'esperienza di questi anni mi dice che per molti ragazzi il confronto con la responsabilità, l'autonomia, la libertà è un passo difficile, perché hanno bisogno di contenimento, di essere fermati. Spesso richiamano a lungo l'attenzione degli adulti su questo loro bisogno, alzando il livello dei loro comportamenti antisociali, prima ancora di commettere reati. Il carcere, nei fatti, può contribuire a fermare alcuni ragazzi per dare loro il tempo di trovare risorse ed energie per affrontare un percorso comunitario o territoriale di messa alla prova o di esecuzione di un provvedimento penale che li responsabilizzi. Questo è un passaggio molto delicato, perché da un lato è chiaro il bisogno di contenimento e dall'altro sono evidenti i limiti e i "pericoli" educativi del carcere.

Oggi esiste lo strumento carcere con tutte le sue inadeguatezze e mancanze. Mi chiedo: siamo in grado di immaginare un sistema che risponda allo stesso bisogno, cioè quello di fermare, contenere ma che non abbia gli stessi limiti del carcere che è un'istituzione totale che chiude, che deprime, che infantilizza? Come è possibile arrivare a questo? Gli arresti domiciliari non rispondono al bisogno di separazione momentanea dal contesto familiare, al bisogno che i ragazzi manifestano di entrare in relazione con adulti diversi dai genitori. Le comunità si fondano sul libero accesso, sulla scelta di permanenza. Le fughe dalla comunità sono un altro fattore che fa perdere tempo ai ragazzi. Abbiamo il carcere e dobbiamo assolutamente chiederci: lì dentro riusciamo davvero a dare ai ragazzi le relazioni di cui hanno bisogno per evolvere? Mi colpisce sempre vedere come l'istituto carcerario infantilizzi le persone. Spinge gli adulti che si rapportano con i giovani ad avere un atteggiamento molto protettivo nei loro confronti.

Oggi, a differenza di quanto pensavo anni fa, mi sento di dire rispetto alla questione di come superare il carcere – una struttura inaccettabile per un ragazzo di quindici, sedici anni e al contempo purtroppo l'unica, a volte, in grado di rispondere in modo deciso al suo bisogno di contenimento e di avvio di relazioni responsabilizzanti – che ancora non esiste una risposta.

Un obiettivo raggiungibile che ci si dovrebbe porre in questa fase è quello di far sì che carcere, comunità, servizi sociali e territoriali, diventino una filiera che garantisca in ogni suo comparto l'appropriatezza della permanenza di un minore all'interno di un percorso penale, con la coscienza che non possono essere solo dati oggettivi quali età, tipo di reato, a definire il contesto di inserimento ma una progettualità più ampia. Le varie fasi del percorso penale devono rispondere a un compito preciso. La misura cautelare, oltre a impedire fuga, inquinamento delle prove e reiterazione del reato, deve essere una fase di osservazione del minore, per produrre un quadro conoscitivo su cui lavorare in senso progettuale al momento del processo. La messa alla prova deve essere basata sulla responsabilità e la scelta. L'esecuzione penale nel caso dei minori richiede sia la certezza della pena sia la responsabilizzazione rispetto al reato, ma deve rappresentare anche uno spazio di rieducazione e reinserimento. Anche la detenzione deve essere coerente con queste prospettive. Strumenti di relazione con il mondo degli adulti, che creino condizioni di reinserimento sociale sono fondamentali, devono essere garantiti e verificati anche, e soprattutto, in quel contesto.

Forse le vecchie carceri che hanno duecento posti e che oggi contengono cinquanta ragazzi, questi luoghi con agenti in divisa e con tutti i loro riti, riflessi in un immaginario diffuso, andrebbero rinnovate attraverso un ripensamento degli spazi e un abbattimento del livello simbolico consolidato. Il superamento delle immagini più abusate, dei riti che regolano la vita penitenziaria così come si è consolidata nell'immaginario comune, porterebbe a una riduzione di quella sorta di eroismo negativo dell'essere stati in carcere che spesso i ragazzi costruiscono dentro di loro. L'immaginario ha un valore potentissimo. Pensare a luoghi che non abbiamo questi richiami è molto importante.

Tra i ragazzi che hanno fatto l'esperienza del carcere, alcuni sostengono che mai e poi mai ci torneranno, per altri invece il carcere è un richiamo insidioso. A questi ultimi la comunità, con la sua libertà e con il suo appello alla responsabilità, mette paura. Il carcere per questi ragazzi, spesso con parenti che hanno vissuto la stessa esperienza, risponde quasi a un mandato identitario, diventa un modello da esperire e cui rapportarsi. Esistono anche minori che, pur non essendoci mai stati, hanno quasi il desiderio di fare questa esperienza, come se fosse un passaggio di crescita necessario. Questa è una cosa che va assolutamente affrontata. Servirebbe una maggiore cultura comune per tutti gli operatori che si occupano di queste tematiche.

Intervista pubblicata per gentile concessione dell'Ufficio Studi, Ricerche e Attività Internazionali del Dipartimento di Giustizia Minorile, dal "2° Rapporto sulla devianza minorile in Italia".

 Il rapporto si può acquistare qui

L'autore.
Operatore e progettista sociale, nel 2003 ha fondato la cooperativa sociale Arimo. È attualmente Presidente del Consiglio Comunale di Milano.