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Le riflessioni sulle implicazioni educativo – pedagogiche della situazione attuale del sistema penale minorile sono inseparabili dalle osservazioni sullo stato di procedure e snodi organizzativi e operativi. Sono infatti seminate in modo trasversale a tutti i punti che ho toccato finora.

Voglio però a questo punto sottolinearne esplicitamente due aspetti, a loro volta strettamente interconnessi: la condizione dei minori e la condizione degli adulti. I fattori di disequilibrio legati alla crisi economica saranno anche qui espediente per mettere a fuoco motivi permanenti di attenzione e urgenza.

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La condizione dei giovani

L'esperienza fatta in questi anni con i giovani autori di reato, mi porta anzitutto a dire che nella pratica educativa, nella relazione quotidiana con i minori, trova piena conferma l'assunto ideale della legge penale minorile. Il reato, rottura del patto sociale e grave trasgressione commessa dall’adolescente, deve essere interpretato come un messaggio al mondo adulto. Il reato non risponde a una scelta di vita di tipo delinquenziale, quanto piuttosto a una richiesta di aiuto. Il reato chiede agli adulti di rispondere. Si tratta allora di interpretare ogni specifico reato, così come ogni trasgressione, e di dare la giusta risposta: una risposta che implichi allo stesso tempo responsabilizzazione e accompagnamento. Il problema, a mio giudizio, non consiste quindi nella scelta tra educare o punire, quanto nel progetto, nella costruzione di una qualità del percorso penale in cui il minore viene introdotto. In questa prospettiva la responsabilità penale del minore va riletta come un’opportunità educativa.

La realtà dice anche che i ragazzi si aspettano una risposta “istituzionale” al reato. Allo stesso modo, la nostra esperienza in comunità ci dice che il lavoro con i ragazzi è un quotidiano rispondere alle trasgressioni e agli eccessi che ripropongono all’interno del contesto comunitario, sollecitandoci giorno per giorno a una puntuale e coerente applicazione di quella generale impostazione pedagogica che informa appunto l’impianto della giustizia penale minorile. Una risposta che sanzioni e conceda allo stesso tempo una chance, indichi una strada percorribile.

La reazione dell’adulto all’atto trasgressivo deve essere comprensibile e indicare, insieme alla censura del comportamento messo in atto, una via di uscita: deve essere in grado di far fare un piccolo passo di maturazione al ragazzo, senza avvilirlo. Una sanzione buona, una sanzione giusta è quella capace di ammonire e progettare allo stesso tempo.

In questa direzione i percorsi di messa alla prova e nello specifico quelli comunitari, con le loro attività e con il loro progetto che si snoda nel quotidiano della relazione, diventano un fattore di responsabilizzazione. Il ragazzo parte pensando di essere costretto a scontare una pena e piano piano giunge a cogliere il valore di quanto gli si sta offrendo, l’opportunità di diventare responsabile del proprio futuro.

Un dato nuovo che si osserva negli ultimi tempi, legato al peggioramento delle condizioni economiche, è un diffuso ritorno ai reati per "fame". Qualche anno fa questo genere di illeciti era molto residuale: i giovani commettevano reati sull'onda dell'istigazione al consumo, cercando di avere scarpe di marca, telefonini. Negli accessi all'IPM Beccaria, il carcere di Milano, viene rilevato sempre più frequentemente che molti ragazzi rubano per portare soldi a casa, come accadeva tanti anni fa. Senza ovviamente soppiantare la dimensione comunque presente dei reati commessi seguendo i modelli consumistici, che spronano ad alzare al di là del raggiungibile l'asticella delle aspettative di benessere, delle esigenze e che quindi generano condotte penali in relazione a bisogni che vengono percepiti come primari senza esserlo.

Un altro punto di attenzione riguardo ai minori si riferisce alla necessità di salvaguardare i progetti al di là della misura penale. I ragazzi che vivono un'esperienza rieducativa nell'ambito di un percorso penale, hanno bisogno di non smarrire dall'oggi al domani il sostegno e i punti di riferimento, quando questo percorso alla fine si conclude. Su questo tipo di giovani i salti bruschi, le soluzioni di continuità nei passaggi esistenziali, rischiano di provocare arretramenti pericolosi. Occorre per loro costruire un ponte tra prima e dopo. Il sistema mette a disposizione grandi risorse durante il percorso penale e poi, da un giorno all'altro, quando ogni servizio si svincola dal suo obbligo istituzionale, non si garantisce loro più nulla. Si rischia in questo modo di vanificare i risultati ottenuti. Basterebbero poco, per accompagnare, per monitorare. Dal troppo pieno passiamo di colpo al troppo vuoto. Occorre introdurre più gradualità nella cessazione della presa in carico, superando anche qui il conflitto di competenze, i vincoli burocratici, in favore della continuità e della progettualità di medio e lungo periodo.

Tornando al cuore della relazione educativa, la mia esperienza di questi anni mi porta a riscontrare una domanda sempre più forte, nei ragazzi, di rapporto con figure adulte autorevoli. Nel presente contesto di crisi, che determina uno scarso riconoscimento del lavoro sociale, questo bisogno impatta con una condizione di grande affaticamento degli adulti di riferimento. Questo mi porta all'altro nodo problematico della relazione

  • La condizione degli adulti

    Ricordo che quando ho visto il film-documentario di Antonio Bocola "Non ci sto dentro", che esplora la situazione dell'IPM Beccaria attraverso la voce, oltre che dei ragazzi, anche degli operatori che vi lavorano, guardandoli in viso, osservandone i segni di fatica e di logoramento, mi sono chiesto: come stanno questi adulti? Occorre riflettere sulla condizione degli adulti che in questo sistema sono impegnati, sulla loro salute, sulla solitudine in cui spesso svolgono il loro lavoro, così carico di responsabilità e di scelte che andrebbero maggiormente condivise. Chi si prende cura di loro? La fatica, lo svuotamento che a volte produce un lavoro del genere, oltretutto svolto per anni e anni, in questo caso, all’interno di situazioni cariche di tensioni e di responsabilità, si riflette necessariamente non solo sulla loro “salute” e sulla loro riserva di energie, ma anche sulla qualità del loro rapporto con i giovani.

    Occorre tenere viva l’interrogazione sulla condizione degli adulti a contatto con la dimensione problematica e usurante degli adolescenti in condizione di disagio, siano essi gli operatori di un istituto penale o di un servizio territoriale, chiedersi sempre cosa stia accadendo nelle loro vite, rendendo strutturali attività di confronto, di supervisione e sostegno, che si intreccino periodicamente a quelle della relazione educativa con i giovani.

    Lo strumento più forte di cui dispone il sistema della giustizia minorile sono queste persone appassionate, che hanno magari iniziato vent'anni fa e sono logorate. Se non ci si preoccupa anche di loro questo sistema perde la sua forza, le sue potenzialità. Vanno predisposti spazi e strumenti per prendersi cura degli operatori e anche per trovare il modo, a un certo punto, di dare loro la possibilità di avere delle alternative. Se il lavoro diventa una condizione, una necessità, senza la possibilità di avere momenti di tregua, di ricaricasi, di fare altre esperienze, si rischia di mettere a contatto con ragazzi come i nostri, che cambiano, che sono difficili, persone inadeguate.

    I minori, già a partire dall'esperienza scolastica, hanno spesso di fronte a sé figure segnate nell'autostima. Gli insegnanti hanno uno scarso riconoscimento del loro valore sociale e, se non possiedono una forte spinta interiore, con il tempo la loro capacità di suscitare rispecchiamento e identificazione nei ragazzi si indebolisce, e la relazione tra questi e il mondo adulto risulta inficiata già alle sue basi, al momento dell'inserimento scolastico.

    Gli adulti che si occupano dei ragazzi non vengono valorizzati. In riferimento al lavoro sociale, al lavoro educativo, questo fattore risulta ancora di più accentuato. Allo scarso riconoscimento spesso si aggiungono precarietà contrattuale, condizioni di lavoro molto impegnative. Si pensi agli educatori del carcere sempre più soli, a quelli delle comunità che fanno turni molto faticosi e impegnativi, che spesso si sentono, come dire, senza rete, senza paracadute, pressati da un lavoro fortemente coinvolgente e allo stesso tempo senza alcuna garanzia sociale ed economica. Nei contesti comunitari abbiamo educatori giovani, tra i venticinque e i trentacinque anni, che spesso non hanno stabilità personali. Se non si investe su di loro per accompagnarli e farli crescere nello svolgere un ruolo così delicato, corriamo il rischio di dare questa responsabilità a persone che non sono pronte a gestirla.

    Una società tanto squilibrata, che non si dà come imperativo quello di riconoscere, valorizzare non solo economicamente ma anche dal punto di vista sociale, gli adulti che hanno responsabilità educative, perde una chance molto importante per garantirsi un futuro migliore.

    Adulti capaci di costituire un modello, di essere un fattore sano di confronto e anche di conflitto, dovrebbero essere elemento costituivo del tessuto sociale in cui si trovano inseriti i ragazzi. Questa necessità è addirittura anteriore alla relazione educativa, è una sua pre-condizione. Sempre per restare alla scuola, il livello zero della relazione con il mondo adulto al di fuori della famiglia, si può notare come ancora oggi dagli insegnanti non ci si aspetti la competenza educativa. Non viene fatto in questa direzione un investimento strategico sulla loro formazione. Gli insegnanti si scontrano con ragazzi che danno segnali di disagio, e spesso non sanno cosa fare, sono smarriti.

    I minori che entrano nel circuito penale hanno fame di relazioni forti con gli adulti e devono trovare di fronte a sé adulti forti, che non si sentano soli e possano contare a loro volta su una rete di sostegno, su momenti di dialogo, su occasioni di supervisione del loro operato, su confronti e scambi con altri adulti che li aiutino a sanare ferite, a superare periodi di esitazione e fragilità, a ricostituire energie e determinazione, le quali in questo contesto si consumano a velocità non paragonabili a quelle di altri ambiti sociali.

    La comunità territoriale deve prendersi cura dei suoi adulti di riferimento. Questo vale anche per i genitori e i parenti dei ragazzi autori di reato, i quali devono impegnarsi in un processo di crescita e di confronto con i propri limiti. Bisognerebbe avere un approccio più sistemico alle situazioni dei ragazzi che hanno commesso un reato. Coinvolgere i fratelli, i genitori, gli zii. Chiedere a ciascuno di assumersi un pezzo di responsabilità. Credo che sia decisivo estendere l'attenzione dal ragazzo a tutti quelli che hanno relazione con lui, facendogli sentire che la responsabilità e il coinvolgimento sono allargati. Che tutti sono in discussione e che ognuno si deve mettere un po' alla prova. Su questa necessità, anche se a parole tutti convengono, manca ancora un investimento effettivo e continuativo.

    In conclusione

    Tiro le fila delle mie osservazioni ponendo l'accento su quelle che ritengo essere le due questioni più urgenti da porre in agenda, per affrontare i punti di maggiore fragilità del sistema che applica una legge tanto evoluta e sfidante quale quella che regola nel nostro Paese la giustizia minorile. L'attenzione a questi due elementi percorre come un filo rosso e lega le considerazioni svolte, ora affiorando come un nervo scoperto, ora rimandando implicitamente la sua urgenza.

    Il primo elemento di attenzione affonda il suo senso nella dimensione organizzativa ed è la questione della regia degli interventi. Occorre un punto di riferimento e di indirizzo che consenta di armonizzare l'azione di tutti e di superare ogni possibile contrapposizione tra servizi. Servizi sociali, strutture detentive, comunità e territorio non sono che strumenti e attori diversi la cui azione si colloca all'interno di un unico progetto. Occorre una strategia complessiva, individuare un case manager che ne abbia la responsabilità. Non può farlo il servizio sociale? Allora attribuiamone il compito a qualche soggetto della rete, il quale richiami ognuno agli obiettivi della propria azione, superando rallentamenti, incertezze, confusione, stimolando la comunicazione e il confronto tra gli operatori dei vari ambiti, mirando a far utilizzare bene un tempo che deve essere il più breve possibile ma durante il quale si affondino davvero le mani nelle questioni. Credo che questa sia una chiave decisiva sotto il profilo organizzativo.

    L'altro elemento di attenzione si colloca invece nella dimensione pedagogica, ed è la questione della cura degli adulti. Se la giustizia minorile trova la sua specificità in una considerazione speciale del suo “oggetto”, il minore, la cui responsabilità in rapporto al reato viene letta ponendo attenzione alle possibili significazioni dell'illecito compiuto, allora tutte le strutture e le persone coinvolte nel percorso penale devono di conseguenza avere, come qualità aggiunta alla loro funzione, rispetto a coloro che operano con adulti responsabili di reato, una forte capacità educativa.

    Alla considerazione speciale del minore imputato, in altre parole, deve necessariamente corrispondere una considerazione “speciale” dell’adulto che, a qualunque titolo – educatore, insegnante, agente di custodia, assistente sociale ecc. – con lui entra in contatto. Occorre avere degli adulti che stiano bene, che siano convinti di quello che fanno, che abbiamo gli strumenti e il sostegno adeguato. Pensare che il sistema penale minorile richieda un forte investimento sulla condizione e il benessere delle persone che hanno un ruolo al suo interno è fondamentale. E perché questo avvenga, occorrono soluzioni e strumenti organizzativi. Anche su questo piano i due livelli – quello delle procedure e della struttura, e quello dell'efficacia e del senso delle azioni intraprese – si legano inscindibilmente, tanto che la cura e l'attenzione nei confronti dell'uno si riflette immediatamente in possibili soluzione migliorative e stimoli per l'altro.

    Intervista pubblicata per gentile concessione dell'Ufficio Studi, Ricerche e Attività Internazionali del Dipartimento di Giustizia Minorile, dal "2° Rapporto sulla devianza minorile in Italia".

     Il rapporto si può acquistare qui

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    L'autore.
    Operatore e progettista sociale, nel 2003 ha fondato la cooperativa sociale Arimo. È attualmente Presidente del Consiglio Comunale di Milano.